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Europeismo e sacrifici: una storia italiana

L’Italia ha dovuto rivedere molte delle sue (pessime) abitudini politiche ed economiche per restare agganciata al “treno” europeo. I sacrifici e le misure restrittive non hanno mai frenato l’europeismo della popolazione italiana.

Nello scacchiere europeo l’Italia, pur essendo per taglia economica e demografica tra i “grandi”, ha sempre giocato un ruolo subalterno nei momenti decisivi del processo di integrazione. Nel corso dei decenni i partiti politici del Paese hanno quasi tutti sposato delle visioni profondamente europeiste, nonostante i costi dell’Unione e una posizione strategica di ripiego rispetto alla Germania o alla Francia.

L’europeismo italiano – della classe politica e della popolazione – è tra i più forti e sentiti del continente. Il sostegno all’integrazione ha continuato ad essere forte anche nei momenti in cui l’Unione chiedeva al Paese grossi sacrifici per partecipare alle politiche comuni; si pensi all’ingresso nell’Euro e ai salti mortali effettuati per adeguarsi ai parametri di Maastricht, che non coincisero con posizioni radicali “contro” l’Unione.
Per l’Italia l’integrazione europea è sempre stata la prima scelta e, ad un’analisi più pragmatica, una necessità. Nel dopoguerra la Comunità Economica Europea serviva alle classi politiche nazionali per dare stabilità alla democrazia nascente e permettere quel boom economico che portò l’Italia tra i grandi del mondo.

L’europeismo – comunque sostenuto con convinzione da molti protagonisti di quegli anni – era l’abbellimento retorico a delle considerazioni realistiche: il Paese aveva bisogno di ribadire e legittimare la propria scelta di campo nei giochi geopolitici globali.
Questa fedeltà quasi senza alternative si è spesso tradotta in una posizione di secondo piano nelle grandi decisioni politiche, nonostante la qualifica di Paese fondatore.
L’unione monetaria è stata un chiaro esempio di un’iniziativa i cui tempi e modalità vennero decisi altrove – Germania e, in seconda battuta, Francia –, con l’Italia chiamata ad adeguarsi per partecipare alla politica comune.

Il nostro Paese non aveva né l’interesse né la forza per uscire dall’integrazione monetaria o cambiarne una parte dei contenuti. Se gli economisti sono ancora divisi sulla convenienza dell’Euro per un Paese come l’Italia, è chiaro che la scelta europea, rivendicata e sostenuta negli anni, sarebbe stata vanificata da una mancata partecipazione alla moneta unica. Anche in quel caso, dunque, una serie di considerazioni pragmatiche e simboliche portarono l’Italia a seguire la politica dei Paesi leader.
Le coalizioni politiche che guidavano il Paese dovettero abbandonare alcune delle cattive abitudini che avevano contraddistinto la politica economica nazionale.

La moneta unica e il mercato comune imponevano un taglio alla spesa pubblica, la limitazione della presenza dello Stato nell’economia, un controllo maggiore sul bilancio. L’avvento dell’Euro cambiava anche le strategie sui mercati internazionali: le manovre sui cambi per ottenere vantaggi nelle esportazioni sarebbero state un ricordo. Tuttavia queste manovre restrittive non intaccarono il consenso della popolazione italiana nei confronti del progetto europeo.
In quel periodo cruciale per le vicende storiche interne e internazionali – tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo – il vincolo europeo diventava particolarmente forte e serviva per correggere alcuni dei comportamenti nazionali meno virtuosi in materia di politiche economiche e monetarie.

Questi obblighi restringevano la libertà d’azione del governo nazionale, ma l’opinione pubblica, nutrita da anni di europeismo, non arrivava mai a percepire gli “ordini” di Bruxelles come ingiusti o pesanti. Al contrario, il supporto al progetto comunitario continuava a crescere.
In questo senso l’Italia mostrava una situazione paradossale. Il rispetto e la fiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie si manteneva su ottimi livelli; l’opinione sulla classe dirigente nazionale, impegnata a rispettare i parametri europei, continuava a registrare valori negativi.

Con la seconda repubblica l’europeismo spinto degli italiani ha iniziato a mostrare le prime crepe, non tanto per un cambiamento maturo e consapevole dell’opinione pubblica quanto per l’emergere, per la prima volta, di attori politici nazionali che si dichiaravano apertamente antieuropeisti e facevano della propaganda contro le istituzioni e le politiche comunitarie il proprio cavallo di battaglia (prima tra tutti la Lega Nord). In armonia con gli altri Paesi europei, anche in Italia sono aumentati gli euro-scettici e i partiti con posizioni più radicali nei confronti dell’Unione.
Il decennio 2000-2010 ha segnato l’apice della retorica antieuropea, diffusa anche tra i partiti e la popolazione dei Paesi storicamente più impegnati nel processo di integrazione. Lo scetticismo, in alcuni casi, ha preceduto la crisi economica, che a sua volta potrebbe assestare un colpo definitivo alla credibilità del progetto agli occhi della popolazione europea.
(Fonte Foto: Rete Internet)

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