Accanto al Caravaggio, Annibale Carracci fu un gigante dell’arte italiana del Seicento e un punto di riferimento per le generazioni di artisti a seguire. Eppure, oggi, Annibale resta, per i più, un pittore pressappoco sconosciuto.
Tutti conoscono Caravaggio, la sua indole ribelle, il suo stile “tenebroso” e il suo modo di interpretare le scene religiose e di genere (nature morte, scene di vita quotidiana, ecc.). Libri e film hanno contribuito a fare di lui uno degli artisti più celebri della storia dell’arte italiana. Ma non tutti sanno che Michelangelo Merisi fu considerato da molti, per secoli, un pittore quasi minore, un genio la cui rivoluzione pittorica non fu altro che un’innovazione puramente “tecnica”.
Tomaso Montanari ha scritto che “Caravaggio è percepito [dai suoi contemporanei] come un vertice qualitativo, ma la sua sconcertante verità è vista piuttosto come una controllabile verisimiglianza”. Per gli intellettuali e gli artisti della sua epoca, insomma, il vero rivoluzionario fu Annibale Carracci (1560-1609), un pittore la cui Accademia, fondata a Bologna insieme al fratello e al cugino, avrebbe cambiato per sempre le sorti dell’arte italiana ed internazionale.
Di Annibale, nel 1646, Giovanni Antonio Massani dirà: “dopo Raffaello il mondo non ha veduto maggiore pittore di lui”. Per capire perché Annibale fu considerato “sia il primo, sia l’ultimo che ai nostri tempi abbia consumato l’arte” (Bellori), bisogna ricordare che sul finire del Cinquecento i pittori avevano cercato, in ogni modo, di eguagliare la bellezza delle opere dei grandi artisti del loro secolo (Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Tiziano), ma quasi sempre con scarsi risultati. Come i suoi contemporanei, anche Annibale conosceva e aveva studiato praticamente tutti i grandi pittori del Rinascimento.
Eppure, più di tutti, egli seppe inglobare nella sua pittura gli elementi fondamentali degli stili dei grandi maestri che lo avevano preceduto. La sua arte “eclettica” fu, in pratica, il risultato più alto di una ricerca durata quasi un secolo. La fama di Annibale è legata soprattutto al suo lungo soggiorno romano e al suo massimo capolavoro, la Galleria di Palazzo Farnese (foto), in cui parti della Volta della Sistina di Michelangelo e delle Stanze di Raffaello sembrano fondersi con i colori lombardo-veneti di un Tiziano o di un Correggio.
La Galleria può essere considerata, a tutti gli effetti, il prototipo delle decorazioni barocche di tutto il Seicento. A lui guardarono pittori classicisti come Guido Reni e Domenichino, suoi discepoli, o pittori più espressamente barocchi come Lanfranco e Pietro da Cortona. Suo seguace si considerava anche Gian Lorenzo Bernini, un altro gigante del panorama artistico del Seicento italiano ed internazionale, a dimostrazione che fu lui, e non Caravaggio, a rappresentare il modello ideale dell’artista secentesco. Merisi, è vero, aveva posto le basi della pittura di genere, il cui successo perdurerà fino all’Ottocento, ma anche in questo Annibale ebbe una parte fondamentale con i suoi paesaggi ideali e le sue caricature.
Se Caravaggio, la cui arte influenzò generazioni di artisti, ha acquisito, specie negli ultimi cento anni, un posto d’onore tra i grandi della pittura italiana, altrettanto riconoscimento deve essere dato ad Annibale Carracci. A lui, infatti, il critico secentesco Giovan Pietro Bellori, in accordo con il pensiero dell’epoca, attribuiva il merito di aver salvato l’arte dalla “caduta”. Nel Settecento, Luigi Lanzi, uno dei primi veri storici dell’arte italiani, scriveva: “Studiare la storia dei Carracci e dei loro seguaci è quasi scrivere la storia pittorica di tutta Italia”. Ignorare un pittore che ha cambiato per sempre il volto dell’Europa è un’ingiuria, film e serie televisive spettano anche a lui.
(Fonte foto: Rete Internet)





