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LE VIOLENZE DEI BRIGANTI “SBANDATI”

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Si avvia a conclusione la storia dei briganti eredi di Vincenzo Barone. Non tutti si pentirono, qualcuno ne fu fiero. Di Carmine Cimmino

Nell’autunno del ’61 la Prefettura di Napoli trasmise ai comandi militari un elenco di 37 “sbandati“ che vivevano alla macchia tra San Sebastiano e Somma. Tentarono di organizzare i disertori prima Domenico Piccirillo e poi Alfonso Aliperta il Malacciso. Le autorità sapevano che essi non potevano contare né su “manutengoli“ né su informatori, e che li spingeva alla latitanza ora la paura, ora un cieco furore, quasi si sentissero incapaci di rientrare nell’ordine e di accettarlo, e odiassero chi a quell’ordine si era adeguato. Furono così brutali le forme di violenza in cui espressero il loro ribellismo anarcoide, che questo apparve alle istituzioni più pericoloso dello stesso banditismo politico.

Nel novembre del ‘61 il Malacciso sparò addosso a tre carabinieri di Somma, che si erano recati al pagliaio di Lorenzo, padre del bandito "e, trovando lo stesso Lorenzo a travagliare, lo avevano esortato a far presentare il figlio che andava scorrendo la campagna": e Lorenzo aveva risposto "in cattivi modi che il figlio non rubava alcuno, che egli aveva mezzi sufficienti a sostentarlo". Il 5 dicembre Giuseppe Scozio fu fermato, nei pressi della masseria Ciciniello, da Giuseppe Maiello, Gennaro De Falco e altri 5 briganti. Gli presero le 8 piastre che egli aveva incassato poco prima "per prezzo di vinaccia venduta". Il Maiello gli disse che "quelle le riteneva per caparra, mentre nel periodo di giorni otto dovea completargli la resta di 100 ducati; in difetto, l’avrebbe portato seco loro, e così avrebbe visto in campagna se si poteva stare digiuno".

La sera del 4 gennaio 1862 un plotone del 7° reggimento, guidato dal capitano Desiderato Cair, dal tenente Carlo Ventura e da Raffaele Sersale, capitano della Guardia Nazionale di Sant’Anastasia, va per la strada che mena a Somma. Giunti nei pressi della "casina" del Sersale, mezzo miglio fuori del paese, i soldati si accingono a tornare indietro, quando i tre ufficiali vedono delle ombre muoversi dietro la siepe della Masseria San Patrizio: si avvicinano fino a trenta passi, per controllare, forse sollecitati dalla voce di qualcuno che li chiama. All’improvviso 14 proiettili, sparati in fulminea successione, abbattono in una pozza di sangue Carlo Ventura, "lacerandogli gli intestini tenui".
Restano a terra un pezzo di bacchetta e una piastrina di schioppo a percussione, " il che fa supporre che l’arma si fosse rotta nelle mani dell’assassino perchè caricata a ribocco".

A uccidere il Ventura sono stati Giovannangelo Sodano Corecontento e Luigi Miranda, soldato sbandato del 9° di linea, guardia nazionale, che, richiamato alle armi, era fuggito mentre lo portavano ad imbarcarsi per il Nord dell’Italia, e nell’ottobre si era aggregato ad Aliperta e a Sodano. I due sono scesi dal monte, la sera del 4 gennaio, per procurarsi un po’ di carne di pecora. Poi a Sodano è venuta l’idea di uccidere. Tornano sul Somma due giorni dopo, il Malacciso è imbestialito, i due negano di essere gli assassini, Miranda però è ferito a un occhio, non ha più il fucile e porta in tasca i resti della pistola crepata. Aliperta uccide il Sodano "e poi disfecero un pagliaio e bruciarono il corpo". Inutilmente ne cercarono i resti il padre Tommaso, canaparo, di 63 anni, e la cugina Patrizia Sodano di anni 20, filatrice, che con lui aveva "amoreggiato a fine di matrimonio".

Quando il Malacciso sequestrò, per chiedere il riscatto, Michelangelo Raja, di 17 anni, gli “sbandati“ più assennati si consegnarono ai carabinieri. Lo stesso Aliperta, alla fine di febbraio, tentò di contrattare la resa con il Comando dei bersaglieri, dopo che il sindaco di Somma aveva fatto arrestare il padre e il fratello – il più piccolo, che ad Alfonso portava sul monte pane e zeppole -, accusandoli di brigare con un comitato borbonico di Napoli perchè al Malacciso venisse procurato un passaporto. Aliperta, per consegnarsi, pretendeva, prima di tutto, di essere esonerato dal servizio militare; ma il Comando dei bersaglieri dichiarò seccamente che quella richiesta non sarebbe stata mai accolta.
Aliperta fu poi ucciso nel giugno da Sabato di Palma, ma la scena conclusiva della storia dei briganti eredi di Barone mi sembra che possa essere l’arresto di Filippo Russo.

I carabinieri e la Guardie Nazionali di Pomigliano lo sorpresero presso la masseria Canesca. Egli, pieno d’ardimento, "inarcò il fucile che asportava e facea scoccare il grilletto, se non che, non avendo dato fuoco, gli venne risposto con altri colpi". Filippo batté in rapida ritirata, ma gli altri – erano una folla, avrebbe detto Archiloco- lo raggiunsero. Gli sequestrarono il fucile, che lo aveva tradito, cartucce, palle, un nastro, un cappello di paglia e una superba penna di pavone. Di una tale penna fu degna la deposizione resa al giudice. Filippo non disse, come avevano e avrebbero detto tutti gli altri, che s’era aggregato alla banda perchè costretto; anzi, dichiarò d’essere stato uno dei luogotenenti di Barone e di aver partecipato a tutte le imprese.

Indicò infine come “manutengoli“ della banda “galantuomini“ importanti del territorio: Saverio Esposito di Cisterna, Francesco Pulcrano,Vincenzo Antignano e Gennaro Panico di Pomigliano. Ma il giudice subito lo bloccò. Era un giudice assolutamente rispettoso del “privato“ dei cittadini. A patto che fossero “galantuomini“. Non si poteva permettere a un volgare brigante di gettare fango su persone rispettabili, sull’onore di famiglie “di buon nome“.

La sordità di quel giudice consolò Filippo Russo: perché gli dimostrò, con definitiva chiarezza, che non era stato un errore schierarsi sotto la bandiera di Vincenzo Barone.
(Foto: Quadro di Giacinto Gigante, Maddaloni, penna e acquerello, 1844)

LA STORIA MAGRA

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