Sant’Anastasia, follia durante l’arresto: 6 carabinieri feriti

  Sant’Anastasia, follia durante l’arresto: sei Carabinieri feriti da un uomo e dai suoi familiari. Europa Verde (AVS): “Assalto intollerabile allo Stato”   Notte di tensione a Sant’Anastasia, dove i Carabinieri della locale Stazione e della Sezione Radiomobile della Compagnia di Castello di Cisterna sono intervenuti per una violenta lite familiare. Secondo quanto ricostruito, un uomo avrebbe minacciato il padre e una delle sorelle con un coltello per ottenere del denaro. Rintracciato poco dopo dai militari, avrebbe reagito con estrema violenza durante la perquisizione, aggredendo i Carabinieri con calci e pugni. Nella colluttazione sarebbero intervenute anche la madre e una sorella dell’uomo, che avrebbero colpito i militari nel tentativo di impedirne l’arresto.   Solo grazie all’arrivo di ulteriori pattuglie è stato possibile riportare la situazione sotto controllo. Il bilancio è di sei Carabinieri feriti, un’autoradio danneggiata e tre persone arrestate per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L’uomo dovrà inoltre rispondere di tentata estorsione ai danni del padre, che insieme a un’altra figlia ha formalizzato denuncia.   “Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai sei Carabinieri rimasti feriti. Ancora una volta uomini e donne in divisa hanno rischiato la propria incolumità per difendere cittadini indifesi e ristabilire la legalità. Da tempo denunciamo la crescente escalation di aggressioni ai danni di Polizia, Carabinieri e Polizie Locali. Le divise non possono essere lasciate sole. Occorrono organici adeguati, strumenti normativi efficaci e pene certe per chi usa violenza contro chi rappresenta lo Stato. Chi aggredisce un appartenente alle forze dell’ordine non colpisce soltanto una persona, ma lo Stato e tutti i cittadini onesti. Per questo serve il massimo rigore”, lo hanno dichiarato Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi – Sinistra e Ines Barone, consigliera federale nazionale di Europa Verde.    

Somma, verso la nuova giunta, Morisco alla sindaca: “Alza il livello e il paese sarà al tuo fianco”

Riceviamo da Andrea Morisco e pubblichiamo   Sono diverse settimane che va avanti la trattativa per la scelta della giunta della amministrazione Svanera. La sindaca è stata eletta da più di 9000 cittadini che hanno chiesto alla nostra politica locale di alzare il livello. È evidente che parte o tutta della partitocrazia locale il senso di questa lezione fa finta di non averlo capito. A Silvia va la massima solidarietà e stima poiché da settimane sta tenendo in piedi una discussione con persone e partiti che hanno un livello culturale medio oggettivamente basso. Ma questo è il momento del coraggio, lo dobbiamo a Somma. A Somma non servono persone frustrate quasi tutte ovviamente uomini che vedono nella giunta l’occasione per affrancarsi dall’etichetta di fessi o perdenti. A Somma serve e merita una giunta di alto profilo fatta di persone al disopra di questo livello persone come Silvia Svanera. Cara sindaca non ti abbiamo eletta per discutere del posto alle poste del cugino scemo di qualche consigliere. Se deciderai di alzare il livello il paese sarà al tuo fianco. IN BOCCA A LUPO SOMMA! Andrea Morisco Cittadino libero Attivista politico Sindacalista

Somma Vesuviana, il punto di vista: il giorno della proclamazione del Consiglio Comunale

