LA TRANSAVANGUARDIA SECONDO MIMMO PALADINO

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Un universo di essere immaginari, arcaici ma svuotati di un eccessivo contenuto simbolico popolano le opere del transavanguardista beneventano.

“Le figure dei miei dipinti, gli animali, le maschere, il tema della morte: non voglio spiegarli o analizzarli. Sono le radici dalle quali si sviluppa l’immagine, ma non il suo contenuto. Cioè un’area completamente diversa che non può essere indagata con i metodi della critica d’arte”.

Ecco il sunto dell’idea artistica di Mimmo Paladino, il suo concetto di pittura, significativamente intriso di una dimensione che esula, o per meglio dire scavalca la pura espressività del colore, evidenziando lo sforzo mentale di andare oltre la tavolozza. Protagonista della Transavanguardia, nato a Paduli (Benevento) il 18 dicembre 1948, dopo gli studi al liceo artistico di Benevento, negli anni sessanta, come altri artisti della sua generazione, subisce il fascino trasgressivo della Pop Art e contemporaneamente matura le prime, decisive esperienze individuali attraverso la grafica e la fotografia.

Proprio il medium fotografico, indice di una cultura “fredda”, per usare la grammatica del celebre sociologo canadese Marshall MacLuhan, rappresenta un’esperienza cha ha indicato passaggi rivelanti. In un colloquio con il critico statunitense Arthur C. Danto, Paladino in maniera risoluta sostiene come la sua opera non abbia “alcuna dimensione narrativa”. Riflettendo sul suo procedimento creativo, nel passo in cui distingue tra opere di piccolo formato, che chiama icone, e lavori di maggiore complessità, sottolinea la necessità di mantenere in questi una dimensione impersonale, per evitare “ogni eccesso di espressionismo”, ammettendo di concepire un lavoro che abbia “una complessità diversa rispetto al disegno [in cui] prevedo un ricorso alla non espressività, perché essa mi permette di avere una distanza dal lavoro stesso, di controllarlo meglio”.

Il repertorio dell’artista beneventano rappresenta un universo variopinto, costellato da esseri arcaici e immaginari, attori di una dimensione magica e onirica, in parte derivati dalla colorita tradizione fiabesca e delle leggende meridionali. Volti ovalizzati e distorti in un’espressione larvale sospesa tra le stravolte figure di Munch e l’inquietante ieraticità dei pupi siciliani, attecchiscono sulla tela, reclamando uno spazio, danno vita a figurazioni strane, inquietanti ma che Paladino cerca di spiegare: “l’arte è come un castello di carte con molte stanze sconosciute colme di quadri, sculture, mosaici e affreschi, che tu scopri con meraviglia nel corso del tempo […]. L’artista, come un acrobata sulla fune, si muove verso più direzioni non perché pieno di destrezza, ma perché non sa quale scegliere”.

Se la componente narrativa e la memoria arcaica non sono decisivi, perché propedeutici sono il solamente il progetto e l’ideazione, l’artista per le sue opere elabora meticolosamente l’idea e sceglie i materiali, prepara i bozzetti cosi da “produrre l’idea”. È evidente come la lezione di Duchamp e del Minimalismo sia stata assunta ad argine per le vertigini del soggettivismo e dell’eccesso di espressività; Paladino rivendica la consapevolezza che “il linguaggio è più importante del soggetto poetico”, rispolverando così l’antico adagio leonardesco che l’arte “è cosa mentale”. Senza titolo (foto) è una grande tela del 1982: una donna seduta al centro davanti ad una sorta di recipiente informe, sulla sinistra una miriade di oggetti.

La figura al pallore spettrale stride rispetto allo spazio piatto, bidimensionale ma imbevuto di un rosso acceso. La sua mancanza di volume e gli astrusi simboli protogeometrici in basso a destra ricordano l’immediatezza di certe pitture rupestri, rimandano ad un passato remoto, preistorico. Suggestioni recondite sembrano riesumate attraverso la ieratica fissità del volto in un azzeramento totale di emozionalità, atmosfere perfettamente idonee alla donna fantasma. Ma se l’immagine informa di un dialogo con le radici più intime e nascoste dell’essere, del recupero di un mondo arcaico, come abbiamo sottolineato fin dall’inizio, è sempre Paladino che, comunque, invita a non cercare troppe simbologie latenti in quegli esseri bizzarri che popolano il mondo delle sue opere.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

L’IMPORTANZA DEGLI ENTI LOCALI NELLA GESTIONE DELL’INSICUREZZA URBANA

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La questione dell”insicurezza urbana ha prodotto significative trasformazioni nelle politiche pubbliche degli enti locali, diventati attori principali nelle strategie per la produzione della sicurezza. Di Amato Lamberti

Nonostante ci siano molti sostenitori della polizia di prossimità, c’è anche chi, come Skogan, sostiene che più aumenterà la capacità dei cittadini di comunicare con gli agenti di polizia e più diminuirà proporzionalmente la capacità delle forze dell’ordine di controllo globale dei quartieri.
Proprio per questo, negli ultimi dieci anni, in Italia, non sono mancate iniziative a tutto campo che si collocano a metà strada tra interventi preventivi e repressivi che coinvolgono tutti gli attori interessati.

Per l’attuazione di politiche di sicurezza operative, è stata sottolineata l’importanza di assumere il punto di vista dal basso, facendo costante riferimento alle situazioni concrete e riportando tutte le scelte e le iniziative alle capacità e alle risorse dei cittadini e delle strutture partecipative, capaci di farsi carico dei problemi della sicurezza. Un’iniziativa in tal senso è stata l’istituzione di un numero verde per la raccolta delle denunce, previsto in ogni Questura; l’istituzione dell’Ufficio Relazioni con il pubblico e l’estensione del servizio di raccolta a domicilio delle denunce.

In generale, possiamo notare come la questione dell’insicurezza urbana ha prodotto significative trasformazioni nelle politiche pubbliche degli enti locali che, in accordo con Selmini, hanno assunto un’importanza fondamentale nel nostro paese, così come nel resto d’Europa, diventando gli attori istituzionali principali nell’avvio di strategie per la produzione della sicurezza.
Il decreto legge del 23 maggio 2008 n.92, poi convertito in Legge 125 del 24 luglio 2008 recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, segue questo fenomeno di delega, e va nella direzione di un generale ampliamento dei poteri di ordinanza dei Sindaci sul tema della sicurezza urbana.
Meglio noto come “pacchetto sicurezza”, questa legge ha fatto molto discutere perché in essa vengono inasprite tutte le disposizioni riguardanti l’ingresso da parte degli extracomunitari in Italia, ed introdotte anche una serie di misure molto dure come:

– L’aggravante di reato se a commetterlo è un immigrato irregolare.
– L’inserimento delle Ronde.
– Il reato di clandestinità.
– Il prolungamento della detenzione nei Centri d’Identificazione Temporanea fino a 18 mesi, mentre precedentemente era di 60 giorni.

