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Un caffè con…Gaetano Di Matteo

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La scrittura, i prodotti della terra, la famiglia e l’impegno: il giovane vicesindaco di Somma Vesuviana è un giornalista appassionato di politica ma, al momento, ha accantonato la «penna» per il Palazzo.

Il vicesindaco di Somma Vesuviana ha 33 anni, è diplomato in ragioneria e gli mancano pochi esami per raggiungere un altro obiettivo: la laurea in Scienze Politiche. Giornalista pubblicista, ha collaborato con varie testate, senza dimenticare il suo blog, l’Ulisse. In un anno la sua vita ha subito profondi mutamenti: impegnato in politica da tanto, stavolta si è ritrovato – inaspettatamente, precisa – a ricoprire un ruolo di responsabilità nell’amministrazione comunale eletta a giugno scorso e guidata dal sindaco Pasquale Piccolo. Di Matteo è infatti il vicesindaco, con deleghe alla polizia municipale, tributi, politiche giovanili, gemellaggi e pari opportunità. Nel frattempo si è sposato con Francesca ed è genitore felice della piccola Emma. Il suo segno zodiacale è la Bilancia, come pure il suo «arioso» ascendente: per chi ama questo aspetto della nostra rubrica, il suo tema natale si trova allegato in coda all’intervista.

Gaetano, pare che tu abbia avuto un anno intenso. Ma andiamo con ordine: mi parli dei tuoi studi?
«Mi sono diplomato in ragioneria a San Giuseppe Vesuviano, poi mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Politiche a Fisciano – perché più a misura d’uomo rispetto agli atenei napoletani – ho un buon curriculum universitario e mi mancano pochi esami alla laurea. Un professore mi aveva anche chiesto di restare all’Università per un dottorato – ho studiato documenti antichi, metodologia storica – ma non potevo permettermelo. A trent’anni ho altre priorità, quelle impellenti, quotidiane, una famiglia. Nel frattempo però ho sempre lavorato nell’azienda di famiglia che ora è chiusa».

 Di cosa ti occupavi?
«La ditta risale ai tempi di mio nonno, era una rimessa di frutta fresca e secca, di raccordo tra la campagna e i grossi trasformatori che poi imbustavano o insaccavano i prodotti della terra: albicocche, ciliegie, noci, nocciole. Ma adesso non c’è più lavoro e, anche per i problemi di salute di mio padre Giovanni, si è deciso di mollare: la crisi in questo settore è spaventosa. Il nostro mestiere è finito e mio padre stesso mi ha chiesto – sapendomi solo ad affrontare tutto ciò – di rinunciare. Avevo anche un progetto per mettere su un laboratorio di trasformazione di marmellate, ma non se n’è fatto nulla».

La passione per il giornalismo, invece?
«Nata dal niente, le notizie mi rincorrevano. Io credo ai segni e mi capitava di esserci sempre quando accadeva qualcosa, da incidenti stradali a violenti litigi. Diciamo che credo sia una predisposizione naturale, che ho recepito i segni, quelli che mi indicavano la strada. Sono sempre stato appassionato di politica, leggevo molto, scrivevo tanto e avevo scelto l’articolo di giornale all’esame di maturità: la traccia era sul tema dell’immigrazione ed era il periodo in cui si riversavano in Italia tanti immigrati dell’Est e, ancora prima, gli albanesi. Mi venne in mente la storia narrata nel film «Lamerica» di Gianni Amelio e la misi in contrapposizione con le centinaia di paraboliche sistemate sui tetti delle case albanesi. L’antitesi tra essere e apparire: per quelle persone l’Italia era il paese della cuccagna ma la realtà era differente. Lì, con il foglio bianco davanti, mi sentivo quasi come John Nash nel film «A Beautiful Mind», quando guarda la lavagna e vede solo i numeri e le soluzioni, isolando il contorno. Io mi isolai e scrissi. Ricevetti i complimenti da tutta la commissione. Poi, poco più tardi, ho cominciato a collaborare con testate giornalistiche: Il Mediano, Metropolis, La Provinciaonline, Il Roma con il quale ho conseguito il tesserino da pubblicista, quotidiani settimanali e sportivi, Il Mattino. Ho girato un po’, ho scritto molto, ho imparato il mestiere – ero più idealista all’inizio e magari facevo errori ingenui – ma è difficile campare scrivendo, lo sai.