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione dall’avvocato Vincenzo Nocerino   Somma Vesuviana, il giorno della proclamazione è arrivato: l’entusiasmo non basta più, ora servono competenza e visione.  La proclamazione del nuovo Consiglio comunale segna uno dei momenti più significativi della vita democratica di una città. Si chiude la stagione delle promesse elettorali e si apre quella delle decisioni, delle responsabilità e, soprattutto, dei risultati.  A Somma Vesuviana il nuovo Consiglio presenta un dato evidente: alcuni volti nuovi siedono oggi tra i banchi della maggioranza e dell’opposizione. È un segnale di rinnovamento che può rappresentare una straordinaria opportunità, ma anche una sfida impegnativa.  Entrare per la prima volta nell’aula consiliare significa confrontarsi con una macchina amministrativa complessa, con norme articolate, bilanci, procedure e problemi che richiedono studio, preparazione e capacità di decidere. L’esperienza maturata in molti Comuni italiani insegna una lezione semplice: essere nuovi non è un limite, ma pensare che basti la buona volontà, invece, può diventarlo.  Esistono amministrazioni che hanno saputo trasformare il ricambio generazionale in un motore di innovazione e cambiamento, grazie a consiglieri che hanno studiato, ascoltato il territorio e lavorato con umiltà. Altre, invece, hanno pagato il prezzo dell’improvvisazione, della superficialità e della convinzione che amministrare fosse un esercizio intuitivo.  La storia degli enti locali dimostra che governare una città è una professione civica che richiede competenze, metodo e dedizione quotidiana. Da oggi ogni consigliere è chiamato a un salto di qualità. Non rappresenta più soltanto il proprio elettorato o la propria lista, ma l’intera comunità.  Le appartenenze politiche restano importanti, ma diventano secondarie rispetto all’interesse pubblico. L’Amministrazione Comunale di Somma Vesuviana ha bisogno di affrontare questioni che i cittadini conoscono bene: esposizioni debitorie, la qualità dei servizi, la manutenzione del territorio, la vivibilità urbana, la tutela dell’ambiente, lo sviluppo economico, le politiche sociali, la valorizzazione del patrimonio storico e culturale. Sono temi che non si risolvono con gli slogan, ma con competenza, programmazione e coraggio amministrativo.  Anche l’opposizione avrà una responsabilità decisiva. Controllare non significa ostacolare; significa contribuire con proposte, vigilare sulla trasparenza e migliorare le decisioni dell’amministrazione. Una democrazia locale cresce quando maggioranza e minoranza comprendono che il confronto è una ricchezza e non una guerra permanente.  I cittadini osserveranno con attenzione.  Non chiederanno miracoli, ma serietà.  Non pretenderanno la perfezione, ma preparazione. Non misureranno il valore degli amministratori dalla loro capacità di parlare, bensì dalla loro capacità di risolvere problemi.  L’augurio che accompagna questo nuovo Consiglio comunale è semplice ma impegnativo: trasformare l’entusiasmo dell’elezione nella cultura del buon governo. Perché amministrare una città non significa occupare uno scranno, ma assumersi l’onore e il peso di costruirne il futuro. E il futuro di Somma Vesuviana merita competenza, responsabilità e una visione capace di guardare oltre l’immediato. A tutti i Consiglieri Comunali,  quindi,  vada l’augurio di un proficuo lavoro, con l’auspicio  che sappiano svolgere il mandato loro affidato con  senso delle istituzioni e con  attenzione agli interessi della comunità, a fianco della Sindaca Silvia  Svanera