Nello specifico, per quel che riguarda le ronde, è prevista la collaborazione con le forze dell’ordine da parte di associazioni di cittadini organizzati e iscritte in un apposito elenco a cura del prefetto.
In base alle diverse necessità delle varie città, inoltre, il primo cittadino potrà disporre dell’impiego di militari con poteri di polizia, instaurando una specifica collaborazione tra la Polizia municipale e la Polizia di Stato.
Il pacchetto sicurezza entra in vigore dopo un acceso scontro politico, per fornire, almeno negli intenti del Governo Berlusconi, delle risposte concrete all’aumento indiscriminato dei fenomeni di violenza.

D’altro canto, le critiche a questa legge vengono mosse non solo dall’opposizione del centro sinistra ma anche dalla società civile, dalle associazioni profit e no profit e dal mondo cattolico, rappresentato dal presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti, monsignor Antonio Maria Veglio. L’ultimo intervento da parte del Governo Berlusconi in materia di sicurezza è l’approvazione in via definitiva al Senato del DDL n. 733, “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, del 2 luglio 2009.

Le aree d’intervento individuate nel provvedimento riguardano:
– La criminalità organizzata.
– La criminalità diffusa.
– L’immigrazione clandestina.
– La sicurezza stradale.
– Il decoro urbano.

Si tratta, nello specifico, di una legge che introduce come principale novità la titolarità dei Giudici di Pace sul reato d’ immigrazione clandestina. È prevista, poi, la restituzione più rapida alla collettività dei beni sottratti alla mafia e punita duramente la corresponsabilità dei dipendenti pubblici collusi. Inoltre, viene introdotto l’obbligo di denuncia dei tentativi di estorsione da parte delle imprese, pena l’esclusione dalle gare di appalti pubblici. Sono confermate le ronde di cittadini, anche se il Sindaco deve in via prioritaria avvalersi di quelle costituite da ex appartenenti alle Forze dell’ordine, alle Forze Armate e agli altri corpi dello Stato.

Queste sono le novità legislative più importanti che hanno riguardato la scena politica italiana degli ultimi due anni e che, negli intenti del Governo, serviranno ad incrementare i risultati già ottenuti con le norme del pacchetto sicurezza del 2008.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

LE VIOLENZE DEI BRIGANTI “SBANDATI”

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Si avvia a conclusione la storia dei briganti eredi di Vincenzo Barone. Non tutti si pentirono, qualcuno ne fu fiero. Di Carmine Cimmino

Nell’autunno del ’61 la Prefettura di Napoli trasmise ai comandi militari un elenco di 37 “sbandati“ che vivevano alla macchia tra San Sebastiano e Somma. Tentarono di organizzare i disertori prima Domenico Piccirillo e poi Alfonso Aliperta il Malacciso. Le autorità sapevano che essi non potevano contare né su “manutengoli“ né su informatori, e che li spingeva alla latitanza ora la paura, ora un cieco furore, quasi si sentissero incapaci di rientrare nell’ordine e di accettarlo, e odiassero chi a quell’ordine si era adeguato. Furono così brutali le forme di violenza in cui espressero il loro ribellismo anarcoide, che questo apparve alle istituzioni più pericoloso dello stesso banditismo politico.

Nel novembre del ‘61 il Malacciso sparò addosso a tre carabinieri di Somma, che si erano recati al pagliaio di Lorenzo, padre del bandito "e, trovando lo stesso Lorenzo a travagliare, lo avevano esortato a far presentare il figlio che andava scorrendo la campagna": e Lorenzo aveva risposto "in cattivi modi che il figlio non rubava alcuno, che egli aveva mezzi sufficienti a sostentarlo". Il 5 dicembre Giuseppe Scozio fu fermato, nei pressi della masseria Ciciniello, da Giuseppe Maiello, Gennaro De Falco e altri 5 briganti. Gli presero le 8 piastre che egli aveva incassato poco prima "per prezzo di vinaccia venduta". Il Maiello gli disse che "quelle le riteneva per caparra, mentre nel periodo di giorni otto dovea completargli la resta di 100 ducati; in difetto, l’avrebbe portato seco loro, e così avrebbe visto in campagna se si poteva stare digiuno".

La sera del 4 gennaio 1862 un plotone del 7° reggimento, guidato dal capitano Desiderato Cair, dal tenente Carlo Ventura e da Raffaele Sersale, capitano della Guardia Nazionale di Sant’Anastasia, va per la strada che mena a Somma. Giunti nei pressi della "casina" del Sersale, mezzo miglio fuori del paese, i soldati si accingono a tornare indietro, quando i tre ufficiali vedono delle ombre muoversi dietro la siepe della Masseria San Patrizio: si avvicinano fino a trenta passi, per controllare, forse sollecitati dalla voce di qualcuno che li chiama. All’improvviso 14 proiettili, sparati in fulminea successione, abbattono in una pozza di sangue Carlo Ventura, "lacerandogli gli intestini tenui".
Restano a terra un pezzo di bacchetta e una piastrina di schioppo a percussione, " il che fa supporre che l’arma si fosse rotta nelle mani dell’assassino perchè caricata a ribocco".

A uccidere il Ventura sono stati Giovannangelo Sodano Corecontento e Luigi Miranda, soldato sbandato del 9° di linea, guardia nazionale, che, richiamato alle armi, era fuggito mentre lo portavano ad imbarcarsi per il Nord dell’Italia, e nell’ottobre si era aggregato ad Aliperta e a Sodano. I due sono scesi dal monte, la sera del 4 gennaio, per procurarsi un po’ di carne di pecora. Poi a Sodano è venuta l’idea di uccidere. Tornano sul Somma due giorni dopo, il Malacciso è imbestialito, i due negano di essere gli assassini, Miranda però è ferito a un occhio, non ha più il fucile e porta in tasca i resti della pistola crepata. Aliperta uccide il Sodano "e poi disfecero un pagliaio e bruciarono il corpo". Inutilmente ne cercarono i resti il padre Tommaso, canaparo, di 63 anni, e la cugina Patrizia Sodano di anni 20, filatrice, che con lui aveva "amoreggiato a fine di matrimonio".

Quando il Malacciso sequestrò, per chiedere il riscatto, Michelangelo Raja, di 17 anni, gli “sbandati“ più assennati si consegnarono ai carabinieri. Lo stesso Aliperta, alla fine di febbraio, tentò di contrattare la resa con il Comando dei bersaglieri, dopo che il sindaco di Somma aveva fatto arrestare il padre e il fratello – il più piccolo, che ad Alfonso portava sul monte pane e zeppole -, accusandoli di brigare con un comitato borbonico di Napoli perchè al Malacciso venisse procurato un passaporto. Aliperta, per consegnarsi, pretendeva, prima di tutto, di essere esonerato dal servizio militare; ma il Comando dei bersaglieri dichiarò seccamente che quella richiesta non sarebbe stata mai accolta.
Aliperta fu poi ucciso nel giugno da Sabato di Palma, ma la scena conclusiva della storia dei briganti eredi di Barone mi sembra che possa essere l’arresto di Filippo Russo.

