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La storia di un’epoca, di un territorio, di un Istituto scolastico nella foto di gruppo di una classe nell’anno scolastico 1977-78. I ragazzi sono figli dell’Italia del miracolo e affidano alla fotografia l’immagine di identità già nitidamente definite, di una consapevole sicurezza, di un intenso rispetto per i due professori, Luigi Carbone e Michele Moccia.

 

Il progetto c’è, e non manca il materiale: una mostra sulla società vesuviana nella seconda metà del sec.XX, descritta anche attraverso le fotografie delle classi del Liceo Classico “A. Diaz” di Ottaviano che nella storia sociale del territorio svolse, anche in quegli anni, un ruolo importante. A proposito di storia: sento dire che insigni intellettuali sono dolorosamente persuasi che nessuno abbia provveduto a scrivere una storia del Liceo e che si accingono a colmare la lacuna. Faccio notare, educatamente – è domenica, e di solito la domenica sono meno rozzo e scostumato del solito –, faccio notare che la storia del Liceo, dettagliata, documentata, l’hanno già scritta il Ranieri, Silvio Cola, Francesco D’ Ascoli, don Luigi Saviano, e, ultimo ma non ultimo, Luigi Iroso, che ha sistemato definitivamente la sequenza e la trama dei fatti e degli atti con luminosa acribia. Davanti agli intellettuali e agli storici vesuviani e nolani mi toglierei il cappello, se portassi il cappello: ma li esorto a dedicare lumi ed energie ad altri temi: sulla storia di Ottaviano, e su quella del Liceo, nulla di importante potrebbero aggiungere a ciò che Luigi Iroso ha già scritto.

Se si organizzasse quella mostra, la fotografia di cui oggi parliamo occuperebbe un posto a parte, perché nel commentarla potremmo affrontare molti temi. Lo scrisse nel 1989 David Freedberg, ma a noi l’aveva già spiegato, ventitré anni prima, il prof. Angrisani, che ci insegnava storia dell’arte: è molto più difficile commentare una fotografia che un quadro, perché una fotografia è una somma di quadri, soprattutto se è l’immagine di un gruppo, soprattutto se nel gruppo ci sono persone che conosci, soprattutto se è passato del tempo, e devi fare i conti con i ricordi, e con la retorica del “come eravamo”.

La classe è la III B dell’anno scolastico 1977- 78, un momento terribile della storia italiana: nel ’77 le Brigate Rosse uccidono il giornalista Carlo Casalegno, il 16 marzo del ’78 rapiscono Aldo Moro, dopo aver massacrato i cinque agenti della scorta. In uno dei comunicati “pubblicati” durante la prigionia del Presidente della DC i terroristi parlano, per la prima volta, del “SIM”, e cioè dello Stato Imperialistico delle Multinazionali, e Umberto Eco invita a “non sorridere sul delirio…”: “nessuno si nasconde che la politica internazionale non è più determinata dai singoli governi, ma appunto da una rete di interessi produttivi, la quale decide delle politiche locali, delle guerre e delle paci e stabilisce i rapporti tra mondo capitalistico, Cina, Russia e Terzo Mondo.” (la Repubblica, 29 marzo 1978). Oggi, noi cittadini del mondo globale, sappiamo che le cose stavano e stanno proprio così. Ma i ragazzi di questa foto sono figli dell’Italia del miracolo: sono sicuri di sé, cercano di comunicare alla macchina fotografica l’orgoglio dell’identità già definita, della personalità già matura, della consapevolezza di essere un gruppo in cui ognuno è leader, perché ognuno ha le sue idee, e si sente in dovere di esprimerle. Non conoscono, beati loro, la retorica dell’eccesso, della novità a ogni costo, che la tecnologia informatica e la pratica dei selfie impongono ai ragazzi di oggi con tale irritante continuità da produrre, infine, solo fotografie noiose e banali..

