L”argomento è spinoso e poco trattato. Ogni tanto il tema riappare e si discute circa la necessità di riconoscere quello all”affettività come un vero e proprio diritto, inviolabile. Di Simona Carandente
Quello della sessualità in carcere, e più in generale della mancanza di soddisfacimento, in senso lato, delle esigenze affettive dei detenuti è argomento non semplice, spinoso, affrontato poco e da limitate sfere di intellettuali.
Chi ha vissuto un’esperienza carceraria sa che, anche in caso di brevi periodi di detenzione, si ha un vero e proprio stravolgimento del sé: se l’attività affettiva viene seriamente limitata, quella sessuale scompare del tutto, ininterrottamente.
Dal punto di vista formale, la questione connessa al binomio sesso-carcere, di stampo marcatamente penitenziario, attiene alla fase dell’esecuzione della pena detentiva, in particolare a quella che concerne il trattamento della criminalità.
Fra i primi, Michele Coiro, direttore del D.A.P. scomparso di recente, aveva sollevato il problema dell’affettività in carcere, emanando circolari dove chiedeva ai direttori dei penitenziari di pronunciarsi sulla possibilità di umanizzare le case di reclusione.
Nel 2002 se ne discute ancora, nell’ambito di un progetto di riforma del sistema penitenziario, già avanzato della precedente legislatura, partendo dall’assunto che quello all’affettività venga riconosciuto come vero e proprio diritto, inviolabile, riconducibile al ben più ampio diritto riconosciuto dall’art. 2 della Carta Costituzionale, di poter esprimere la propria personalità sotto ogni aspetto. Attualmente, la fonte normativa di riferimento del diritto penitenziario rimane la legge del 1975, che si occupa in più punti del problema dell’affettività in carcere.
Se l’art. 28 istituzionalizza il legame dei detenuti con le proprie famiglie di origine, l’art.30 ter riconosce ai condannati meritevoli, e non socialmente pericolosi, la possibilità di godere di permessi premio di durata non superiore ai 15 giorni, proprio allo scopo di coltivare interessi affettivi, culturali e di lavoro.
Tuttavia, stante soprattutto la difficoltà nell’ottenere permessi premio, è evidente come l’aspetto marcatamente sessuale della sfera affettiva, specie se avulso da componenti affettive interne, assuma nel tempo una valenza abnorme, esasperata e ingrandita da fantasie che, a lungo andare, si trasformano in rituali, cioè in forme coercitive ed ossessive se non addirittura maniacali.
Il panorama internazionale sul punto appare variegato ed interessante: se in Svezia alle consorti, o compagne dei ristretti, è concesso il diritto di visite non controllate, nei Paesi dell’America Latina tale diritto è addirittura codificato, giungendo in paesi come il Venezuela a permettere che, all’interno del carcere, i detenuti ricevano addirittura la visita di prostitute autorizzate. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)