I carabinieri e la Guardie Nazionali di Pomigliano lo sorpresero presso la masseria Canesca. Egli, pieno d’ardimento, "inarcò il fucile che asportava e facea scoccare il grilletto, se non che, non avendo dato fuoco, gli venne risposto con altri colpi". Filippo batté in rapida ritirata, ma gli altri – erano una folla, avrebbe detto Archiloco- lo raggiunsero. Gli sequestrarono il fucile, che lo aveva tradito, cartucce, palle, un nastro, un cappello di paglia e una superba penna di pavone. Di una tale penna fu degna la deposizione resa al giudice. Filippo non disse, come avevano e avrebbero detto tutti gli altri, che s’era aggregato alla banda perchè costretto; anzi, dichiarò d’essere stato uno dei luogotenenti di Barone e di aver partecipato a tutte le imprese.

Indicò infine come “manutengoli“ della banda “galantuomini“ importanti del territorio: Saverio Esposito di Cisterna, Francesco Pulcrano,Vincenzo Antignano e Gennaro Panico di Pomigliano. Ma il giudice subito lo bloccò. Era un giudice assolutamente rispettoso del “privato“ dei cittadini. A patto che fossero “galantuomini“. Non si poteva permettere a un volgare brigante di gettare fango su persone rispettabili, sull’onore di famiglie “di buon nome“.

La sordità di quel giudice consolò Filippo Russo: perché gli dimostrò, con definitiva chiarezza, che non era stato un errore schierarsi sotto la bandiera di Vincenzo Barone.
(Foto: Quadro di Giacinto Gigante, Maddaloni, penna e acquerello, 1844)

LA STORIA MAGRA

LA CRIMINALITÁ ORGANIZZATA

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La criminalità organizzata: l”importanza di una definizione, partendo dalle caratteristiche per una sua identificazione, sia nell”ambito della singola nazione che delle sedi internazionali.

Da oggi, e per le domeniche a seguire, ci occuperemo di criminologia, o meglio, delle organizzazioni criminali intese in senso stretto. Sarà un excursus sulle differenze tra le varie organizzazioni criminali; su collusioni e concussioni; strutture; funzionamento; mutamenti; evoluzione delle organizzazioni criminali; reati transnazionali. Sarà quindi, un viaggio conoscitivo ed approfondito su ndrangheta, mafia e camorra, di cui parleremo non in relazione a singoli episodi di cronaca ma in quanto “sistema” parallelo agli Ordinamenti statali civili e legali. A curare la rubrica “Criminopoli” sarà il sociologo Carmine Principe.
L.P.


Il termine criminalità organizzata, può sembrare non bisognoso di particolari chiarimenti, dato che il suo significato appare abbastanza chiaro, a prima vista. Mentre invece, non è stato per nulla semplice giungere ad una definizione del fenomeno che si intende indicare con i termini «Criminalità Organizzata», sia nell’ambito della singola nazione che nelle sedi internazionali. Basti pensare a quanto è importante che sia precisa la definizione giuridica dei reati connessi all’organizzazione criminale, che dato il loro carattere scientifico, non mancano neanche nei settori disciplinari della sociologia e delle scienze affini.

Non esiste un unico modello di criminalità organizzata ed essa si struttura secondo il tipo di cultura
e di storia del paese in cui affonda le proprie radici. Senza contare che, con grande duttilità, si
conforma alle esigenze e ai mutamenti delle economie e delle istituzioni politiche e sociali degli
Stati in cui, di volta in volta, si trova ad operare.

Ad oggi si è giunti ad un accordo di massima sulle caratteristiche per la sua identificazione:

• L’organizzazione criminale è prima di tutto un insieme di individui, i quali si associano per dedicarsi ad attività delittuose in modo più o meno costante. Essi agiscono come un’impresa, somministrando beni e servizi illeciti, ma anche beni leciti. In ogni caso, la criminalità organizzata rappresenta l’estensione di un settore di mercato legale in sfere normalmente proibite. Il principio che ispira l’impresa criminale è lo stesso che guida quelle legali ossia ampliare la propria quota di mercato aumentando i profitti.

• Come qualsiasi altra impresa, richiede attitudini imprenditoriali e considerevole specializzazione e capacità di coordinazione. A queste caratteristiche inoltre bisogna aggiunge la violenza e la corruzione, utilizzate per facilitare la realizzazione e il successo delle varie attività e iniziative, per proteggersi, per regolare conflitti interni ed esterni. Il grado di violenza può dipendere dall’origine e dalla natura della struttura delinquenziale, della cultura della società in cui risulta inserita, dal suo grado di resistenza e di refrattarietà all’azione permeante e inquinante del gruppo criminale, dalle tendenze e dalle capacità dei capi, dalla concorrenza con lo Stato, della possibilità o meno di esercitare pacificamente, insomma, le attività illegali. È ora opportuno considerare che non tanto la violenza quanto la corruzione è l’aspetto più pericoloso e devastante per la sicurezza sociale e l’integrità delle istituzioni, poiché, data la potenzialità economica che il crimine organizzato riesce a mettere in campo, attraverso la corruzione esso attinge ai livelli più alti della gerarchia sociale e arriva non soltanto ad assicurarsi l’impunità, ma persino a condizionare pesantemente le politiche dei governi, in modo che operino le scelte più confacenti ai suoi interessi economici.

• Per quanto riguarda i modelli strutturali del gruppo criminale organizzato, si registrano differenze fondamentali non riducibili all’omogeneità: alcuni esperti considerano criminalità organizzata quella che si presenta internamente gerarchizzata in maniera rigida come le grandi imprese tradizionali, come la Yakuza giapponese o la Cosa Nostra siciliana; altri affermano che, nella maggior parte dei casi, si tratta di strutture flessibili e sommamente adattabili, e che la loro efficienza dipenderebbe proprio da tale elasticità delle forme. Si può affermare che organizzazioni reticolari flessibili e strutture rigide burocratizzate si possono trovare insieme, in quanto una struttura gerarchica tradizionale al livello superiore può poggiare su una rete flessibile ai livelli inferiori, si pensi al modello delle Triadi cinesi.

• Allo stesso modo possiamo considerare variabili le due caratteristiche relative alla scelta dei settori di attività cui si dedicano le organizzazioni criminali.

• Ultimo, non certo per l’importanza e gravità, occorre precisare ciò che si considerava un problema interno, locale o nazionale, ha assunto indubbie dimensioni regionali, nel senso delle aree continentali e mondiali, di pari passo con la modernizzazione dei circuiti economici e informatici legali.