Quando la lingua napoletana si diverte: tene ‘e ccèuze e alice ‘e matenata

Dalle lingue classiche la lingua napoletana ha ereditato la “passione” per i giochi metaforici e dai grandi scrittori latini dell’età imperiale, soprattutto da Petronio, da Marziale, da Giovenale, l’inclinazione a vedere negli alimenti e nella “tavola apparecchiata” l’immagine concreta dei “modi” della vita sociale. Pensiamo ai “significati” metaforici che la lingua napoletana attribuisce, per esempio, a “maccarone, trippa, pagnotta, vruoccolo, marenna, cavulisciore, ricotta, ricottaro.” Dicevano Giuseppe Marotta e Luciano De Crescenzo che il ragù napoletano “quanno pappèa” vuole dirci che “sta pensando”. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Francesco Netti “Donna che legge”.     Le more di gelso nero suggerivano ai Napoletani l’immagine delle “emorroidi”, che, come si sa, provocano in chi ne soffre ansia, agitazione e irrequietezza: e dunque “ tene ‘e ccèuze” si diceva, e ancora si dice, di chi mostrava di non conoscere calma e tranquillità: parlando di questi tipi, se appartenevano a clan avversari, i camorristi dicevano “a chist’ ‘e pror’ ‘o c….o”, e il detto talvolta suonava come una sentenza di morte. Ma l’espressione “tene ‘e ccèuze” poteva riferirsi anche a giovani astuti, capaci, soprattutto nelle contese d’amore, di organizzare trappole e tranelli e di nascondere la propria responsabilità. Un significato particolare è stato commentato da Francesco D’Ascoli nel libro “La Filosofia popolare Napoletana”.   Il detto si riferiva anche al Vico Lungo Gelso, in quella parte della città in cui prima della costruzione dei Quartieri Spagnoli c’erano piantagioni di gelsi destinati all’allevamento dei bachi da seta: nel Vico ai tempi della dominazione spagnola “fioriva” anche la prostituzione, con tutti gli annessi e i connessi. E dunque “tene ‘ e ccèuze” si diceva sia di chi frequentava questi luoghi come cliente, sia dei “ricottari” che gestivano l’attività delle prostitute. E non meno complesso è il discorso su un altro detto celebre, “alice ‘e matenata”. Le alici appena pescate e messe in vendita di primo mattino sembrano ancora vive e i loro colori, l’argento e il grigio, sono ancora intensi: Leopardi andava spesso a godere lo spettacolo del mercato del pesce a Posillipo. Nell’’800 il detto prese di mira “quelle donnine che fin dalle prime luci dell’alba si appostavano sui marciapiedi o agli angoli di strade e piazze per adescare i passanti.”( F. D’Ascoli). Queste “donnine” di mattina risplendevano, ma con il trascorrere delle ore la lucentezza delle creme si appannava e la vivezza dello sguardo si offuscava, soprattutto se l’incasso era misero.   Nella seconda metà dell’’800, quando le donne incominciarono a combattere per la loro libertà e per i loro diritti, e incominciarono a scrivere romanzi, a leggere i giornali, come fa la signora nel quadro di Francesco Netti, e a curare il loro aspetto esteriore, gli antifemministi sottolinearono sarcasticamente l’abuso che le donne facevano di creme, unguenti e profumi  e ricordarono che alla fine il trascorrere delle ore è maligno, perché toglie la maschera e svela il vero aspetto della signora “’ncannaccata”, che, come l’alice ‘e matenata, risplende solo la mattina, quando le creme sono ancora fresche. Mi auguro che nell’imminente “sagra delle ceveze” che, come ogni anno, si terrà alla “Zabatta” gli organizzatori ricordino al pubblico che la coltivazione alla Zabatta e a Terzigno del gelso bianco (Morus Alba) e del gelso rosso-nero (Morus Nigra) venne favorita tra il ‘700 e l’800 da Michele I Medici e dalla moglie Carmela Filomarino, da Giuseppe III Medici e dalla moglie Vincenza Caracciolo dei principi di Avellino, e infine da Maria Isabella Albertini, moglie di Michele II Medici, la quale estese la coltivazione dell’albero prezioso anche a Piazzolla, nelle terre della sua famiglia, a partire dal Bosco Gaudo.   L’obiettivo primo dei Medici era l’allevamento dei bachi da seta: e in altri articoli ho già parlato dell’importanza delle “setajole” ottajanesi, che anche dopo il 1861 tessevano e ricamavano camicie e foulard per gli ufficiali del reggimento di cavalleria di stanza a Nola. Nel 1892 a Ottajano funzionavano ancora 190 telai domestici, riservati alla lavorazione di stoffe “eleganti”, non ordinarie: sette tessitrici di piazza San Giovanni, dirette da Vincenza Mormile, lavoravano camicie “doppie” per gli ufficiali dell’Esercito e rivestivano di “trame in seta” i corsetti delle signore. I contratti matrimoniali ci dicono che nei corredi delle spose “di famiglie cospicue” non potevano mancare “drappi e lenzuola” “ricamate e trattate” a mano dalla tessitrice Erminia Parisi, di “Casalvecchio”, strada storica di Ottajano, e dalle numerose sue collaboratrici.  

