L’esito del referendum occasione per un serio piano energetico nazionale. Il pretesto per contestare il governo. Nel mondo riprende la lotta ai cambiamenti climatici.
I giorni del dopo referendum sono più complicati di quelli che l’hanno preceduto. Il vasto schieramento che ha sostenuto il no o l’astensione ora deve dare prova di una reale volontà di svolta nella politica energetica nazionale. Deve farlo subito se, dopo aver neutralizzato la consultazione popolare, non vuole restare vittima di nuovi ostacoli o di propaganda deteriore. Le trivelle continueranno ad estrarre gas e petrolio – come in parte era previsto- ma l’ora delle energie rinnovabili e di un Piano energetico nazionale è arrivata. I Cinque stelle in questi giorni si lasciano andare a considerazioni stupefacenti. Un loro esponente di spicco ha spiegato l’insuccesso del referendum come “di una lotta tra bande all’interno del Pd “. Una sorta di sabotaggio ad opera di un pezzo del partito del premier. Ventiquattr’ore prima egli vedeva la spallata popolare come bella e risoluta. Altri rappresentanti delle istituzioni annunciano ricorsi dall’esito assai incerto. Il voto di domenica scorsa ha, invece, segnato uno spartiacque nel panorama delle fonti di energie. Le rinnovabili non si sviluppano dall’oggi al domani. Le fossili hanno ancora molto mercato e godono di grande domanda. L’orizzonte italiano fa i conti con una lentissima ripresa economica nella quale l’energia gioca un ruolo centrale. Un mix temporaneo tra le due categorie può e deve sussistere. Quanti tra quelli che sono andati a votare hanno dato credito allo slogan “governo amico dei petrolieri “? Era credibile una simile e riduttiva posizione per condurre l’Italia verso un’alternativa ? Non si può intraprendere una battaglia per l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, le energie alternative come in un’assemblea studentesca. La materia è complessa, l’Italia ha una tradizione in questo campo che data dalla fine della guerra. Le scelte di lungo periodo per rimettere in piedi il Paese ed assicurare sostegno ad una idea di benessere diffuso, hanno incrociato strategia di politica estera al più alto livello. Ci sono state pagine poco trasparenti e connessioni non sempre limpide. Ma anche chi oggi ritiene di avere pronta “la” soluzione deve fare, e seriamente, i conti con la propria coerenza. Vuoi che combatta le pale eoliche in Irpinia , gli inceneritori o le nuove centrali. Il referendum sulle trivelle è stato un pretesto per misurare la capacità di reazione di una parte d’Italia alle decisioni del governo. Nessuno ha detto ai cittadini-elettori cosa vuol dire smantellare una piattaforma petrolifera. Lo ha ricordato ieri il Sole 24 ore, quando ha elencato le procedure per arrivare allo stop, alle valutazioni di impatto ambientale, all’affondamento o al riutilizzo per scopi didattici delle piattaforme. E i costi ? Glli accordi sottoscritti tra le compagnie e lo Stato ? Terminate le estrazioni le Società concessionarie devono dire per filo e per segno cosa e in quali condizioni lasciano gli impianti. Tutto questo viene ancora prima delle ricadute occupazionali associate alla fine dell’esplorazione.Lo scenario per l’energia, i fabbisogni, la sicurezza degli approvvigionamenti, i cambiamenti climatici ha dimensioni planetarie. Ben più realistico è il pensiero di Papa Francesco nell’enciclica ” Laudato si” a proposito dei “combustibili fossili da sostituire progressivamente e senza indugio”. Non è servito farsene subdolo strumento . L’Italia può davvero mettere mano alla svolta ambientalista con gli strumenti della democrazia e della partecipazione. Il monito di Papa Francesco, del resto, risuonerà solenne tra i Capi di Stato il prossimo 22 aprile, quando all’Onu firmeranno il documento approvato alla conferenza mondiale sul clima di Parigi a dicembre scorso. Proviamo a immaginare i loro commenti sul referendum italiano sulle trivelle. ***