Esploreremo e approfondiremo insieme queste differenze e particolarità domenica prossima. (1- continua)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA PRESENZA DEI DOCENTI NON SI PUÃ’ RILEVARE CON I MARCATEMPO

La prestazione dell’insegnante è vincolata al rispetto dell’orario scolastico delle lezioni: rispetto rilevabile dai registri di classe, che rappresentano pur sempre una forma obiettiva di riscontro.

Il caso
Un docente di ruolo presso un Istituto commerciale per geometri, ha proposto ricorso contro il Provveditore agli Studi di Isernia e il preside dell’Istituto, ove presta servizio, per sentire dichiarare nulla la sanzione disciplinare della censura inflittagli dal Provveditore agli Studi per non avere rispettato l’ordine impartitogli dal Preside di marcare l’orario di servizio, sia in entrata che in uscita, con il cartellino magnetico.

Il docente in sede di giudizio sostiene che non si può imporre al personale docente l’obbligo di marcare la presenza in Istituto mediante il cartellino magnetico, tenuto conto che una simile modalità costituisce un controllo irragionevole additivo e soltanto alternativo rispetto agli strumenti obbligatoriamente utilizzati a tal fine nell’ambito scolastico, quali il registro di classe ed il giornale del professore.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso.
Sostiene la Corte che dalla giurisprudenza di legittimità e da quella amministrativa si ricava il principio che per i dipendenti pubblici l’obbligo di adempiere alle formalità prescritte per il controllo dell’orario di lavoro deve discendere da apposita fonte normativa legale o contrattuale.
La giurisprudenza amministrativa è univoca nell’affermare l’esigenza di una fonte normativa specifica per la facoltà di sottoporre il personale dipendente al controllo delle presenze mediante orologi marcatempo o altri sistemi di registrazione.

Nel settore scolastico il DLgs 16 aprile 1994 n. 297, art.396 (testo unico della scuola) affida al preside compiti di promozione e coordinamento, nell’ambito dello stesso t. u. del contratto collettivo. Quest’ultimo prevede come materia di informazione preventiva i criteri e le modalità relativi all’organizzazione del lavoro del personale docente, educativo ed ATA. L’articolo 89 del contratto collettivo del 24 luglio del 2003 prevede l’obbligo per il personale ATA di adempiere alle formalità previste per la rilevazione delle presenze, mentre analogo obbligo non è previsto per il personale docente.

Il Provveditorato, intimato, che peraltro dopo il primo grado si è disinteressato della causa, non indica la fonte contrattuale della disposizione impartita dal Preside dell’Istituto al personale docente di timbrare il cartellino, che pertanto deve ritenersi illegittima.
Con la sentenza della Cassazione del 12 maggio 2006, n. 11025 si è voluto ribadire il principio che nessuna sanzione può essere inflitta al dipendente di un’amministrazione se non discende da apposita fonte normativa o legale.

LA RUBRICA

A OTTAVIANO IL PARCO DEL VESUVIO E IL COMUNE SONO SEPARATI IN CASA

Il colloquio col Presidente del Parco aiuta a svelare molti dubbi. Di fondo, però, resta forte la sensazione che manca la collaborazione con il Comune. Di Carmine CimminoLe risposte che, nel colloquio di lunedì 19 settembre, il prof. Ugo Leone, Presidente dell’Ente Parco del Vesuvio, ha dato alle mie domande, sono di una chiarezza didattica. Incomincio dalla coda. Il Presidente ricorda i benefici che il Parco ha portato e porta da sé, per il fatto stesso che esiste: i fondi dei Pirap, la lotta contro l’abusivismo edilizio, le battaglie contro l’ampliamento della discarica di Terzigno e contro l’istallazione di altre discariche sul Somma- Vesuvio, la tutela delle radici culturali.

La questione dei sentieri. I sentieri della Foresta Tirone-Alto Vesuvio funzionano sotto il diretto controllo della Guardia Forestale. Tutti gli altri potranno diventare funzionali solo dopo che i Comuni interessati avranno dichiarato luoghi di interesse pubblico i siti su cui quei percorsi “insistono“, e che sono ancora proprietà privata. A quel punto, l’Ente bandirà, con fondi già stanziati, gare di appalto per i lavori di ripristino e di manutenzione dei sentieri, che vennero aperti e strutturati, secondo i principi dell’ingegneria naturalistica, da una cooperativa di ex LSU. Questa cooperativa venne messa in liquidazione nei primi mesi del 2008.

Ma per bandire le gare serve un Direttore Generale. Da un anno l’ Ente Parco non ha un Direttore Generale: si aspetta che il Ministero competente lo scelga e lo nomini. Senza Direttore Generale non si può bandire nemmeno la gara d’appalto per i lavori di deumidificazione degli ambienti del Palazzo Medici, che dovrebbero accogliere gli impiegati della sede di San Sebastiano. Giova ricordare che gli impiegati sono 14. In tutto. Alcuni lavorano a San Sebastiano, altri a Ottaviano. L’Ente non è in grado di aprire al pubblico, ogni giorno, i giardini del Palazzo Medici: non può garantire, per l’evidente carenza di personale, la sicurezza degli utenti e l’integrità delle strutture.
Per quel che concerne “l’ uso“ delle parti del Palazzo Medici, le relazioni tra il Comune di Ottaviano e l’Amministrazione dell’Ente Parco sono ancora regolate dai principi generali del capitolato con cui l’ Amministrazione Saviano concesse all’ Ente il Palazzo.

«A tutt’oggi, – dice il Presidente – non c’è un protocollo d’intesa, approvato dal Comune e dall’ Ente, che definisca procedure, responsabilità e oneri di spesa per chi, Associazione o gruppo di cittadini, voglia organizzare manifestazioni nelle strutture dell’ edificio. Ci sono delle bozze di concordato, proposte dall’ Ente: si aspetta la risposta dell’ Amministrazione Comunale». Sulla corsa automobilistica annullata il Presidente dichiara che molto prima di domenica 11 settembre qualcuno gli parlò della gara, ma in modo informale. Non è pervenuta all’ Ente Parco nessuna richiesta ufficiale. C’è stato chi, dopo aver visto che erano stati affissi manifesti con il logo dell’ Ente e che si erano messi in moto gli uffici dell’ Amministrazione Provinciale e della Prefettura per gli interventi di competenza, ha provveduto – era già giovedì 8 – ad “allertare“ il Parco del Vesuvio.

Che non aveva dato alcuna autorizzazione: del resto, non avrebbe potuto, poiché il percorso previsto attraversava zone esplicitamente tutelate dalla legge 394 del 1991 che si esprime chiaramente contro la possibilità che in un’area protetta si autorizzino corse di mezzi a motore. Il Presidente conferma la sua disponibilità a individuare percorsi alternativi.