L’evoluzione della civiltà greca: dalla “polis” all’arte geometrica e vascolare

Bentornati al ventiquattresimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.  Le origini della civiltà occidentale affondano le radici in Grecia, dove l’arte assume un valore profondo legato alla ricerca dell’equilibrio, della perfezione e della razionalità, distaccandosi dai condizionamenti magici e religiosi delle culture precedenti. La storia dell’arte greca viene suddivisa in quattro periodi principali: il periodo di formazione o geometrico (dal XII alla metà dell’VIII secolo a.C.), il periodo arcaico (dal VII secolo a.C. al 480 a.C.), il periodo classico (dal 490 al 323 a.C. diviso in stili severo, maturo, ricco e tardo) e infine il periodo ellenistico (dal 323 al 31 a.C.). Il nucleo di questa evoluzione sociale e politica è la nascita della “polis” durante il periodo di formazione, stimolata dall’invasione dorica del Peloponneso e dai conseguenti sconvolgimenti socio-economici. La “polis” non rappresenta solo un modello urbano, ma una vera e propria organizzazione civile fondata su una fitta rete di relazioni. Dal punto di vista strutturale, essa si compone di diverse parti collegate: l’acropoli, situata sulla sommità di un colle, che costituisce il centro ideale, sacro e simbolico della comunità; l’asty, ovvero la città bassa circondata da mura dove si sviluppano le abitazioni e la vita quotidiana; l’agorà, la piazza principale e cuore politico ed economico in cui si tiene il mercato e si riuniscono i cittadini liberi; infine la chora, il territorio circostante coltivato e suddiviso in villaggi agricoli denominati komai, che garantisce il sostentamento. In questa fase si assiste al superamento del potere assoluto di un unico capo a favore di un concetto di bene comune condiviso dai cittadini, mentre l’architettura domestica abbandona la monumentalità dei palazzi cretesi-micenei per adottare strutture più semplici, come capanne rettangolari o absidate in pietra, mattoni crudi, legno e paglia. Nel medesimo periodo di formazione, si sviluppa la produzione di arte vascolare, che sopperisce alla mancanza di testimonianze dirette di pittura parietale. Questa produzione si fonda sull’uso di motivi geometrici astratti di estrema precisione come rombi, cerchi, quadrati, losanghe, svastiche, greche e meandri, elementi che non richiamano la natura ma esprimono forme geometriche ideali. L’artigianato fittile assume un ruolo centrale grazie alla grande disponibilità e lavorabilità dell’argilla, e il vasellame viene impiegato sia per scopi quotidiani (contenere liquidi o solidi) sia per scopi rituali e banchetti. I vasi più antichi risalgono ai secoli X e IX a.C. e rientrano nello stile proto-geometrico, caratterizzato da decorazioni essenziali che esaltano la forma del manufatto. La gamma di vasi greci si diversifica notevolmente in base alla funzione, includendo piccoli contenitori per unguenti e profumi come l’aryballos e l’alabastron, recipienti per versare liquidi come l’oinochoe e l’olpe, coppe da vino come il kylix e lo skyphos, e grandi contenitori per la conservazione come l’anfora, il pelike e lo stamnos. Per la miscelazione di acqua e vino si usavano invece i crateri, mentre l’idria serviva al trasporto dell’acqua e il pyxis alla custodia di gioielli o cosmetici. Nelle fasi più mature del periodo geometrico, in particolare a partire dall’VIII secolo a.C., si assiste a un’evoluzione monumentale legata ai riti funerari. Invece della cremazione, i defunti vengono spesso interrati all’interno di tombe a tumulazione protette da lastre di pietra, sopra le quali vengono posizionate enormi anfore (per le donne) o crateri (per gli uomini) con la funzione di segnacolo tombale. Un esempio celebre è l’Anfora del lamento funebre proveniente dalla necropoli del Dipylon ad Atene, risalente a circa il 760-750 a.C. Questo immenso vaso presenta una superficie interamente ricoperta da cinquantasei fasce decorative parallele a motivi geometrici realizzate con vernice nera lucida su fondo rossastro. Nella parte centrale, all’altezza delle anse, è inserito un registro figurato che descrive il rito della “prothesis” ovvero l’esposizione del defunto sul catafalco, circondato da figure piangenti maschili e femminili in posizioni simmetriche con le mani portate alla testa. La rappresentazione umana e animale in questo periodo risente della stessa astrazione geometrica dei motivi decorativi: i corpi sono ridotti a silhouette elementari composte da triangoli per il busto e cerchi per la testa, privi di volume e schiacciati su un unico piano prospettico. Infine, anche i motivi animali, come le file di cervi intenti a pascolare sul collo del vaso, mostrano una chiara ispirazione orientale e una forte semplificazione formale. Gli animali, tutti uguali e speculari, fungono da pura ripetizione ritmica e astratta anziché da immagini autonome. Parallelamente a questa evoluzione stilistica e al superamento dei secoli bui, la civiltà greca inizia a erigere le sue prime grandi strutture monumentali in pietra nei territori coloniali della Magna Grecia.  Ed eccoci arrivati alla fine cari artisti e artiste, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per andare alla scoperta di altre grandi civiltà. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