Quasi impossibile. Quasi. Hai smesso per questo?
«Giornalisti si è sempre. Non è questione di lavoro ma più di sensibilità, di capire la notizia. Non si smette di esserlo. Però ho dovuto darmi uno stop quando mio padre è stato male. A casa servivano soldi e i soldi si fanno lavorando e guadagnando. In ditta – dove dovevo essere per rispettare una serie di impegni già presi – si cominciava alle sette del mattino e si finiva magari a mezzanotte. Ero da solo, dovevo badare a me stesso in tutto, cucinare, lavare i panni. Sì, mi è costato tanto. Per un po’, pur di non mollare, portavo con me il pc anche quando andavo, per esempio, a scaricare le albicocche, ho chiesto favori a tutti i magazzinieri di frutta della provincia, avevo sempre una pen –drive in tasca e li pregavo di farmi connettere a Internet per inviare i pezzi in tempo».

Tuo padre sta meglio, adesso?
«È molto fragile, non ha una qualità della vita altissima, la sua cartella clinica è un bollettino di guerra. Però è lucido per fortuna, ed è già una conquista».

Hai abbandonato quasi del tutto anche il blog che amavi tanto: a proposito perché lo avevi chiamato Ulisse?
«Perché è per me una figura di riferimento importante».

Parli dell’Ulisse di Omero o di quello di Joyce?
«Di Omero, l’Odisseo classico. L’idea potente del viaggio, delle prove da superare per poi ritornare in un luogo che senti tuo e dove c’è qualcuno che ti aspetta, che lo ha sempre fatto. Come Penelope, che gli resta per sempre fedele pur avendo mille occasioni».

Perché all’epoca non c’erano ancora le Pari Opportunità se no…
«Vero, oggi Penelope forse non avrebbe tutta quella pazienza».

Insomma, tornerai almeno al blog?
«In questo frangente, da amministratore, non è opportuno che scriva di politica. Le persone mi contestano, scusa il gioco di parole, ricordandomi le mie contestazioni. Ma sono ruoli diversi, è questione di alfabetizzazione della politica e in giro ce n’è davvero poca».

Finora che spazio ha avuto la politica nella tua vita?
«C’è stato, negli anni ’40 – ’50, un Gaetano Di Matteo assessore a Somma Vesuviana, con la Dc. Era mio nonno. In famiglia anche i Parisi, prima mio zio Antonio – con lui sempre percorsi differenti – e poi mio cugino Umberto, oggi consigliere comunale, che ho sostenuto nell’ultima tornata elettorale. Ma la mia passione non si deve a tradizione familiare, nasce da lontano, dal mio innato idealismo che, combinato con la sensibilità, porta a soffermarsi su determinate cose. Mi hanno sempre affascinato le biografie dei leader, da Napoleone Bonaparte a John Fitzgerald Kennedy, da Alcide De Gasperi a Giulio Cesare. Anche qui c’entra l’idealismo, il voler combattere le ingiustizie. Mia madre Lina dice sempre che forse avrei dovuto diventare avvocato».

Dunque la passione è nata, tolti i precedenti familiari, interessandoti alle biografie.
«Sì, ad un esame di storia contemporanea chiesero una tesina su un personaggio storico. Scelsi JFK e mi immersi nella storia della sua vita, mi affascinavano soprattutto le fragilità private, molto più che la vita pubblica. E Kennedy non era certo uno stinco di santo ma capacissimo di cavalcare i sentimenti, di mostrarsi come il mondo gli chiedeva di essere. Presidente cattolico, figlio di una famiglia considerata quasi una stirpe reale in uno stato laico. Uno sciupafemmine ricchissimo senza alcun bisogno di ostentare eleganza, mi ricordo sempre di un suo detto: “Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”. In queste parole c’è il senso di tutto, me lo ricordo quando vedo cartacce e lattine sparse in giro per la città e sento tutti lamentarsi con gli amministratori. Se non le abbandonassero in terra, ciascuno avrebbe fatto la sua parte».