Il taglio dei capelli è il ritratto dell’epoca: le ragazze hanno quasi tutte una chioma folta, che scende ad avvolgere il collo, e si increspa in onde più o meno accentuate; i ragazzi hanno curato la scriminatura, e la compattezza e la misura delle basette. Gli sguardi sono vivi e concentrati: sono gli sguardi aggressivi e maliziosi dei figli della piccola e media borghesia che portavano a scuola l’esperienza della “strada”, dei gruppi aperti che essi frequentavano, della battaglia quotidiana che le loro famiglie combattevano per migliorare la qualità della vita. Non ci sono due abbigliamenti uguali, e ragazze e ragazzi “calzano” con naturalezza il proprio abito e adottano, ciascuno, una sua propria “posa” affidando un ruolo importante alla posizione delle mani. I colori sono nitidi e luminosi, e il fotografo riesce a produrre un’immagine che pare, nei toni cromatici e nella prospettiva spaziale, il quadro di un pittore “macchiaiolo”.  Il ragazzo che apre la seconda fila infila in tasca solo una parte delle dita, e assume la posa che chiamavamo della “mastrascia”, mentre nel gruppo di destra mani e braccia si incrociano in un nodo di affetto. Michele Moccia fa da sostegno a due alunne, anche se il sorriso, lo sguardo e le mani di Antonella, la ragazza dal colletto rosso,sembrano dire qualcosa di diverso, e cioè che il professore è suo prigioniero; la ragazza di sinistra, in pantaloni bianchi, stringe il braccio di Michele con un affetto più controllato, con una scioltezza che viene sottolineata anche dal movimento delle gambe. La scintillante ironia di Luigi Carbone è fedelmente raccontata dalla dialettica tra la schiettezza del sorriso e la “posa” professorale delle braccia incrociate sul petto.

Avrei voluto parlare solo dei ragazzi, e non di Michele Moccia e di Luigi Carbone: le parole sviliscono la bellezza dei ricordi. Ma sentivo poco fa un politico sproloquiare in Tv, ancora una volta, sulle leggi della “buona scuola” e su simili amenità e mi chiedevo, ancora una volta, chi può essere così ingenuo o così ignorante da credere che basti una legge per raddrizzare la Scuola. La Scuola la fanno i docenti. Luigi Carbone e Michele Moccia furono due Maestri, tra i più importanti nella storia del Liceo “A. Diaz” di Ottaviano. Non mi permetto di parlare della loro preparazione, perché già parlarne sarebbe come sminuirla. Diceva Felice Borrelli che esistono tre categorie di docenti: della prima è meglio non parlare; la seconda comprende i docenti che sanno le discipline del loro ruolo; alla terza, la più alta, appartengono i docenti che “sanno”.  “Sanno”, senza complementi. Luigi Carbone e Michele Moccia “sapevano”: “sapevano” – una “sapienza” vasta e profonda – gli argomenti di cui parlavano; “sapevano” costruire e spiegare la rete dei nessi tra la letteratura, la storia, l’arte, la filosofia, la vita quotidiana, l’esperienza personale di ogni ragazzo; “sapevano” cogliere, da un movimento, da una smorfia, i pensieri che si muovevano nella testa degli alunni, e, se era necessario, li “confessavano” e li consigliavano, con tatto, con misura, e con incisivi “cazziatoni”;  “sapevano” fare questo perché svolgevano il loro lavoro con il cervello e con il cuore, perché rispettavano i ragazzi e la loro dignità. E perché rispettavano la propria dignità: che è l’ingrediente essenziale per costruire una “buona scuola”. Michele Moccia e Luigi  Carbone non dicevano “ io….io…io..”, ma “noi…noi..noi…”.

La compattezza del gruppo in questa fotografia non viene imposta dal fotografo, ma è naturalmente sollecitata da un sentimento complesso e intenso. E il fotografo è riuscito a cogliere e a “fissare” questo sentimento – amicizia, affetto, riconoscenza, gioia, ma anche malinconia – mentre muove i corpi e illumina gli occhi. Questi ragazzi già guardano al domani, sono preoccupati, ma sono anche pronti ad affrontare la battaglia, perché hanno capito la lezione, sanno che la cultura è uno “strumento” essenziale per conquistare uno “spazio” nel sistema sociale.

E poi  le giacche e le cravatte di Michele….