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giovedì, Dicembre 2, 2021

Acerra, delusione al processo Montefibre: il tribunale ridimensiona la vicenda delle morti bianche

Per la commissione medica d’indagine del tribunale di Nola soltanto 6 operai dell’impianto chimico hanno perso la vita a causa della presenza di amianto in fabbrica. All’inizio era stata chiesta giustizia per oltre 300 lavoratori uccisi dal cancro.

A pochi giorni dal verdetto la sensazione è che la montagna abbia partorito il topolino. Dodici anni di processo su una delle fabbriche chimiche più inquinanti d’Italia sono infatti serviti ad accertare che appena 6 dipendenti dell’impianto che produceva fibre di poliestere sono stati certamente uccisi dall’amianto. Le “esigue” conclusioni dell’inchiesta compiuta dalla commissione scientifica nominata dal tribunale sono state da poco consegnate nelle mani del giudice monocratico, Daniela Critelli, che entro la fine del mese emanerà la sentenza, attesa da tempo immemore, sulle vittime mietute dal grande mostro di contrada Pagliarone, i cui fusti tossici si trovano ancora sepolti nella campagna di Acerra.

Intanto il tempo stringe. Per la fine del mese è prevista la lettura della sentenza di primo grado. Daniela Critelli sta valutando proprio sulla base del resoconto fornito dai periti da lei stessa nominati . Ma l’indagine rischia di lasciare con l’amaro in bocca centinaia di parenti degli operai morti. Questo perché all’inizio del processo ammontavano a oltre 300 i decessi per i quali era stata chiesta giustizia. Poi è sopraggiunta un’ulteriore scrematura, che ha ridotto a 83 il numero dei lavoratori deceduti a causa di una serie variegata di tumori. Alla fine, stando almeno alle risultanze dell’indagine medica, c’è il fondato sospetto che il tribunale potrà esprimersi solo su appena 6 casi di morte per cancro. Tutti casi di mesotelioma pleurico o peritoneo.

A ogni modo il dottor Giuseppe Paludi, uno dei periti della commissione del tribunale, sottolinea che “anche l’accertamento di un solo caso di morte per amianto può portare alla condanna degli imputati”. Imputati che, a questo punto bisogna ricordarlo, sono i sei direttori della Montefibre di Acerra, che si sono succeduti dal 1994 a oggi, e due medici aziendali, che si trovano alla sbarra per aver falsificato, secondo l’accusa, una serie di atti sanitari. Nonostante il ristretto numero di casi per i quali sarà necessario valutare il giudizio finale questi imputati potrebbero essere tutti condannati. “Si, comunque”, conferma paludi. La questione è che dall’eventuale condanna potrebbe scaturire un risarcimento davvero contenuto da parte del colosso chimico. Che è anche, e, forse, soprattutto, un mastodonte della finanza mondiale.

C’è quindi la reale prospettiva che il grande capitale sarà costretto a sborsare ben pochi soldi: ci sono soltanto 6 famiglie da risarcire. “Bisogna capire bene – spiega ancora il dottor Paludi – che stabilire il nesso di causa-effetto tra la presenza di sostanze cancerogene in fabbrica e i lavoratori morti per colpa di questa presenza è cosa difficilissima. Noi siamo riusciti a stabilire questo nesso per un gruppo ben identificato di operai. Inoltre – conclude il medico – è necessario tenere presente che 6 morti per amianto sono tantissimi se si considera il contesto, è cioè se si prende in considerazione anche il lungo periodo di latenza del mesotelioma”. Comunque i parenti dei morti si aspettavano di più dalla commissione. Soprattutto perchè l’organismo del tribunale è composto di luminari del settore.

Come Benedetto Terracini, epidemiologo di fama internazionale, uno degli scienziati che hanno sostenuto il processo all’Eternit di Casale Monferrato, centinaia di morti che hanno ottenuto giustizia a febbraio, a differenza di ciò che è accaduto ai morti dell’Eternit di Bagnoli. In questo caso nessuna sentenza, reato prescritto. Un altro perito del processo Montefibre è l’anatomopatologo Pier Giacomo Betta, consulente di Raffaele Guariniello, il pm del processo Eternit. Nel collegio tecnico c’è, appunto, anche Giuseppe Paludi, esperto medico legale che ha lavorato per l’Asl Napoli 2. Un processo eterno, quello sulla Montefibre, flagellato da lungaggini burocratiche infinite.