Dunque, nella disputa sulla corsa, la palla passa al sindaco di Ottaviano, a cui chiederemo lumi. Quella corsa annullata pare un argomento già dimenticato e cancellato: pare, ma non è così. La memoria degli Ottavianesi è cenere che nasconde il fuoco, per proteggerlo e alimentarlo. Questo è un Parco nato non male, ma “strano“. Qualcuno riteneva che non avesse alcun senso istituire un Parco in un territorio da sempre densamente abitato e coltivato. Per giustificare il paradosso, si assegnò all’Ente anche il compito di tutelare i centri storici di Somma e di Ottaviano, di cui si riconosceva il valore storico e artistico. Nel territorio il perimetro della zona rossa è stato tracciato direttamente sulle carte, come fecero gli Inglesi colonialisti in Africa, in Palestina e in Mesopotamia: questi sono i confini, e se non vi vanno bene, chiagnitivelle vui.

A destra è Ottaviano, e perciò non si costruisce (oddio, non si dovrebbe costruire…), di fronte, a due metri, è Nola, o Saviano, o Somma, e si può costruire: con tanto di licenza debitamente timbrata, firmata e protocollata. Il Vesuvio, scrisse Mastriani, quando si incazza, è un pazzo ubriaco. Non sa nulla di leggi, di zone colorate, di Puc.
Oggi, l’ Ente Parco non ha soldi e non ha personale. Da un anno l’Ente non ha il Direttore Generale, ha un Direttore f.f., facente funzione. Quali funzioni? Non può nemmeno bandire una gara per appaltare i lavori di deumidificazione di 4 stanze.

E allora? Senza Direttore, il Parco è una macchina senza motore. C’è il rischio serio che l’Ente si riduca, al di là delle intenzioni dei singoli, in un centro di smistamento di stipendi, di qualche poltrona, di qualche incarico, di qualche patente di Apostolo dell’anticamorra e di Cavaliere Templare della Legge. Un Parco ridotto a far questo non è solo inutile: è doppiamente dannoso. La scienza politica, il diritto pubblico, la pratica amministrativa e il buon senso indicano la strada che porta a un’accettabile soluzione dei problemi. La strada è il principio di sussidiarietà. Le istituzioni meno deboli aiutano quelle più deboli nel conseguimento di un obiettivo comune, che è il bene dei cittadini.

Ma a Ottaviano diventa un’impresa da Titani anche aprire al pubblico i giardini di Palazzo Medici: nella città sede del Parco l’Ente Parco e l’Amministrazione Comunale convivono da separati in casa. Cosa impedisce di approvare un protocollo d’intesa e un regolamento che consentano al Comune di spalancare i cancelli del Palazzo, di curare la manutenzione dei luoghi e di snellire le procedure per l’organizzazione di “eventi“ (chiedo perdono per l’uso di questa insopportabile parola)? Dove sta l’ostacolo? Nel caso, nelle cose, nelle intenzioni di qualcuno? È il Comune che non risponde alle proposte del Parco, o è il contrario?

Sabato 17 l’Ente Parco ha ospitato nei giardini del Palazzo Nello Mascia, che ha recitato il monologo tratto dal libro di Tommaso Sodano e Nello Trocchia “La peste“: da applausi gli interventi, canori e musicali, di Ciccio Merolla. Gli Ottavianesi presenti erano sette, otto. Non di più. Penso che il tema dell’ “assenza“ sarà il centro dell’intervista al sindaco di Ottaviano. Il tema dell’ “assenza“ e del buio: il buio che circondava il Palazzo era un buio reale, che l’immaginazione trasformava in metafora. Questo buio fitto e vasto sta sempre lì. Venite a visitarlo. Non si paga biglietto, non si richiede prenotazione. Offre la ditta.
(Foto: Quadro di Carlo Bonavia, Il Vesuvio in eruzione e la Lanterna del Porto, 1755-57)

MELANCHOLIA

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Lars Von Trier torna con un film sulla fine del mondo. Il pianeta Melancholia si avvicina alla Terra, minacciando di distruggerla. In un clima da catastrofe imminente, due sorelle si interrogano sull”umanità e sul suo destino.

Per recensire Melancholia basterebbe dire che è un film di Lars Von Trier. L’affermazione è meno banale di quanto possa sembrare.

I fan devoti ormai seguono il regista danese in tutte le sue peripezie cinematografiche (e non), perdonandogli anche pastrocchi come l’ultimo Antichrist; critica e pubblico neutrale lo hanno ormai abbandonato da tempo, convinti che, dopotutto, di questo regista sopravvalutato e poco sopportabile si possono considerare imprescindibili giusto 2-3 film. Morale: i vontrieriani ameranno Melancholia, chiudendo gli occhi davanti ad alcuni difetti di produzione, e gli altri, probabilmente, si annoieranno o criticheranno l’opera ben oltre il dovuto. Tuttavia, sebbene divida come pochi altri registi contemporanei, non è ancora del tutto impossibile affrontare un nuovo film di Von Trier con serenità e un certo distacco.

E liberata la mente dalle polemiche festivaliere e dal personaggio molto, troppo, ingombrante, si può affermare che questo Melancholia – pur ambizioso, ridondante e squilibrato nelle sue due parti – è tranquillamente uno dei migliori film dell’annata. I primi 5 minuti già rappresentano una bella sfida. Sulle note di Wagner (Tristano e Isotta) una serie di immagini oniriche passano sullo schermo senza un’apparente connessione, se non la ricorrente figura di Justine (Kirsten Dunst) e un certo morboso senso di disfacimento, della natura e degli uomini insieme, che lo spettatore non riesce ancora a spiegarsi.

Questo avvio ricercato è l’ideale per chi sostiene l’eccessivo formalismo di Von Trier; eppure, al di là dell’indiscutibile potere evocativo della regia del danese, sarò lo stesso sviluppo narrativo del film a giustificare un’introduzione così impegnativa. Terminato il prologo, inizia il film, con una struttura divisa in due parti. La trama sembra una fusione tra due pallini “narrativi” di Von Trier: il dramma familiare/sociale (Dancer in the dark, Le onde del destino, Dogville, per citare solo gli esempi più famosi) e gli scenari apocalittici, approfonditi soprattutto nella prima parte della sua filmografia (L’elemento del crimine, Epidemic, Europa). I rapporti tra due sorelle – Justin e Claire – si intrecciano infatti con l’avvicinarsi alla terra del pianeta Melancholia.

Nel primo capitolo viene mostrata la festa di matrimonio di una Justin affascinata dal pianeta che si avvicina; nel secondo, assistiamo all’ansia di Claire, spaventata dalla possibilità di un impatto di Melancholia con la Terra. Le due parti sono molto diverse, sia per lo stile sia per contenuti. Il capitolo su Justin si inserisce nella grande tradizione del cinema scandinavo sulle ipocrisie della classe borghese; citando Festen di Vinterberg e con un occhio al maestro Bergman, un rito sociale come il matrimonio viene trasformato in una piccola farsa tragicomica, detonatore perfetto per tutti gli odi repressi. Il linguaggio di questa prima parte è molto variegato.