Nel leggere la vita di questi uomini che hanno fatto la storia si scoprono sempre debolezze che non immagineresti, no?
«Sì, è così con Napoleone, per esempio. Un genio militare, un coraggioso, ma fragilissimo».

Ho letto i carteggi amorosi tra lui e Giuseppina, lo definirei un romantico ma assolutamente dipendente dagli umori della sua donna.
«Sarà. Ma è riuscito a scalare i vertici dell’esercito francese o di quel che ne rimaneva, a trasformare in soldati un’accozzaglia di contadini. Aveva un brutto carattere anche, ma quando è andato al potere ha veicolato l’idea che tutti si meritino, nella vita, un’opportunità, un riscatto: con i Politecnici, i concorsi pubblici. C’è un’altra figura che ho approfondito, quella di Carlo V, un uomo potentissimo ma poco noto, un personaggio che aveva in mano il Sacro Romano Impero, quello sul quale “non tramontava mai il sole”».

Tornando però ai giorni nostri, nella realtà, quand’è che è scoccata la scintilla d’amore tra te e la politica?
«La si deve a Carmine Mocerino (ndr, consigliere regionale UdC uscente, oggi ricandidato con la lista Caldoro Presidente), devo dargli atto che ebbe un’intuizione. Lo conoscevo già per ragioni lavorative ma un giorno si presentò a casa mia. Venne lui, senza emissari, bussò e chiese di me. Mi disse che avrebbe voluto partecipassi ad un progetto, una cosa mai fatta a Somma Vesuviana: il movimento giovanile di un partito, l’Udc. Dissi di sì, ci andai, conobbi vari giovani che poi negli anni hanno ricoperto ruoli istituzionali, da Raffaele Maione a Giuseppe Sommese. Mi ci ritrovavo, anche se non era propriamente il mio mondo, l’Udc».

Perché, qual era il tuo mondo?
«Non è facile rispondere, io sono liberale ma mi sento progressista in alcune cose, non sono massimalista. Diciamo che mi definirei un po’ particolare».

Fossi in te (con il tuo quadro astrale e conoscendoti un po’), proverei con i Radicali.
«C’è un amico che la pensa come te. Ma continuo a definirmi un liberale. C’è anche chi mi considera erroneamente comunista. Io non ho mai nemmeno votato a sinistra. Mi ritrovai in quel contesto centrista perché Carmine riuscì a canalizzare l’entusiasmo considerando ciascuno di noi una risorsa e, con il senno di poi, aveva ragione. Cominciammo a lavorare e quell’esperienza, durata anni, fu molto bella anche se dopo un po’ ognuno ha preso la sua strada e l’Udc ha perso un po’ quota».

Com’era Mocerino in veste di mentore?
«Un po’ pignolo. Ma ti dava gli strumenti, ti insegnava le cose, l’abc della politica. Però non è riuscito a togliermi la vena contestatrice, perché se un giovane a vent’anni accetta passivamente ciò che viene deciso dagli altri è un “non” giovane. Si investiva moltissimo sui giovani, nell’Udc. Oggi non lo fa nessun partito. Noi incontravamo Follini che ci faceva da maestro, mi piaceva molto la sua retorica tonda, quel suo modo di non essere subalterno. Io c’ero all’Hotel Minerva, a Roma, quando si dimise da segretario e lessi sul suo volto tutto il dramma di un uomo che non stava rompendo soltanto con la politica del passato, ma anche spezzando un’amicizia trentennale, quella con Pierferdinando Casini. Insomma, allora avevamo l’orgoglio di stare in quel partito, eravamo un bel gruppo anche con i giovani di Pomigliano d’Arco e Sant’Anastasia. Carmine mi diede inoltre l’opportunità di fare, giovanissimo, il delegato ad un congresso nazionale di partito e non era certo l’UdC di oggi che conta quanto il due di picche».