Il 4 aprile del 2011 il pubblico ministero, Giuseppe Cimmarotta, ha chiesto al giudice oltre 23 anni complessivi di carcere per gli imputati, tutti accusati di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e omissione delle cautele antinfortunistiche. Il dibattimento vero e proprio era iniziato nel 2007 ma l’apertura dell’inchiesta giudiziaria da parte della procura di Nola risale a molto tempo prima, al 2001. Una fase che ha visto la costituzione in giudizio di ben 200 parti civili, cioè i parenti degli operai morti a causa di tumori ai polmoni, alla laringe e per mesotelioma pelvico. Per questo motivo il pm, sollecitato dai legali dei familiari delle vittime, Diego Abate e Pietro Striano, aveva chiesto di condannare i vari direttori dell’impianto chimico: Giovanni Elefante, Roberto Paolantoni, Gennaro Ferrentino, Luigi Patron, Raffaele Greco e Giuseppe Starace.

Dal processo Montefibre, iniziato cinque anni fa al tribunale di Nola, sono emersi particolari da pelle d’oca sulla sorte dei tanti operai morti per cancro alle vie respiratorie durante o dopo l’attività svolta nella grande fabbrica chimica ubicata nella ex Campania Felix, l’ancora fertilissima campagna partenopea violentata dall’ecomafia e da una fallimentare industrializzazione forzata. Particolari che sono spuntati dalle testimonianze finora raccolte in giudizio oppure finite agli atti della procura grazie a un dettagliatissimo dossier stilato dai legali delle famiglie degli operai morti, gli avvocati Diego Abate e Pietro Striano. Storie che raccontano di operai Montefibre continuamente a contatto con decine di sostanze altamente tossiche. Non solo con l’amianto, dunque, cioè con la fibra isolante bandita venti anni fa ma presente nelle sue tre diverse forme ( crisotilo, amosite e crocidolite ) nei chilometri e chilometri di tubature della gigantesca fabbrica produttrice di fibre di poliestere.

Nello speciale elenco delle sostanze tossiche rilevate Cimmarotta figurano infatti anche il clorotene, l’acetaldeide, il benzene, l’ossido di etilene, la formaldeide, il pentaclorofenolo, il triossido di antimonio, l’etanolo. Tutte sostanze cancerogene utilizzate per le lavorazioni o a margine di esse. Tossici che non sono stati presi in considerazione nel processo attualmente in corso, che punta esclusivamente sulle sospette morti per amianto. Ecco perché il giudizio non valuterà la posizione di altri 220 operai, deceduti per vari tumori ma non perché colpiti dal cancro dei polmoni, tipico della fibra d’asbesto. Eppure in base agli atti d’accusa sia gli operai finiti nel calderone del processo che quelli esclusi dal giudizio, subito dopo aver terminato la giornata di lavoro in fabbrica si lavavano nelle toilette dello stabilimento con il clorotene, un idrocarburo molto pericoloso usato solitamente per sgrassare i tubi. La sostanza chimica veniva utilizzata dai lavoratori come sapone.

E tutti, sempre secondo le testimonianze e gli atti d’accusa, assorbivano ogni giorno enormi quantità di etanolo, che fuoriusciva dalle tubature sforacchiate in forma di vapore acqueo, oppure inalavano l’acetaldeide, un potente reagente chimico le cui esalazioni provocano una tosse immediata. “L’amianto poi veniva manipolato quotidianamente per chilometri di tubature, almeno fino al 2000”, ha più volte riferito l’avvocato Abate. E colpisce molto un altro episodio. Ancora in base alle testimonianze processuali è stato raccontato che l’amianto residuo veniva triturato in un reparto speciale. “Così – dice Abate – all’aperto, come se lavorassero della frutta”. “Lo ripeto – chiude il dottor Paludi – il problema è che non è stato possibile stabilire con certezza l’origine dei tumori che hanno colpito gli altri operai che non sono deceduti a causa del mesotelioma pleurico o peritoneo ”.
(Fonte Foto:Rete Internet)

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