La Benevento segreta, Sapori di Corte e il liquore Strega Alberti: un punto d’incontro tra storia e gusto

  Benevento e l’Irpinia, due territori che esprimono una straordinaria sintesi tra cultura, paesaggi e tradizioni produttive   Il progetto Exempla – Il saper fare campano è un format ideato dalla Regione Campania per promuovere e valorizzare l’artigianato artistico, l’identità culturale del fare e le eccellenze produttive del territorio. Curato dall’Agenzia Campania Turismo, prevede itinerari tematici provinciali ed esposizioni collegate al FUNT (Fondo Unico Nazionale per il Turismo ) che sostiene direttamente la promozione, l’accessibilità e la competitività dell’intera regione, con l’intento di favorire la creazione di nuove proposte di turismo esperienziale e sostenere la promozione integrata dei territori campani. Cinque itinerari culturali che attraversano territori, comunità e identità che trasformano l’artigianato in racconto culturale e chiave di lettura della regione  in cui il patrimonio artigianale consente l’accesso ai luoghi. Botteghe come spazi di conoscenza, artigiani interpreti di una tradizione in continua evoluzione, itinerari come occasione di incontro con l’identità più autentica della regione Campania, in una geografia culturale che attraversa la costa, le aree interne e i paesaggi rurali, luoghi e produzioni d’eccellenza. Tra le pietre miliari del percorso emergono Benevento e l’Irpinia. Il viaggio a Benevento assume i contorni di un racconto che intreccia storia, leggenda e manifattura. Il percorso dedicato a “Ceramica e liquori tra storia e leggenda” accompagna il visitatore alla scoperta di una centro in cui la dimensione narrativa si lega profondamente all’identità culturale. Nella città sannita una piccola perla invita gli ospiti a vivere un percorso dove il cibo diventa occasione di condivisione e scoperta.   Sapori di Corte il salotto del gusto Beneventano: dove la cucina si fa confidenziale Nel centro storico di Benevento, quasi nascosta nelle stradine antiche, vi è la più piccola osteria della città sannita: Sapori di Corte, che  si distingue per una proposta culinaria che affonda le radici nella tradizione campana e sannita. A pochi metri dal conservatorio di musica Nicola Sala e dalla chiesa di Santa Sofia, patrimonio dell’umanità UNESCO. Ogni piatto nasce dall’equilibrio tra ricette tramandate nel tempo e una presentazione curata, senza mai perdere il legame con i sapori autentici del territorio. Lorenzo Tufo, utilizza nelle sue ricette di qualità prodotti stagionali e del territorio, un giovane chef che valorizza la tradizione sannita con la sua cucina che racconta una Benevento autentica. Questa attenzione permette di valorizzare le eccellenze locali e di proporre una cucina che segue il ritmo naturale delle stagioni. Ogni preparazione nasce dall’idea che semplicità e qualità possano convivere, lasciando parlare il sapore degli ingredienti senza eccessive elaborazioni. L’atmosfera dell’osteria invita gli ospiti a vivere un percorso fatto di giovialità, dove il cibo diventa occasione di condivisione e scoperta.   