Guardia medica di Somma Vesuviana: sabato sera da incubo per un paziente affetto da otite lancinante. La vittima: chiedevo aiuto ma sono stato trattato uno schifo. Medico fuori di testa e privo di strumenti diagnostici.
Asl Napoli 3 sud, ore 23 e 30 del 2 agosto 2014: Giuseppe è un uomo più che adulto, una persona visibilmente perbene, ha superato i 40 da un pezzo e questa notte ha un mal d’orecchi che gli toglie il sonno. A un certo punto il dolore diventa insopportabile e l’unico rimedio che trova possibile è di rivolgersi alla guardia medica del paese in cui abita, Somma Vesuviana. Nonostante il tormento lancinante Giuseppe decide di mettersi in auto con moglie e figlio, un bambino di 8 anni. Alla guida della vettura si mette la moglie.
La famiglia percorre in fretta i tre chilometri che la separano dall’unico presidio sanitario aperto in zona: la guardia medica. Alle 23 e 50 Giuseppe arriva nella stanza del medico di guardia di Somma Vesuviana, un tizio stempiato che ha una faccia che soltanto a guardarla non fa pensare mica bene, almeno stando a giudicare da quello sguardo incomprensibilmente incarognito. Accanto al minaccioso dottore c’è un altro tipo, chioma bianca, un figuro molto silenzioso. Quindi l’abbrivio della visita, di quelli stranissimi. Inizia Giuseppe: “E’ lei il dottore?”. Il medico, che non è in camice e che non ha un aspetto rassicurante, risponde in maniera criptica. Si limita cioè a muovere le spalle e a fare l’ennesima smorfia indispettita , quasi come a dire: “ma questo che vuole adesso?”.
“Vabbè – pensa il paziente – questo è il piatto che mi tocca mangiare stasera”. Quindi il tentativo di ottenere una visita prosegue, nonostante tutto.
“Dottore, mi fa molto male l’orecchio sinistro”, spiega, tono quasi implorante, Giuseppe. E il camice bianco (ovviamente virtuale) replica, più nervoso che mai: “Da quanto tempo ha questo mal d’orecchi, da giorni ?”. “Si, i primi fastidi ho iniziato ad averli alcuni giorni fa”, risponde con parole “apparentemente ” innocue il richiedente aiuto . Apriti cielo: il dottore va su tutte le furie. Dà praticamente di matto. “E lei ha questo dolore da giorni e decide di venire proprio qui, a mezzanotte?”, sbotta il medico ( si fa per dire ) a voce alta, ultra stizzito.
E’ una lagna che non conosce tregue. Un crescendo assurdo: ” E lei viene qui ? Ma perchè ? Ma che fa ? Mi prende in giro ? Perchè è venuto qui ? Lei non ha un medico ? No, non ha un medico ? Non ce l’ha”, la raffica manicomiale del sanitario imbufalito. Nel frattempo il dolore di Giuseppe aumenta inesorabile, forse amplificato da quell’incredibile quanto inspiegabile aggressività. ” Dottore, ma perchè non mi visita ? Perchè non usa l’otoscopio ? Perchè non vede che cos’ha questo benedetto orecchio ? “, chiede il malcapitato. ” E che devo avere l’apparecchio, io ? Io mica sono un medico di base ? “, la replica, disarmante, dell’ “autorevole” ( si fa sempre per dire ) rappresentante della sanità nostrana. Intanto entra nella stanza un altro tipo, un inserviente.
Pure lui, come chioma bianca, davanti a quella scena, quella del paziente “seviziato” dal medico , resta indifferente. E’in questo momento, però, che avviene il “miracolo”, la presa di coscienza. Giuseppe si fa coraggio, alza il tono della voce ed esclama stentoreo: “Adesso basta dottore ! Lei si sta comportando malissimo su tutta la linea: io ho il diritto di farmi curare usufruendo dell’assistenza sanitaria pubblica disponibile e lei ha il dovere di curami usando gentilezza, pacatezza e professionalità ! Lei ha torto marcio, dottore, si sta comportando malissimo!”.
Ma si vede che non è serata. La follia del camice non camice è proprio inarrestabile: “Sì, sì: allora vuol dire che la ragione è dei fessi e che io mi prendo il torto”. Giuseppe contrattacca: “Vuole alludere che sono un fesso ? Lei dunque non mi vuole curare ? E mi insulta anche ? E questo è il suo modo di lavorare, di curare la gente che sta male, di accogliere le persone che chiedono aiuto ? Faccia il suo dovere: glielo ripeto per l’ultima volta ! “. Silenzio improvviso, una calma schizofrenica: lo pseudo discepolo di Ippocrate abbassa i toni. Prende la ricetta, la penna e scrive: Bentelan e Augmentin. Poi spiega, a suo modo, frettoloso e superficiale, la posologia. Finalmente il dottore folle non si abbandona più a commenti inutili. Adesso ragiona almeno un po’, un tantino. E’ un raziocinio che sembra invadere all’improvviso la stanza della guardia medica più pazza del mondo.
Chioma bianca infatti si sveglia dal sonno e indica la strada per la farmacia di turno più vicina. Allora Giuseppe prende la ricetta, si volta e, senza quasi salutare (ci mancherebbe pure), fila via dalla stanza dei picchiatelli vesuviani. Purtroppo però la serata da incubo non è finita. C’è ancora tempo per un’ultima disavventura: la farmacista non vuole mollare le medicine: “Lei mi vuole pagare col bancomat ma per cinque euro non mi conviene perchè devo dare la commissione alla banca e quindi non le posso lasciare i farmaci”. E’ un attimo: la disperazione di Giuseppe diventa sconforto. Per fortuna sua moglie i cinque euro li ha. Spunta la banconota e l’inflessibile farmacista è servita. Ora Giuseppe ha una possibile cura per quel dolore insopportabile, sperando che faccia effetto. Molto più difficile sarà trovare una terapia per la sanità dell’hinterland napoletano.