Sai che ti chiamavano portaborse, che dicevano che lui ti stipendiava?
«Mica dicevano solo questo. Per loro sfortuna, e forse anche mia, non ho mai preso nulla. Dicevano anche che mi dettava gli articoli, invece non si è mai nemmeno consentito di alzare il telefono per interferire. Un consigliere comunale mi accusò persino di andare da lui a prendere la «comanda», come un cameriere al ristorante, cose assurde e assolutamente false. Fu invece una scuola, una sorta di formazione, noi giovani dell’Udc andavamo anche alle trattative politiche, come accadde nel primo governo cittadino dell’ex sindaco Allocca».

Il compianto sindaco Allocca lo hai contestato parecchio.
«Il mio rapporto umano con lui era diverso e mi spiace tanto che non ci sia più. Lui scherzava tantissimo, diceva che grazie a me era diventato “Re Ferdinando”, inoltre non si poteva non apprezzare la sua empatia con il pubblico, con la gente. Sai cos’è? Non era lui il problema ma chi gli stava intorno, era consigliato male, malissimo. Lui invece ci metteva sempre la faccia. Sono stato critico dal punto di vista gestionale, verso il sistema, non verso l’uomo».

Hai detto di non aver mai votato a sinistra. Ma La Città Cambia, Lorenzo Metodio, non li hai appoggiati nella precedente tornata elettorale?
«Non era mica un covo di comunisti, c’erano giovani che arrivavano da esperienze diverse, anche di destra. La chiave era civica, mi entusiasmò l’esperienza e ormai mi ero allontanato dall’Udc che trovavo troppo conservatore. Lorenzo era in gamba, aveva una serie di progetti tra i quali l’abbassamento dell’aggio Geset e, per dirla tutta, non mi aveva promesso assessorati. Del resto un pochino di esperienza ce l’ho e sapevo come sarebbe finita. Ma strizzavo già l’occhio a L’Aurora, aveva in sé quel seme di civismo che non si trovava né in Forza Italia né negli altri partiti, un po’ la riproposizione della vecchia Ginestra di Ciro Raia, ma con Pasquale Piccolo che poi, la volta successiva, è diventato sindaco».

Un sindaco che hai sostenuto, tant’è che ne sei il vice. Ti ha convinto subito?
«Non ho mai appoggiato candidature di famiglia, ma quando è spuntata quella di mio cugino Umberto,  ragazzo serio e brillante professionista, ho sposato la causa della sua elezione in consiglio comunale e ci ho messo la faccia. Della lista mi interessava poco, molto invece del progetto e di un sindaco che lo facesse proprio, Piccolo lo fece e ora siamo qui».

Sapevi già in campagna elettorale che saresti entrato in giunta?
«Assolutamente no, anche su questo c’è stata una lunga diatriba. Il nome era un altro ma non è passato per varie ragioni, il mio non era in preventivo».

Si è detto anche altro, lo sai. Che ti è stato dato l’incarico perché dovevi sposarti, perché ne avevi bisogno.
«Altre sciocchezze. Il mio matrimonio non era affatto in programma e se l’idea fosse stata quella di aiutarmi con un “lavoro” si sarebbe potuto ovviare in altro modo, del resto prima delle elezioni ho sostenuto una serie di colloqui perché mio padre mi aveva già chiesto, insistentemente, di non continuare con l’attività di famiglia».

Quando hai saputo che saresti diventato vicesindaco?
«Ad una riunione, me lo disse il sindaco. Ringraziai, ma dissi che avrei dovuto confrontarmi con le persone con le quali avevo iniziato il percorso. Lo feci e anche il diretto interessato, quello il cui nome non era passato, mi diede fiducia».