Lorenzo così presenta la sua perla del gusto: ≪L’osteria  ha compiuto 10 anni e siamo felici di aver tagliato questo piccolo traguardo. Cerchiamo di sintetizzare la cucina sannita con i nostri prodotti del territorio e li completiamo con la proposta reinterpretata di baccalà che appartiene alla tradizione campana. Cerchiamo di valorizzare il meglio dei prodotti sanniti che consentono una grande scelta fra formaggi, salumi e ottime carni del territorio. E, come dico sempre,  non è un’eresia saltare da un piatto di terra a uno di baccalà, una cucina che si sposa e si può godere in tutte le sue sfaccettature. Siamo la più piccola osteria di Benevento, con venti posti, se ci stringiamo riusciamo a mettere qualche posticino in più. Nasciamo proprio nel cuore del centro storico, a poca distanza dall’Arco di Traiano≫. Benevento è una città in evoluzione, tra due anni saranno terminati i lavori di  riqualificazione urbana e verranno rinnovati gli spazi pubblici per migliorarne la vivibilità e l’estetica, si avrà una città trasformata, nel frattempo una passeggiata a Benevento va fatta. ≪ Noi vogliamo essere pronti per quando ci sarà la nuova Benevento – continua Lorenzo –  la aspettiamo da sempre. Benevento è una città storicamente millenaria che vogliamo far visitare, non ci dimentichiamo che è  caratterizzata dalla leggenda delle streghe, da cui trae il suo fascino. La città deve avere solo i giusti spazi, le giuste attrazioni per le persone e penso che è una città che può dare tanto dal punto di vista turistico≫.   Il ristorante è piccolo ma con clienti famosi come Clementino che è un amico di Benevento perché ha la mamma beneventana. ≪Abbiamo tanti ospiti speciali, che ci fa piacere quando ci vengono a trovare. Riconoscono il nostro locale come un locale intimo, dove poter  trascorrere una giornata in serenità ≫ precisa Lorenzo Tufo.  Da imprenditore ha deciso di rimanere e non andare via come tanti altri: ≪ Ho avuto le mie esperienze fuori, la semplicità che può offrire una città come Benevento, può essere fatta vivere anche in altre situazioni. Oggi la mia base è questa, abbiamo deciso di restare, di puntare sul territorio, anche in maniera testarda. Oggi si crede di trovare fortuna fuori da casa propria, ma  in verità ritengo che l’impegno, la dedizione, la costanza,  premiano sempre≫. Autenticità, dedizione e qualità possano ancora fare la differenza nel mondo della ristorazione che evolve continuamente, ma i valori che guidano Lorenzo Tufo rimangono gli stessi: rispetto della tradizione, ricerca della qualità e desiderio di migliorarsi ogni giorno. L’obiettivo è continuare a promuovere la cultura gastronomica beneventana, offrendo una cucina capace di emozionare sia chi visita il territorio per la prima volta sia chi vi ritorna alla ricerca dei sapori di casa.   Il viaggio continua, l’itinerario di  Exempla costruisce un racconto che va  oltre la valorizzazione delle eccellenze produttive. Ceramica, Liquore Strega, maioliche e paesaggi diventano elementi di una narrazione più ampia, dove patrimonio materiale e immateriale contribuiscono a definire il volto di una Campania ricca di storia, creatività e identità.   