Caldo record a Napoli, anziani si rifugiano in chiesa.
Somma Vesuviana, Vincenzo Nocerino: Riflessione civica sul futuro di Somma Vesuviana
Le ricette di Biagio: melanzane al cioccolato. E togli subito la maschera a chi ti sta parlando. Ma conviene sempre?
Scrissi anni fa che i succhi amari e il colore viola- il colore di maghe e fattucchiere, il colore di Satana – e una cervellotica etimologia – melanzana, da “mens insana”, il “cervello di un pazzo” – tennero a lungo l’ortaggio nell’ombra del sospetto. Sospetto che diventava paura manifesta, quando certi medici, ancora sul finire dell’Ottocento, sentenziarono che la melanzana provoca l’anemia e spegne, nei maschi, l’impulso e il seme dell’eros. Tra i tanti meriti culinari i Napoletani hanno avuto anche quello di incominciare a colorare di rosa la fama delle melanzane, sollecitati dal fatto che l’ “umore” dell’ortaggio coltivato nella piana della Campania Felix era meno amaro rispetto agli “umori” delle altre melanzane: inoltre, più gradevole era anche il suono della parola che a Napoli indica l’ortaggio, “mulignana”: a pronunciarlo lentamente, suggerisce l’immagine dei denti che entrano piacevolmente nel corpo della parmigiana. Perfino il colpo che ha prodotto una lividura, se questa lividura la chiami, per associazione cromatica, “mulignana”, si sopporta meglio. E poiché incominciò a farsi strada l’idea che il viola fosse il colore degli esorcismi che rendono impotenti i diavoli, si diffuse l’opinione che le melanzane potenziassero le capacità fisiche e intellettuali di chi ne consumava porzioni copiose. Per esempio Camilleri “santifica” le melanzane della caponata siciliana di cui Adelina è magistrale cuoca e Montalbano è insaziabile goloso: è il miracolo della letteratura, che rende patrimonio nazionale due “valori” siciliani, un “piatto” e un personaggio. E pare che proprio le melanzane accendano la luce – una luce “santa”, ma un poco ancora diabolica – nella mente del commissario e lo aiutino a risolvere il giallo. Figuriamoci cosa succede quando al potere illuminante della melanzana si unisce quello della cioccolata. Dunque, la melanzana aiuta a “smascherare” gli autori di un delitto. Ma dall’’800 a oggi quel verbo – “smascherare”- è diventato un groviglio di significati letterali e metaforici: è la parola dominante del nostro vivere. Ogni giorno ognuno di noi, prima di uscire, si comporta come il protagonista nel quadro di Magritte che correda l’articolo: sceglie la “maschera” con cui si coprirà il volto, e si prepara ad usare modi, linguaggio e comportamenti corrispondenti sul “palcoscenico” della vita quotidiana, e a “smascherare” gli altri. Non sempre ci riusciamo, perché Pirandello ci ha insegnato che siamo “uno, nessuno e centomila” e che maschere numerose si susseguono su ogni volto, anche sul nostro, e perciò, mei momenti di solitudine, ci chiediamo talvolta: “chi sono, veramente?”. E’ una domanda a cui è necessario rispondere, anche se non è facile. Recitare il sé stesso autentico nel teatro dell’esistere può condannarci alla solitudine, a parlare con pochi, a non credere più nei “giochi” che costituiscono la trama della vita sociale. Forse avevano ragione Torquato Accetto, Machiavelli, Guicciardini e Luigi de’ Medici: la via della salvezza può essere l’arte della dissimulazione onesta. E se proprio la situazione diventa insopportabile, possiamo sostenerla aumentando la dose di cioccolata. Ma è un tema che impone un approfondimento. La trasmissione e trasformazione musicale nel Medioevo: Guido D’Arezzo e l’evoluzione della scrittura neumatica
Bentornati al ventitreesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
Oggi esamineremo la profonda trasformazione della didattica e della trasmissione musicale nel Medioevo, concentrandosi in particolare sull’apporto teorico e metodologico di Guido d’Arezzo.