Un contestatore nel Palazzo. Essere alla prima esperienza amministrativa non ti ha spaventato un po’?
«No, se conosco una cosa la faccio. Se non la conosco, la studio. Se non riesco a fare l’una o l’altra cosa, chiedo aiuto e cerco di imparare. Per i tributi, ad esempio, comparto complesso dal punto di vista gestionale, ho trovato grande collaborazione. Il mio cavallo di battaglia è sempre l’abbassamento dell’aggio Geset».

Il primo approccio con la gestione non ti ha fatto pensare alle tante critiche che muovevi da “fuori”?
«Io contestavo la chiusura del Palazzo rispetto alle dinamiche in cui dovrebbero essere coinvolti i cittadini. Una cosa che questa amministrazione ha fatto è stata ribaltare un paradigma, ti faccio un esempio stupido in apparenza: prima in consiglio comunale si lasciava il compito di rispondere ai dirigenti. Ora, sui tributi, hanno scuoiato vivo me. Ci mettiamo la faccia, ci trovano al Comune, programmiamo, seguiamo i processi, gli iter. I cittadini, per l’80 per cento almeno, chiedono del sindaco perché individuano in lui una sorta di figura paterna. Ma noi, tutti, siamo lì. Ed  è una novità, ti assicuro».

Mi dici la prima cosa  da amministratore che proprio non ti è andata giù?
«Bella domanda. La verità è che pensavo fosse tutto più semplice. Ecco: non ci sono gli adeguati automatismi. Tu pensi di realizzare una cosa e vorresti metterla in atto, sembra facile ma è difficilissimo. Anche perché siamo sotto organico, molti dipendenti sono anziani, il resto ovviamente deve accollarsi carichi assurdi, sono spompati. La pubblica amministrazione dovrebbe essere una filiera, prendiamo le opere: l’iter dovrebbe essere progetto, messa in atto, collaudo, consegna. Fosse così non ci sarebbero opere incompiute, avremmo disponibile il Castello d’Alagno, piazza Europa e così via».

Andiamo per comparti, in quello delle politiche giovanili cosa hai trovato?
«Nulla, praticamente. Se non i ragazzi del servizio civile. Ho portato subito in giunta un progetto Regi Lagni e ho ripreso in mano i vecchi piani territoriali giovanili del 2010 che erano fermi – si era praticamente arenati ai soli bandi – e ho avuto la collaborazione degli assessori di Pollena Trocchia e Sant’Anastasia, Pasquale Fiorillo e Lucia Barra».

Sei stato molto criticato perché da comune capofila hai, come dire, “ceduto” la presentazione di  “I want  to be clean” – il festival dell’ambiente – a Pollena Trocchia…
«I piani territoriali giovanili sono dell’ambito, siamo sei comuni. E siccome dal momento in cui ho accettato l’incarico di vicesindaco e assessore mi accompagna, forte, il senso di responsabilità, lo stesso di quando vedo una bandiera delle istituzioni, mi è sembrato equo agire con correttezza. La presentazione è stata fatta a Pollena, sì. A Sant’Anastasia faremo i convegni, a Massa di Somma le proiezioni e a Somma Vesuviana chiuderemo, con la premiazione. Tutti vogliamo che il festival dell’ambiente, cosa che non c’è in alcun altro luogo della regione, esca forte, coinvolga l’intera area. Potrei farmi bello nel mio paese ma è pur vero che per essere forti bisogna cooperare».

Il nuovo Forum dei Giovani, di cui anche tu hai fatto parte in passato, si eleggerà a breve?
«Il regolamento è pronto da tempo, è stato sottoposto alla maggioranza e alla minoranza nonché votato all’unanimità e passato in commissione, siamo partiti il 23 aprile e chiuderemo il 22 maggio, un mese abbondante».