Con ironia feroce Von Trier si abbatte sui suoi personaggi, sottoponendoli a situazioni bizzarre; ma, allo stesso tempo, lontano e impercettibile come il pianeta Melancholia, sentiamo un vago senso di malessere che incombe sul film, concentrato soprattutto sulla figura di Justin, ragazza anomala che tenta, con il matrimonio, la via della normalità. Ma il suo è uno sforzo destinato a fallire: con il passare dei minuti il disagio, il suo sentirsi fuori luogo, diventerà insostenibile. La farsa del matrimonio verrà così smascherata. Più monocorde il secondo capitolo. Nella stessa villa del matrimonio, le due sorelle (più il marito e il figlio di Claire) aspettano l’avvicinarsi di Melancholia, tra emozione e paura.

Qui lo stile si fa più asciutto e predomina l’attesa della catastrofe. La coerenza tematica del regista danese è stupefacente. Il pessimismo antropologico è il vero fulcro narrativo. Justine non comprende il terrore della sorella per la fine di una Terra che, con la sua malvagità, non mancherà a nessuno. Un piccolo gesto di umanità illuminerà il finale, senza poter però cambiare l’impianto nerissimo del film. La novità è che Von Trier questa volta gioca con due personaggi in modo simmetrico, come fossero specchi. Justine è animata da un rifiuto delle norme sociali e da un pessimismo radicale che prescinde da Melancholia, subendone anzi il fascino morboso dettato dalla potenza della natura.

Claire, al contrario, con il suo matrimonio perfetto, la famiglia e la vita ordinata, percepisce il disfacimento solo quando il pericolo esterno (il pianeta in avvicinamento) arriva a minacciare le sue cose. E in quel momento, incapace di reagire, non le rimarrà che affidarsi alla forza della sorella. In Melancholia ritroviamo il Von Trier più amaro e autentico. Dopo anni di ritratti sociali disperati, il regista arriva alla distruzione della terra, mostrandosi benevolo verso l’unico personaggio che accetta la catastrofe come degna conclusione delle vicende umane.

Pessimista ed esagerato, con riferimenti in abbondanza al cinema di Tarkovskij, Von Trier conferma, tra una polemica e l’altro, di essere uno dei pochi autori in grado di proseguire con autonomia e costanza un percorso artistico ben preciso.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Lars Von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling
Durata: 130 minuti
Uscita nelle sale: prossimamente
Voto 7,5/10

LA RUBRICA

ALENIA. SI VANIFICA LA SOLIDARIETÁ NAZIONALE

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La crisi dell”Alenia somiglia sempre di più ad uno scippo della politica del Nord ai danni di un”Azienda del Sud. Si è completamente rotto il Patto di Solidarietà Nazionale. Di Don Aniello Tortora

Parteciperò, insieme al vescovo di Nola, Mons. Beniamino Depalma, al Consiglio comunale straordinario di Pomigliano d’Arco per dare solidarietà all’Alenia che sta vivendo la sua via Crucis.
La crisi che ha investito l’economia mondiale non ha risparmiato il comparto aeronautico.

Attualmente anche l’Alenia Aeronautica sta vivendo una fase di crisi che, dopo un primo periodo di cassa integrazione, passando ad un accordo di mobilità volontaria, è arrivata ad un piano di riorganizzazione che prevede il trasferimento della sede legale di Pomigliano d’Arco a Venegono (Varese), sede dell’incorporata Aermacchi. E c’è l’apertura di una procedura di cig per ristrutturazione che tra il 2011 e il 2016 dovrà portare alla fuoriuscita dal ciclo produttivo di circa 1200 dipendenti.

La Chiesa condivide pienamente le giuste preoccupazioni e i legittimi timori dei lavoratori, che temono tagli soprattutto nell’area campana. Ai problemi, già gravissimi della Fiat, si aggiungono, ora, quelli dell’Alenia. Un colpo durissimo non solo per la città di Pomigliano, ma per tantissime famiglie dell’intero territorio. Nel 1989 i vescovi italiani ci hanno donato un documento coraggioso e profetico “Chiesa italiana e Mezzogiorno, Sviluppo nella solidarietà”, che così si introduceva: “Il Paese non crescerà se non insieme”. Richiamava, cioè, l’intera Chiesa e, soprattutto, l’Italia intera, a considerare il Meridione non come problema di tutto il Paese, non come un peso, ma come risorsa per l’intera Nazione, nell’ottica di uno sviluppo vero e nella solidarietà.

L’attuale vicenda Alenia sembra aver vanificato gli sforzi attuati negli anni passati nel cammino di solidarietà nazionale.
A tutti questa riorganizzazione è sembrata l’ennesimo “scippo” ai danni di un’Azienda del Sud, condizionata da scelte politiche antisolidaristiche. Drammaticamente si è avuta conferma che il piano industriale è stato dettato da logiche politiche territoriali del Nord. Un piano che, depauperando l’aeronautica in Campania, umilia delle competenze confermate da successi industriali e commerciali, di elevato spessore tecnologico e apprezzati a livello internazionale, vanto del nostro territorio. Sussiste una provata preoccupazione che si perderanno posti di lavoro, con le conseguenti drammatiche ricadute sociali su un territorio già altamente in crisi di lavoro.

Papa Benedetto XVI, ad Ancona, nell’area Fincantieri, concludendo il Congresso Eucaristico Nazionale, ha affermato con forza che è necessario restituire dignità al lavoro, superando disoccupazione e precariato. Così ha detto: ”La forza del potere e dell’economia non sono sufficienti da sole ad organizzare la società. Serve, quindi, un nuovo modello di sviluppo, uno sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella povera, malata o disagiata. Dal Pane della vita trarrà vigore una rinnovata capacità educativa attenta a testimoniare i valori fondamentali dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e fraterna”.

Non riuscendo in alcun modo ad intravedere quali siano le ragioni di carattere economico o le strategie di mercato alla base di questo penalizzante riassetto organizzativo, non mi sembra affatto azzardato supporre che le motivazioni di fondo siano di tutt’altra natura. È necessario che il Governo, ormai in ostaggio della Lega, scongiuri questo nuovo schiaffo alla dignità di quella parte del Sud, che, grazie a competenze ed eccellenze riconosciute in questo campo, si è resa protagonista del proprio sviluppo.