All’inizio questo segmento viene completato il quadro storico e concettuale relativo all’evoluzione della scrittura neumatica e ai primi tentativi di dare una precisa collocazione spaziale ai suoni sulla pagina, superando i limiti della notazione adiastematica che non indicava gli intervalli precisi. Si introduce la figura di Guido d’Arezzo, attivo nell’XI secolo, il cui merito principale consiste nell’aver compreso la necessità di una riforma pedagogica radicale che permettesse ai cantori di apprendere canti mai uditi prima direttamente dalla pagina scritta, senza dover dipendere esclusivamente dall’insegnamento orale e dalla memoria. Guido formalizza l’uso del rigo musicale moderno inserendo linee di colori diversi, solitamente il giallo per la nota do e il rosso per la nota fa, offrendo così un punto di riferimento visivo immediato e certo per identificare i semitoni all’interno della scala.
Il cuore dell’approfondimento è incentrato sull’invenzione del sistema della solmisazione e sulla nascita dei nomi delle note. Per facilitare l’intonazione corretta degli intervalli, in particolare del semitono, Guido d’Arezzo adotta come modello pedagogico l’inno a San Giovanni Ut queant laxis. Questa composizione poetica possedeva la particolarità di iniziare ogni semifrase su una nota progressivamente più acuta, ascendendo grado per grado. Utilizzando le prime sillabe di ciascun emistichio, il teorico individua le sei sillabe ut, re, mi, fa, sol, la, che vanno a costituire una struttura scalare fissa di sei suoni definita esacordo. La caratteristica fondamentale dell’esacordo risiede nella posizione fissa dell’intervallo di semitono, che si colloca rigorosamente ed esclusivamente tra le sillabe mi e fa.
La trattazione analizza come questo modulo di sei note venisse applicato all’intero sistema musicale medievale per mezzo del meccanismo della mutazione. Poiché l’estensione complessiva delle melodie superava l’ambito di sei sole note, era necessario sovrapporre più esacordi di tre tipi differenti a seconda della posizione della nota si: l’esacordo naturale (costruito a partire dal do), l’esacordo duro (che partiva dal sol e utilizzava il si naturale) e l’esacordo molle (che partiva dal fa e necessitava del si bemolle per mantenere il semitono tra mi e fa). Quando una melodia superava i confini di un singolo esacordo, il cantore doveva effettuare una mutazione, ossia cambiare la denominazione delle sillabe sostituendo la sillaba di arrivo di un esacordo con quella di partenza del nuovo esacordo, mantenendo però inalterato il suono reale. Questo esercizio mentale e vocale permetteva di cantare qualsiasi melodia mantenendo la percezione del semitono sempre agganciata al rapporto tra le sillabe mi e fa.
Infine si evidenzia l’enorme impatto di questa riforma: la musica si svincola progressivamente dalla pura pratica empirica ed entra a pieno titolo nell’ambito delle discipline teoriche e speculative del quadrivio, trasformando il cantore da mero esecutore mnemonico a musico consapevole in grado di leggere in autonomia il repertorio scritto.
Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)La prima Casetta dei Libri a Castello di Cisterna: quando la lettura si mette in circolo
Non è soltanto una piccola libreria di strada. È un invito a rallentare, ad aprire un libro e, magari, anche una conversazione.
È stata inaugurata ieri, 26 giugno, in piazzetta San Nicola a Castello di Cisterna, la prima Casetta dei Libri del paese, un progetto promosso dall’associazione IRIS con l’obiettivo di mettere la lettura nelle mani di tutti, in modo semplice e gratuito.
Chiunque può prendere un libro dagli scaffali della casetta e, se lo desidera, lasciarne un altro. Un piccolo gesto che permette ai libri di continuare il loro viaggio anziché restare chiusi in una libreria di casa.
La casetta è stata dedicata a Mario Di Sena, socio dell’associazione IRIS, ricordato come una persona che ha sempre creduto nel valore della cultura, della condivisione e della comunità.
Metti in circolo la lettura
L’iniziativa nasce con un obiettivo preciso: mettere in circolo la lettura. Ma il progetto va oltre il semplice scambio di libri.
Ogni volume lasciato nella casetta porta con sé una storia, un’emozione o un ricordo di chi lo ha letto. Può essere quel romanzo che ha cambiato un modo di vedere le cose, un saggio che ha aperto nuove prospettive o semplicemente un libro rimasto troppo a lungo su uno scaffale a prendere polvere.