Hai la delega ai gemellaggi, ma non mi sembra di ricordarne uno.
«Ho ritrovato un rapporto epistolare tra il sindaco Allocca e un paese della Polonia. Sto valutando se mandare avanti la cosa o concentrarmi sulle progettualità e le possibilità che ai gemellaggi danno i fondi europei. Magari con un progetto che di rimbalzo arrivi fino in Norvegia, così da valorizzare la nostra tradizione concernente il baccalà e lo stoccafisso. Abbiamo preso contatti con imprenditori ma per il momento ci sono impellenze più urgenti, rincorriamo l’ordinario».

Alle Pari Opportunità ci credi davvero? La commissione è stata eletta, sono stati realizzati eventi ma l’ulteriore assessore donna che la norma vorrebbe ancora non c’è…
«Ho voluto fortemente questa delega e la considero il mio fiore all’occhiello, ci tengo tantissimo e devo dire che anche il sindaco Piccolo ha mostrato grande sensibilità, al di là delle polemiche sulla giunta. Attendiamo ancora una risposta dalla Prefettura alle nostre osservazioni in merito. Intanto, abbiamo messo in campo cose mai fatte, una serie di progettualità, il progetto sull’omofobia, la Commissione che sta lavorando, le presentazioni di libri. Il tutto senza soldi, facendo di necessità virtù. Ci credo sul serio, ai cittadini va dato il giusto indirizzo, l’istruzione rispetto a determinate cose».

Polizia Municipale, anche questa una tua delega. L’organico ridotto dà qualche problema, a quanto so.
«Sì, ci sono poche risorse e i vigili dovrebbero occuparsi di tutto, dalla viabilità alle notifiche. A queste ultime abbiamo ovviato dotando il consiglio comunale di pec, per evitare quelle a mano. Devo dire però che sto trovando estrema collaborazione nel comandante, Giovanni Vispo, e in tanti agenti che stanno buttando il cuore oltre l’ostacolo».

I tributi. Più che chiederti un resoconto della situazione vorrei mi dicessi se nei prossimi mesi ci sarà la possibilità di «limare».
«Non è impossibile, ci stiamo provando. Ci sono problemi normativi e la situazione è davvero molto ingarbugliata. Il problema non è tanto il concessionario, è che dovremmo pagare tutti per pagare meno. Stiamo accelerando e tentando di introdurre misure serie che scovino le sacche di evasione, riscrivendo i ruoli e dando il via a controlli incrociati. Alcuni contratti li abbiamo ereditati, sussistono ragioni di bilancio e nel frattempo la crisi si fa sentire, per le famiglie e anche per l’Ente».

La crisi si fa sentire sì, nelle nostre zone in particolare. Tu hai mai pensato di andare via?
«Più di una volta, volevo allontanarmi, essere indipendente. A un certo punto della mia vita mi è caduto addosso tutto il peso della solitudine. Sì, avrei voluto andare via ma non ho potuto: mio padre si è ammalato e mia sorella Amelia era già fuori casa, lei dirige il Nea, un caffè che è anche galleria d’arte in piazza Bellini a Napoli e intanto si sta laureando in Conservazione dei Beni Culturali. Non è che possiamo andarcene tutti. Poi ora ci sono Francesca ed Emma».

E sei rimasto. Ma in giro si sente dire che la giunta Piccolo ha le settimane contate. Giusto il tempo delle elezioni regionali. È vero?
«Si dicono tante cose, si parla di una spada di Damocle che pende minacciosa sull’amministrazione, in giro si sente di un cambio di squadra. Io parlo di fatalismo, invece. Credo che dovremmo lavorare con tranquillità e con il concetto che tutto è migliorabile. È’ un momento particolare dal quale credo che usciremo, se uniti e protesi al raggiungimento del bene comune. Purtroppo amministrare non è semplice anche perché mancano le risorse e, contemporaneamente, aumentano le complessità dei problemi. Le voci le ascolto poco e mi auguro che dalle urne delle regionali possano uscire dei risultati che ci diano una mano concreta a rilanciare e valorizzare i nostri territori».

