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Antonio Joli, vedutista e scenografo alla Reggia di Caserta

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La mostra “Antonio Joli tra Napoli, Roma e Madrid. Le vedute, le rovine, i capricci, le scenografie teatrali” ripercorre le vicende pittoriche dell’artista modenese durante i suoi soggiorni nelle tre capitali europee.

Roma – Madrid – Napoli, tre capitali della cultura mondiale, un trio che ha attirato da sempre artisti di ogni provenienza e formazione. Le tre città rappresentano le tappe salienti del percorso artistico di Antonio Joli, ricostruite negli spazi degli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta, nella mostra “Antonio Joli tra Napoli, Roma e Madrid. Le vedute, le rovine, i capricci, le scenografie teatrali”, organizzata dalla Soprintendenza in collaborazione con Civita , e che rimarrà in mostra fino ad ottobre.

Antonio Joli, nato a Modena nel 1700, e allievo del Rinaldi, si perfeziono a Roma presso il Pannini. Dopo un soggiorno a Perugia e a Modena (1725), dove decorò vari palazzi, lavorò come scenografo dal 1725 al 1744, e piu tardi (1754) operò a Venezia, città in cui fu tra i propagatori del gusto scenografico emiliano; ma gli ambiziosi e sorprendenti progetti per i teatri veneziani rimasero solo idee su carta, nei numerosi disegni e nelle incisioni di Cristoforo dall’Acqua e di Francesco Benerdi. La sua fame di conoscenza lo portò in lungo e il largo per l’Europa: in Germania, in Inghilterra e in Spagna. Terminò la vita a Napoli (1772-1777) dove lavorò al teatro San Carlo. Di quest’ultima fase restano due grandi dipinti, rappresentanti l’Imbarco di Carlo III a Napoli (Madrid, Prado) e diverse Prospettive architettoniche (Napoli, Capodimonte).

La concezione pittorica di Joli è inscindibilmente connessa a quel “vedutismo veneto” che imperversava nel Settecento, grazie alle sperimentazioni dei maestri veneziani (Canaletto, Francesco Guardi, Bernardo Bellotto), i quali perfezionarono il genere delle vedute ricorrendo a mezzi tecnici (camera ottica) che favorivano la realizzazione del “ paesaggio perfetto”. Non a caso la mostra è introdotta da un confronto diretto con l’altro grande maestro che fu suo contemporaneo, anche lui attivo alla corte napoletana: Gaspar van Wittel. Le affinità tra i due maestri dimostrano, da parte di Joli, la perfetta conoscenza dei suoi colleghi coevi, e il sapiente ricorso alle visioni globali che descrivevano gli scorci più suggestivi, con un rigore quasi fotografico. Sulle tele del periodo napoletano, ad esempio, vengono riprodotti il colore e le pittoresche ambientazioni partenopee, secondo dettagli topografici così analitici che il risultato finale le rende delle vere e proprie cartoline.

Roma e Napoli erano due dei centri di maggior interesse per i colti e facoltosi viaggiatori del Grand Tour; le tele di Antonio Joli si concentrano spesso su ruderi archeologici e dettagli urbani significativi delle città, soggetti particolarmente amati dagli stranieri in visita che ritrovavano su tela uno squarcio superbo delle meraviglie italiane da potersi “gustare a freddo”.
Alcune delle opere casertane in mostra sono conservate sia presso il Museo dei San Martino a Napoli sia presso la stessa Reggia vanvitelliana; due esempi su tutti della maestria dell’artista modenese sono L’inaugurazione della cascata del Parco (evento pianificato in occasione delle nozze di Ferdinando IV con la regina Maria Carolina nel 1768), in cui il maestro sfodera una scenografia animata e pulsante, con i resti della classicità che racchiudono la scena “teatrale”, e l’ Interno del Tempio di Poseidone a Paestum (foto), realizzata nel 1759, istantanea perfetta del viaggio tra le vestigia dell’antica città della Magna Grecia, le cui bellezze sono immortalate da Joli alle ultime luci del giorno, infuse di un mistico lirismo d’altri tempi.
(Fonte foto: Rete Internet)

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