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sabato, Novembre 27, 2021

Tornano le “Vie del gusto”, con il menù della meditazione

Il 18 novembre tornano le “Vie del gusto” e la “Tenuta San Sossio” è, per i valori dello stile e della cucina sapiente, un “luogo” adatto per celebrare questo ritorno.  Il menù della serata si ispira ai simboli della meditazione, poiché,  diceva Alfredo Panzini, il “piatto” è un libro: e nel menù ci sarà un “piatto” di riso con zucca e castagne che ci suggerirà di riflettere  sull’importanza di quei momenti in cui guardiamo dentro di noi e giudichiamo noi stessi per poi tentare di capire il senso delle cose e dei fatti che stanno e si muovono intorno a noi. La “filosofia” delle castagne la illustreremo, quella sera, anche leggendo una intensa poesia di una grande Donna del teatro napoletano. Il quadro che correda il programma delle “Vie del gusto” e l’articolo è stato dipinto da Paolo Antonio Barbieri (1603- 1649).

 

La meditazione è, da sempre, il momento della pace con noi stessi: la pace mentale che nasce dal “gesto” con il quale allontaniamo da noi i dubbi e i problemi, non per dimenticarli, ma per inquadrarli meglio e valutarli nella loro completezza. La meditazione ci aiuta a mettere insieme i cocci, a trovare un nesso tra i frammenti, a giudicare dopo aver giudicato noi stessi. E’ un’”arte” di cui non possiamo fare a meno, soprattutto in questi tempi di pandemia, tempi di confusione e di oscurità. Il riso con zucca e castagne, che verrà proposto dalla “Tenuta San Sossio” come primo piatto, è un saporoso omaggio alla meditazione. La filosofia indiana fa del riso un protagonista assoluto della cultura della serenità. Il riso sollecita l’attenzione e la concentrazione prima di tutto in chi lo cucina. Alfredo Panzini, quando cucinava il risotto “milanese”, si immergeva in un silenzio assoluto, e i suoi gesti e i suoi “tempi” erano quelli di un rituale mistico: quando poi il “risotto” arrivava a tavola, “ i suoi occhi  ridevano più che se avesse scritto un nuovo capitolo di un libro”: così racconta Prezzolini: e aggiunge che la soddisfazione silenziosa del cuoco si trasmetteva agli ospiti. Perché un “piatto” è come un libro, racconta e trasmette, a chi sa coglierli, i pensieri dell’autore: il cibo è anche ricchezza verbale, è anche un “lusso di parola”, come ci ha insegnato, in “Palomar”, Italo Calvino. La meditazione ci permette di trarre importanti insegnamenti dalla storia della zucca che, trasformata dalla voce del popolo in simbolo di stupidità e di speranza vana e ingannevole, grazie ai medici dell’Ottocento divenne l’immagine delle virtù salutari che la Natura nasconde anche nelle sue “erbe” più comuni. Cosa ci “dicano” le castagne sul valore della meditazione viene illustrato dal quadro che correda il post delle “Vie del gusto” e  questo articolo, un quadro in cui Paolo Antonio Barbieri, fratello di Giovanni Francesco, detto il Guercino, ha saputo far sì che la forma e il colore, luminoso ma non prorompente, del magico frutto suggerissero la percezione di un silenzio solenne, loquace più di un lungo discorso. Il pittore lascia alla nostra meditazione il compito di stabilire se in quel cesto ci sono le castagne per i poveri o quelle dei signori: nell’ Italia del Nord, racconta Bonvesin da la Riva, le castagne dei nobili, “che si chiamano marroni”, venivano consumate dai signori, arrostite o lessate, e spesso accompagnate dalle ostriche. Le castagne hanno tutte lo stesso guscio: ma sotto quel guscio cosa c’è ?Nel 1893 le guardie urbane ottajanesi inflissero una pesante ammenda a un bottegaio di piazza San Lorenzo accusato di vendere “cibi guasti” e “frutti malsani”, e tra questi, anche le “castagne del prete”, secche e con le bucce, che Emanuele Rocco chiamava “vecchioni” e che “son per lo più fracide e di cattiva qualità”: con buona pace dei “vecchioni “ e dei “preti” tirati in ballo dall’onomastica di origine contadina. La castagna può essere bella fuori, ma bacata dentro, e perciò può essere l’immagine degli ipocriti e dei falsi “che hanno bella la corteccia / ma hanno, dentro, la magagna”.E non a caso Marziale ricordava all’amico Toranio, invitato a pranzo, che le castagne cotte a fuoco lento sono una creazione della “dotta Napoli”, della sapienza di Napoli. “ La mia cena è modesta, non lo posso negare, ma non dovrai né dire, né ascoltare bugie, e potrai stare sdraiato a mensa col tuo volto abituale.”. E’ un pranzo tra amici, e alle castagne si accompagna la musica.. La storia dei “piatti” con le castagne ci induce a riflettere sul destino delle cose e degli uomini: gli “gnocchi di castagne” di Valchiavenna e i “sabadoni” di Romagna –  tortelli ripieni di castagne – ,un tempo cibo di contadini, oggi sono un vanto degli chef di grandi ristoranti. Insomma, la castagna è veramente un “libro di filosofia”. E nella serata presso la “Tenuta San Sossio” daremo la conferma di questa “filosofia” della castagna leggendo una meravigliosa poesia di una grande Donna del teatro napoletano.

 

 

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