Ma il problema qual è? Ovviamente se c’è un problema, politico o di altra natura.
«Non so, ci mancano le analisi. A dire il vero manca anche l’opposizione, magari ci dessero gli adeguati stimoli».

Tu chi voterai alle regionali?
«Stefano Caldoro, anche perché gli uomini soli al comando non mi hanno mai convinto».

Al momento ti ritrovi in un partito politico nazionale?
«No, aspetto quel che accadrà nel centrodestra dove ora non ci sono figure carismatiche. Berlusconi è ormai finito. Ma alla fine l’Italia è sempre quella, lo vediamo con Renzi: siamo in un paese dove, se fai anche solo un provvedimento stradale, a cinquanta va bene ma è quasi certo che gli altri cinquanta contestano in piazza».

Qual è l’ultimo libro che hai letto?
«Numero Zero» di Umberto Eco, ma non riesco a finirlo. Arrivo a casa stremato e c’è Emma, preferisco stare con lei».

Meglio Emma, quello di «Numero Zero» non è il solito Eco, ti assicuro. Faticosa l’esperienza da neopapà?
«Mi dicevano che avrebbe cambiato la mia vita. In effetti è cambiata la vita ma anche il sonno, gli orari e i pensieri. Non conosco più un cinema, un teatro, prima andavo ovunque ora sì, faccio fatica. Ma sono felice di portare con me Emma, anche alle riunioni di partito».

Devo chiamare il Telefono Azzurro?
«Perché la introduco nella politica sommese? Ma no, lei sta bene»

E tu? Quando eri piccolo e ti chiedevano cosa avresti voluto fare da grande?
«Volevo diventare un commissario di polizia, stanare i cattivi. Poi, a un certo punto, mi ha affascinato lo stereotipo del giornalista con le penne in tasca, il taccuino e il trench. La solitudine di questo mestiere, l’isolarsi mentre si scrive».

Ti manca, si vede.
«Sì, ma intanto sto scrivendo un romanzo. Dovrebbe essere un thriller, ma non so davvero dove andrò a parare e al momento non ho molto tempo. Diciamo che sarà un racconto alternativo della provincia italiana dove compaiono i cosiddetti “colletti bianchi”».

Ora invece? Cosa vuoi fare da grande?
«Devo citare uno scrittore che conosco e che è anche tuo amico, Antonio Menna. Lui disse: “Voglio il posto alla Posta, la casa, il cane”. Ho una figlia, adesso. Penso poco a me e più a lei. Lavorerò, oggi tutti i lavori che ci sono riguardano il terziario, ma del resto non mi hanno mai affascinato né i soldi né il potere. Vivo con poco».

Ma chi è nato sotto il segno della Bilancia, come te che hai lì anche l’ascendente, non può non essere affascinato dal lusso, dai.
«Se per lusso intendi eleganza e ricerca del dettaglio, hai ragione. Io porto i gemelli, per esempio. Ma non sono d’oro. Avevo un portasigarette che ho perso nel trasloco. Amo l’originalità, la piccola cosa che può fare la differenza».

Quali sono le tue ambizioni per il futuro? In politica, intendo.
«Al momento non ho ambizioni particolari, mi interessa semplicemente dare un piccolo contributo alla mia cittadina».

Quali valori vorresti trasmettere a tua figlia e cosa si deve fare, secondo te, per essere un buon genitore?
«Ad Emma mi piacerebbe trasmettere i valori classici come amore, verità, pace, rettitudine, non-violenza più il rispetto verso sé e gli altri. Non lo so cosa serva per essere un buon genitore, altrimenti non si direbbe che “è il mestiere più difficile del mondo”».

Ti piace la tua città? Da amministratore, se potessi senza sforzi cambiare una cosa domani stesso quale sarebbe?
«Io amo la mia città! Cambierei la diffidenza nella testa dei cittadini nei confronti della politica».

 Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio?
«Ti rispondo con le parole di mia moglie Francesca: secondo lei il mio più grande difetto è l’egocentrismo, mentre il pregio è il mio sentimentalismo».

Mi spieghi perché un napoletano, un vesuviano come te, è tifoso sfegatato dell’Inter?
«Per due motivi: il primo riguarda la mia passione per Walter Zenga, ex portiere dei nerazzurri, mentre il secondo è riferibile al fatto che fossero in quel periodo, quando ho iniziato a interessarmi al calcio, tutti tifosi del Napoli di Maradona e, onestamente, mi piaceva andare controcorrente».

Ti sei dato scherzosamente l’appellativo di «dottore dell’amore», perché?
«Il nomignolo nasce da un programma radiofonico che facevamo a Radio Antenna Uno: Oreste Vibrati faceva il “dottore della tosse”, a me rimaneva l’amore.

Credi sia eterno, l’amore?
«L’amore è eterno finché dura, il resto sono chiacchiere, libri, poesie e buona musica».

A proposito di musica, la canzone che ami di più?
«Sempre e per sempre di De Gregori».

Il film più bello che tu abbia mai visto?
«Probabilmente “C’era una volta in America” di Sergio Leone».

Se ti chiedessi di descriverti con un solo aggettivo?
«Eloquente».

 Meglio un messaggio, una lettera o una telefonata?
«Una lettera».

Qual è la cosa più strana che ti sia mai accaduta?
«Di ritorno da un viaggio in Spagna sbagliai volo, insieme ad altri italiani, per la distrazione delle hostess di una nota compagnia low cost. Infatti, invece di imbarcarci per Ciampino ci fecero salire su un volo diretto ad Orio al Serio. Fortunatamente all’ultimo secondo si resero conto dell’errore e ci fecero scendere dall’aeroplano giusto in tempo».

 Potendo scegliere un superpotere, quale vorresti?
«L’invisibilità».

Se avessi una cifra sconfinata di denaro, cosa faresti?
«Come tutti i bambini tifosi, penso che comprerei l’Inter».

Credi in Dio?
« Credo in Dio, certo. Avrei una seria difficoltà a pensare che tutto ciò che siamo sia solo in questa vita».

Sei mai stato attratto da una persona dello stesso sesso?

«Affascinato più che attratto».

Qual è la cosa che devi assolutamente fare nella tua vita?
«Scrivere un romanzo che nessuno leggerà».

Sei vanitoso? Abbini sempre i golfini agli occhi?
«Sì, sono piuttosto vanitoso anche se ho smesso di abbinare i golfini agli occhi».

Non è vero, in questo momento il tuo golfino è abbinato alla perfezione.
«Un caso».

Qual è l’ultima volta che hai pianto, se è accaduto, e perché?
«Certo, l’ultima volta è stato per mio padre. Ho visto una quercia ripiegarsi e il peso delle responsabilità sulle mie spalle».

Trovi un assegno circolare di 100mila euro in terra, cosa fai?
«Immagino di fermarmi a leggere molte volte la cifra, poi non lo so».

 La tua fobia?
«Le montagne russe».

Perdonare o dimenticare?
«Dimenticare è meno faticoso».

 Se avessi la possibilità di conoscere il tuo futuro, la useresti?
«Non credo».

Meglio parlare o ascoltare? Ma la risposta la conosco…
«Avere pazienza… di ascoltarmi».

Hai tabù, pregiudizi?
«No, non credo».

Il proverbio che prediligi, se c’è.
«Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi».

 Se potessi chiedere al destino una sola cosa, quale sarebbe?
«Di far crescere serena mia figlia».

Se dovessi descriverti, con poche parole, a qualcuno che non ti conosce, cosa diresti?
«Ciao, sono Gaetano Di Matteo nato sotto il segno della Bilancia, ascendente Bilancia. Il resto lo lascio alla tua fantasia se ne hai».

gaetano di matteo carta natale

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