Il consueto appuntamento settimanale con la storia dell”Italia del “900, si sofferma sul ruolo dei partiti politici dell”epoca e la minaccia terrorista sugli equilibri democratici della nazione.
Di Ciro Raia
Al Quirinale, scaduto il settennato di Giuseppe Saragat, c”è da eleggere il suo successore. I candidati più accreditati sono Amintore Fanfani per la Dc e Francesco De Martino per le sinistre. E quando le due candidature cadono, sembra trovare unanime consensi degli schieramenti politici quella di Aldo Moro. Ma all”improvviso la Dc presenta un nuovo candidato. Il 24 dicembre 1971, dopo ben 24 scrutini, è eletto, così, Presidente della Repubblica il giurista napoletano Giovanni Leone, che, politicamente, rappresenta un contrappeso all”avanzante centrosinistra ed una garanzia contro eventuali aperture al Pci.
Sul candidato democristiano, già presidente della Camera, convergono i 518 voti della DC, del PLI, del PSDI e del PRI. Il nuovo capo dello Stato, per la prima volta nella storia della Repubblica, -dopo aver constata la mancanza di una maggioranza parlamentare, che costringe il governo Colombo a dimettersi- scioglie le Camere e dà il via ad elezioni anticipate. L”esito delle votazioni (1972) denota una sostanziale tenuta della DC e dei partiti della sinistra, con una marcata avanzata del MSI. L”esperienza dei governi con la formula del centrosinistra non appare più perseguibile; si vara, perciò, un governo di centro con l”appoggio della DC, del PLI del PSDI e del PRI. A presiedere il nuovo consiglio dei ministri è chiamato il democristiano Giulio Andreotti.
Intanto, ci sono grandi fermenti negli organismi e nelle linee organizzative di alcuni grandi partiti politici.
Il XIII Congresso del PCI elegge suo segretario generale il sardo Enrico Berlinguer, autentica speranza per ridare forza al vertice del più grande partito comunista d”Europa. Berlinguer costruisce la politica del compromesso storico. Il segretario del PCI, infatti, è convinto che non si può pensare ad un governo delle sinistre con una forza che arrivi “solo” al 51% dei consensi. Da questo ragionamento la proposta, quindi, di un incontro delle masse cattoliche, comuniste e popolari per la costruzione di una grande forza, che possa rappresentare la maggioranza del popolo italiano.
A destra, invece, il segretario del MSI, Giorgio Almirante, cerca di dare al suo partito una patente di legittimità democratica, pulendolo dalle violenze del fascismo puro ed accreditando l”immagine di un “fascismo in doppiopetto” ubbidiente alle regole democratiche. Ma è poco credibile! Almirante non può nascondere nè negare, infatti, di essere stato combattente della Repubblica di Salò e redattore della rivista fascista “La Difesa della Razza!”
Anche nel PSI ci sono cambiamenti. Nel corso del XXXIX Congresso del partito è eletto segretario generale Francesco De Martino, un leader lungimirante che si impegna, da subito, a riprendere la via del centrosinistra, per cercare di porre un argine ai pericoli derivanti dall”eversioni di destra e dalla crescita del cosiddetto terrorismo rosso.
E proprio sotto i colpi del terrorismo cade, il 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi, colpevole –secondo gli attentatori- non solo di essere stato tra i poliziotti ai quali era stato dato l”incarico di interrogare l”anarchico Giuseppe Pinelli (in relazione alla strage della Banca dell”Agricoltura) ma di essere anche “uno di quelli” che conosce la verità circa la presunta “morte violenta” dello stesso anarchico.
(Fonte foto: Rete Internet)