Consegnarlo a qualcun altro significa offrirgli la possibilità di vivere la stessa esperienza. Ed è proprio in questo passaggio che la lettura diventa anche uno strumento per creare relazioni, favorire incontri e rafforzare il senso di comunità.Un’idea nata dall’altra parte del mondo
Quella inaugurata a Castello di Cisterna è la prima casetta del territorio, ma il progetto affonda le sue radici negli Stati Uniti.
La Little Free Library nasce infatti nel 2009 a Hudson, nel Wisconsin, da un’idea di Todd Bol. Per ricordare la madre, insegnante, costruì una piccola casetta di legno a forma di scuola e la sistemò nel proprio giardino con una semplice regola: “Prendi un libro, lascia un libro”.
Un piccolo gesto che chiede responsabilità
Perché il progetto possa crescere e durare nel tempo, però, sarà fondamentale anche la collaborazione dei cittadini. La Casetta dei Libri è un bene condiviso e, come tale, richiede cura e rispetto. Custodirla, mantenerla in ordine e contribuire allo scambio dei libri significa prendersi cura di un patrimonio che appartiene all’intera comunità.
In un’epoca in cui gli spazi pubblici sono spesso messi a dura prova da incuria e vandalismi, iniziative come questa rappresentano anche un invito a riscoprire il senso civico e la responsabilità verso ciò che è di tutti. Perché una comunità non cresce soltanto attraverso le opere che vengono realizzate, ma anche grazie all’attenzione con cui i cittadini scelgono di preservarle e farle vivere ogni giorno.
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Lutto nel mondo del giornalismo: addio ad Antonio Coscione
Pomigliano, revocate le nuove disposizioni sulla ZTL
Come dichiarato dal Comune di Pomigliano D’Arco, dal 28 giugno 2026 cesserà la fase sperimentale della nuova ZTL, con ritorno alle vecchie disposizioni
Un nuovo cambio di marcia per la zona a traffico limitato della città di Pomigliano D’Arco, ormai da diversi mesi nell’occhio del ciclone.
A poco più di un mese dall’introduzione delle nuove disposizioni per la sperimentazione di un’area pedonale all’interno del centro cittadino, l’amministrazione comunale ha annunciato che ci sarà un ripristino delle regole, con un ritorno a quelle precedenti.
Infatti, con l’ordinanza dirigenziale n. 282 del 25 giugno 2026, dal 28 giugno 2026 è prevista la revoca della ZTL e dell’area pedonale sperimentale.
Le misure introdotte lo scorso maggio prevedevano l’istituzione di un’area pedonale temporanea nel centro cittadino e l’ampliamento delle fasce orarie della ZTL, con lo scopo di ottenere effetti positivi sulla mobilità sostenibile, sulla sicurezza urbana e sul tessuto economico locale.
A seguito di un confronto tra l’Amministrazione comunale, la Consulta Ambientale, gli uffici competenti e le associazioni dei commercianti è arrivata la decisione di sospendere anticipatamente la sperimentazione in atto. La decisione, con un’ordinanza firmata dal Comandante della Polizia Municipale Gennaro Parisi, è stata poi resa operativa.
Come spiega il Comune di Pomigliano D’Arco: “La sperimentazione ha consentito di raccogliere elementi utili per valutare gli effetti delle misure sulla mobilità urbana. Tuttavia, le eccezionali ondate di calore delle ultime settimane non hanno permesso di acquisire dati pienamente rappresentativi delle normali condizioni di utilizzo degli spazi pubblici.”
I dati raccolti però verranno lo stesso utilizzati per redigere un nuovo Piano Urbano del Traffico e per valutare una nuova possibile riproposizione della sperimentazione (con correttivi) nel prossimo autunno.
Sul dietrofront effettuato dall’amministrazione sono intervenuti l’Associazione Eco e il Gruppo OLTRE, dichiarando che il modo giusto di fare politica è quando si ascoltano le difficoltà, si corregge il problema laddove sia stato fatto un errore e non quando si pretende di essere infallibili.
Le Associazioni, in modo congiunto, spiegano: “Il ritiro del provvedimento era però una scelta doverosa al fine di costruire uno strumento più efficace, equo e realmente rispondente alle esigenze del territorio.
La lungimiranza consiste proprio nel saper prevedere le conseguenze delle decisioni e nel richiamare per tempo l’attenzione sulle criticità. Rimediare ad un errore è la giusta politica che serve ai cittadini: seria, responsabile e capace di trasformare gli errori in occasioni di miglioramento.”