I politici della Campania, in questo particolare momento, devono far sentire con forza la loro voce. Devono sentirsi chiamati a mobilitarsi incessantemente, determinati e compatti, al di là dei loro schieramenti, per impedire che questo scippo si realizzi. Occorre conservare e rilanciare l’industria aeronautica nella nostra regione, fiore all’occhiello dell’economia meridionale, senza sacrificare, né posti di lavoro né livelli di competitività.
(Fonte foto: Rete Internet)

IL GIOTTO NAPOLETANO. ROBERTO D”ODERISIO E GLI AFFRESCHI DELL’INCORONATA

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Tra i seguaci della scuola di Giotto in Campania spicca Roberto d”Oderisio; suoi gli affreschi della chiesa napoletana dell”Incoronata, da secoli ritenuti opera del celeberrimo maestro toscano.

“La personalità artistica di Giotto fu costantemente presente agli intellettuali del tempo, in quanto unanimemente riconosciuta come momento di snodo della cultura pittorica occidentale” e “di certo sappiamo che il maestro fu per i contemporanei l’assoluto protagonista e dominatore del panorama figurativo del tempo, divenendo ben presto l’autore-simbolo dell’intero Medioevo”.

Le parole di Alessandro Tomei riassumono in poche righe quello che fu l’ampio e immediato successo del celebre pittore fiorentino. Giotto fu difatti, sin da subito, additato come un artista straordinario, dalle spiccate doti manuali ed intellettuali. Elogiato dai grandi personaggi del suo tempo, come Dante, Boccaccio e Petrarca, fu ricercatissimo in tutta Italia e conosciutissimo in tutta Europa. La fama internazionale di cui godette l’artista toscano è certamente legata ai numerosi discepoli e seguaci che in breve tempo seppero diffondere il “giottismo” in tutto il vecchio continente e alla presunta presenza di alcune sue tavole ad Avignone, allora sede stabile del papato.

Tuttavia l’“internazionalità” di Giotto è da ricercare sopratutto nel suo periodo napoletano. Napoli era a quel tempo, infatti, la capitale di un regno angioino, ossia francese, e pertanto fortemente legata alla Francia da stretti vincoli politici, economici e culturali. Lavorare per gli Angiò significava conquistare fama a livello europeo. Lo sapeva bene l’altro grande artista del Trecento, Simone Martini, che proprio grazie all’appoggio della dinastia partenopea poté concludere la sua carriera ad Avignone. Quando nel 1328 giunge a Napoli Giotto, sessantenne, è ormai all’apice del successo.

Consapevole di non poter deludere le aspettative di un re e di una corte estremamente colti, il maestro, accompagnato dalla sua equipe, riuscirà in pochi anni ad approntare quelli che, se fossero sopravvissuti alle ingiurie del tempo e della storia, avremmo potuto considerare i più grandi capolavori del genio fiorentino, sia per l’ampiezza delle superfici dipinte (si pensa addirittura tutta la chiesa e parte del convento di Santa Chiara) che per il valore fortemente intellettuale dei temi trattati (se si considera particolarmente all’avanguardia il ciclo degli “Uomini Illustri” un tempo in Castel Nuovo). A questo Giotto, artisticamente e culturalmente maturo, guardarono quei tanti pittori napoletani e campani reclutati dal maestro fiorentino per i due grandi cantieri di Santa Chiara e del Maschio Angioino.

Formatasi a stretto contatto con Giotto e con la sua folta Bottega o semplicemente ammirando le straordinarie opere che il “sommo pittore” lasciò a Napoli, si può dire che un’intera generazione di artisti locali crebbe all’insegna del giottismo. Non a caso l’intero Trecento artistico napoletano è dominato da quella che gli esperti chiamano “scuola giottesca”. A questa “scuola” appartenne anche Roberto d’Oderisio, un pittore che gli studi recenti hanno fortemente rivalutato e che può considerarsi oggi uno degli artisti più importanti della seconda metà del XIV secolo. Di lui si conosce poco. Si sa che lavorò in territorio salernitano (la “Crocifissione” proveniente dalla chiesa di San Francesco a Eboli è la sola opera firmata dall’artista) e per alcune chiese di Napoli, nonché per Carlo III di Durazzo che lo nominò suo “familiare” nel 1382.

Da pochi anni le ricerche di Paola Vitolo hanno permesso di far luce su questa personalità artistica. Al d’Oderisio spetterebbe, secondo la studiosa, la paternità degli affreschi della chiesa napoletana di Spina Corona, oggi conosciuta come l’Incoronata, in Via Medina. Le teorie della Vitolo si basano sull’errata interpretazione che i critici del Cinquecento diedero agli scritti del Petrarca, il quale elenca tra le opere di Giotto a Napoli una “cappella reale” che Vasari e altri vollero erroneamente collocata all’esterno del castello, non lontano dalla fortezza angioina. Un equivoco fomentato dalla scomparsa, a cavallo tra il XV e XVI secolo, degli affreschi giotteschi in Castel Nuovo e che ebbe grande fortuna nei secoli successivi.

Solo agli inizi del Novecento, il ritrovamento di alcune tracce di pitture di scuola giottesca negli sguanci delle finestre della Cappella Palatina del Maschio Angioino, la “Cappella reale” di cui parlava il Petrarca, poté definitivamente porre fine alla questione. Restava tuttavia da scoprire lo sconosciuto autore dei dipinti dell’Incoronata. Grazie al contributo di Ferdinando Bologna, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso si era occupato di Roberto d’Oderisio, Paola Vitolo ha potuto oggi individuare nel pittore partenopeo l’unico possibile artefice delle pitture della chiesa. Il “Giotto napoletano”, l’artista cioè più vicino, a Napoli, allo stile del grande maestro, non poteva essere che lui.

Cresciuto come tanti altri artisti all’ombra del maestro toscano, Roberto è sicuramente il massimo esponente della corrente giottesca che caratterizzò l’arte napoletana nella seconda metà del Trecento. Un artista straordinario, i cui affreschi nell’Incoronata furono creduti opera dello stesso Giotto e la cui maestria ha ingannato per secoli anche gli occhi dei critici più accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL MODELLO ITALIANO PER LE PAURE URBANE: SICUREZZA E SOLIDARIETÁ (6)

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In Italia il modello di contrasto alla paura urbana ha diversi limiti, su tutti, l”assenza di unanimità fra gli amministratori locali, che alternano l”entusiasmo ad una totale indifferenza. Di Amato Lamberti

Il problema insicurezza in Italia necessita di una trattazione diversa rispetto agli altri paesi europei per vari ordini di motivi.
In primis, perché le politiche di contrasto all’insicurezza sono partite in ritardo rispetto alla legislatura generale e a quella relativa all’impiego delle forze di polizia.
Questo ritardo è attribuibile, secondo Carrer, non solo alle lungaggini burocratiche cui siamo soliti in Italia, ma anche al fatto che nel nostro paese esiste un capitale di volontari legati ad una tradizione laica e confessionale decennale.