L’Alchimia del Sannio: viaggio nello stabilimento del Liquore Strega dove il tempo profuma di erbe e la formula segreta  Alberti incontra il mito delle Janare Le janare, sacerdotesse di Diana, come vengono chiamate le streghe di Benevento,  celebravano i loro riti legati alla terra intorno al leggendario Noce di Benevento, raccogliendo erbe spontanee nelle notti di luna piena per farne unguenti e pozioni. L’alchimia degli Alberti, produttori del liquore Strega, riproduce in chiave scientifica quel legame viscerale con la flora e i segreti della natura. Il mito più celebre delle streghe beneventane è quello del filtro d’amore, un legame eterno per chiunque lo bevesse. Una tappa della visita di Benevento è dedicata alla scoperta del celebre Liquore Strega, uno dei prodotti simbolo della città e del nostro Paese. L’impegno costante verso l’innovazione e la qualità ha permesso a Strega Alberti di conquistare una posizione di prestigio sul mercato internazionale, diventando un simbolo dell’eccellenza italiana. Conosciuto ovunque è fra i liquori più imitati, il museo aziendale custodisce oltre 400 bottiglie contraffatte provenienti da tutto il mondo, raccolte per raccontare la storia e il fascino dell’inimitabile liquore alle erbe. Etichette dai nomi assonanti, bottiglie che cercano di copiare il design originale e liquidi colorati artificialmente testimoniano quanto il marchio campano sia diventato, nei decenni, un simbolo globale del Made in Italy.   Fondato nel 1860, lo stabilimento Alberti produce il liquore utilizzando una miscela segreta custodita in cassaforte ideata da Carmine Vincenzo Alberti, l’attuale Presidente e Amministratore Delegato di Strega Alberti Benevento S.p.A. è l’ingegnere Giuseppe D’Avino, che – da vero appassionato della storia della sua famiglia –  alcune volte accompagna i gruppi a visitare lo stabilimento. Sono circa 75  le erbe e spezie della ricetta provenienti da tutto il mondo: la menta del Sannio, la cannella di Ceylon, l’iride fiorentino, il ginepro e, soprattutto, i preziosi stimmi di zafferano, ed è proprio quest’ultimo a donare al liquore quel caratteristico colore giallo oro che risplende nelle iconiche bottiglie. Questa spezia solare trasforma il liquido in un oro brillante e magnetico, catturando l’occhio del bevitore proprio come un antico sortilegio visivo. Le proporzioni esatte e la manipolazione delle spezie restano un segreto tramandato di generazione in generazione.   La magia delle Janare si basava  su formule segrete, tramandate solo a poche iniziate. Allo stesso modo, la formula del liquore è un segreto industriale gelosamente custodito. La visita allo stabilimento comprende: la storia della famiglia Alberti; il processo di infusione delle erbe aromatiche; la produzione del Liquore Strega; il ruolo del marchio nella storia industriale beneventana. Si potranno vedere gli antichi alambicchi di rame e il moderno rituale di trasformazione. Il prezioso liquore viene messo a riposo nei tini di rovere dove si compie la classica trasmutazione alchemica da elemento grezzo a quintessenza liquida. Il percorso della visita include anche le specialità dolciarie, come il torrone allo Strega, nato nel Secondo Dopoguerra. Lo stabilimento di Benevento non è solo un luogo di produzione, ma un vero e proprio epicentro culturale. Camminando tra i corridoi e le sale storiche si respira l’eco del Premio Strega, il riconoscimento letterario più prestigioso d’Italia nato nel 1947 per volontà di Guido Alberti e degli intellettuali Maria e Goffredo Bellonci. Nelle sale sono esposti i manifesti storici d’autore, firmati da maestri come il futurista Fortunato Depero che interpreta visivamente questa unione tra magia e modernità e che ha trasformato il mito esoterico delle Janare in un’icona geometrica, moderna e meccanica.                  