La collaborazione quotidiana tra cittadini e pubblica amministrazione ha implementato negli anni un aumento di capitale sociale, per arrivare al raggiungimento di obiettivi comuni.
Nel corso degli anni, la consapevolezza dei cittadini e la loro percezione dell’insicurezza li hanno resi disponibili a collaborare con la pubblica amministrazione fino a raggiungere livelli significativi.
I dati statistici mostrano come l’insicurezza nel nostro paese sia collegata per lo più a fenomeni delinquenziali, anche se esiste un divario molto ampio tra la criminalità effettiva, la reale situazione di pericolo oggettivo che ognuno può correre e la sensazione di disagio che viviamo quotidianamente.

Benché i dati ufficiali relativi alle denunce dei reati indichino una riduzione globale dei fenomeni criminali, i cittadini italiani si dichiarano ugualmente insicuri, per cui non resta che supporre che tendiamo ad esagerare situazioni ben oltre la loro oggettiva gravità.
Il ritardo di partenza dell’Italia nell’adozione di strategie di difesa dall’insicurezza, ha portato però sia una conoscenza approfondita che un’elaborazione specifica di quelle che sono state le esperienze condotte all’estero. Quest’analisi preselettiva delle diverse strategie di contrasto ha introdotto in Italia, almeno inizialmente, un insieme d’iniziative volte a intervenire sulla qualità della vita. Si è cercato, infatti, di coinvolgere fin da subito i diversi attori, locali e centrali, presenti sul territorio, piuttosto che a militarizzare le città.

Nonostante ci siano delle sostanziali differenze tra il nord e il sud della penisola, gli strumenti principali di contrasto alla paura urbana rimangono i “Protocolli di sicurezza” e i “Contratti di sicurezza”, che come abbiamo già sottolineato seguono il modello francese.
Il primo protocollo di sicurezza fu firmato nel 1998 a Modena fra il Prefetto provinciale e il Sindaco della città, in cui erano previste iniziative di recupero di spazi e zone degradate.
Solamente tra il 1998 e il 1999 furono firmati una cinquantina di protocolli sul modello modenese, ognuno con le sue peculiarità. Dopo i due anni di sperimentazione necessari, il Protocollo di Sicurezza è stato trasformato in Contratto con una durata corrispondente alla legislatura comunale in corso.

La differenza sostanziale tra i documenti francesi e quelli italiani sta nel fatto che i primi si basano su analisi preventive della situazione e prevedono disponibilità economiche a bilancio per attuare quanto previsto, nonché delle valutazioni in itinere ed ex post. I protocolli italiani, invece, impegnano i firmatari su dati di fatto e obblighi istituzionali legati all’impegno, collaborazione e coordinamento per cui risentono, sul piano operativo, dell’assenza di scadenze e disponibilità di bilanci propri per attuare le iniziative previste. Altro limite del modello italiano è l’assenza di unanimità fra gli amministratori locali, che alternano consapevolezza ed entusiasmo ad una totale indifferenza. Dei tantissimi protocolli che sono stati fatti in Italia, solo alcuni sono stati trasformati in contratti.

Solamente dopo la richiesta ufficiale dell’ANCI e del Forum Italiano per la Sicurezza Urbana, il Ministero dell’Interno istituì un gruppo di lavoro di verifica sullo stato d’attuazione dei protocolli di sicurezza.

Lo stesso Ministero dell’Interno, negli ultimi anni, ha messo in atto, oltre ai protocolli e ai contratti, una serie d’iniziative collegate alla gestione della sicurezza e al controllo del territorio, in cui “da una concezione che vedeva la prevenzione intimamente connessa al controllo del territorio, attuato in un’ottica di presidio, si è passati ad una formula aperta e interattiva nella quale le istanze dei cittadini assumono un ruolo di assoluta prevalenza ed anzi di ineludibile riferimento dell’azione. Tale nuovo atteggiamento prevede, da una parte, la conoscenza approfondita del territorio e dei vari fenomeni sociali, economici e, soprattutto, criminali che lo caratterizzano, dall’altra parte, lo sviluppo di tecniche operative”.

Il passo che abbiamo citato, è abbastanza esaustivo del modus operandi che caratterizza ancora oggi la realtà italiana delle politiche di contrasto. Il nostro paese ha puntato da sempre sull’attivismo delle parti sociali del territorio ed anche sui movimenti e sulle organizzazioni che ne promuovono la difesa. La più recente iniziativa in tal senso è l’istituzione della “polizia di prossimità”, anch’essa mutuata dall’esperienza francese, ma che, in realtà, esiste già da anni con la presenza della polizia municipale.

Quest’iniziativa di cui mancano dei dati oggettivi proprio per la sua recente introduzione, è stata definita dal Ministero dell’Interno come “una filosofia operativa che s’inserisce nella complessiva pianificazione dell’azione di polizia e modifica l’approccio professionale degli operatori chiamati ad espletare attività di controllo del territorio, soprattutto a livello di quartiere. L’azione di polizia potrà, così, incidere in modo positivo sulla percezione di sicurezza dei cittadini e, anche quando non riuscirà ad eliminare le cause che provocano i suoi timori, costituirà, comunque, una rassicurante vicinanza e un momento di compartecipazione ai suoi problemi”.

Il ritardo con cui il nostro paese approda all’emergenza insicurezza urbana è dovuto al fatto che la scena dell’illegalità è stata dominata per decenni dagli eventi di tipo malavitoso.
Il terrorismo, la violenza e l’invasività della criminalità di stampo mafioso, come sottolinea il capo della polizia De Gennaro “hanno anestetizzato il nostro Paese rispetto alla percezione della costante aggressione portata alla collettività dalla cosiddetta criminalità diffusa. Solo da qualche tempo, quindi, è esploso l’allarme sociale per quella che veniva bonariamente definita microcriminalità.
Il cittadino-utente di servizi pubblici comincia a pretendere, con decisione, un rinnovato impegno della polizia in questo settore, e un approccio nuovo verso questo problema”.

Proprio per questo, insieme al poliziotto specializzato, è introdotta la figura del poliziotto della strada, della porta accanto, il cui ruolo lo porta a diretto contatto con la gente e a farsi carico delle paure e dei problemi di tutti.
Al poliziotto di quartiere non è chiesto solo di contrastare la criminalità ma anche di creare un sodalizio col cittadino, che deve diventare in questo senso un punto di riferimento e un partner attivo nel controllo sociale del territorio, insieme con gli altri enti locali e le forze sane della società.
Per riuscire in questa difficile attività di collaborazione, il primo compito che la polizia di prossimità deve espletare è quello di conoscere le reali esigenze di chi abita il territorio, soprattutto delle vittime dei reati e delle categorie maggiormente vittimizzate, imparando a gestire le aspettative del cittadino locale. Tuttavia, non manca chi è critico verso la polizia di prossimità. Ne parleremo la prossima settimana, a chiusura di questo dossier. (6-continua)
(Fonte foto: Rete Internet)

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