 San Giuseppe Vesuviano, il caso festa accelera: interrogazione al Viminale e pressing sul sindaco

Il caso della festa di compleanno a San Giuseppe Vesuviano si allarga. Dopo Gasparri, altri tre esponenti del centrodestra entrano in campo: interrogazione al Viminale, verifiche dell’Antimafia e richiesta di dimissioni del sindaco.
Il caso della festa di compleanno tenutasi a fine aprile in un locale di Napoli, alla quale avrebbero partecipato amministratori di San Giuseppe Vesuviano e parenti di esponenti del clan Fabbrocino, continua a generare ripercussioni a livello nazionale.
Il vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia, Mauro D’Attis di Forza Italia, ha confermato che gli uffici della Commissione, su mandato della presidente Chiara Colosimo, procederanno alle “necessarie verifiche su quanto sta accadendo al Comune di San Giuseppe Vesuviano”. La dichiarazione di D’Attis giunge a seguito della lettera inviata alla presidente Colosimo dal senatore Maurizio Gasparri, che aveva sollecitato un approfondimento sulle notizie riportate dalla stampa campana relative alla festa organizzata per il compleanno di un parente del vicesindaco Antonio Borriello.
Sulla questione  ritorna anche il segretario regionale di Forza Italia in Campania, Fulvio Martusciello, che  ha alzato ulteriormente il tono dello scontro politico, chiedendo apertamente le dimissioni del sindaco Michele Sepe:
“Il sindaco di San Giuseppe Vesuviano non ha più nulla da dire alla città. Prima si dimette e meglio è. Forza Italia chiede con forza le dimissioni di un sindaco che ha dimostrato tutta la sua incapacità di amministrare la città. Il degrado è sotto gli occhi di tutti. Sembra di vivere a Dacca e non in una città che un tempo veniva definita la Svizzera della provincia di Napoli. Le verifiche annunciate dalla Commissione parlamentare Antimafia su quanto sta accadendo nel Comune rappresentano un fatto di estrema rilevanza istituzionale. Per questo riteniamo che il sindaco debba fare un passo indietro: prima si dimette e meglio sarà per i cittadini di San Giuseppe Vesuviano”.

Premio Città delle Lucerne, Somma Vesuviana rende omaggio ai custodi della tradizione

Con una serata all’insegna della memoria, della riconoscenza e dell’identità cittadina si è aperto il cammino verso la Festa delle Lucerne 2026. Nel giardino della Casa del Popolo dell’Arci di Somma Vesuviana è stato infatti assegnato il “Premio Città delle Lucerne”, prologo dell’edizione della storica manifestazione che tornerà ad animare il Borgo Casamale il 3, 4 e 5 agosto 2026.

 

Un’occasione per rendere omaggio a coloro che, con impegno, passione e spirito di servizio, hanno contribuito a custodire e rilanciare una delle tradizioni più autentiche e rappresentative della città. A condurre la serata sono stati Barbara Miranda e Gerardo Iovino, dirigenti dell’Associazione Festa delle Lucerne, alla presenza della sindaca di Somma Vesuviana Silvia Svanera e di un pubblico numeroso e partecipe.

Nel corso dell’incontro è stato ricordato il valore storico e culturale della Festa delle Lucerne, manifestazione simbolo di Somma Vesuviana le cui origini si perdono nel tempo. Dopo un periodo di inattività, la festa fu rilanciata nel 1978 grazie all’iniziativa di un gruppo di volontari dell’Arci che, con determinazione e tenacia, riuscì a restituire alla comunità un patrimonio di tradizioni destinato a diventare motivo di orgoglio per l’intera città. Da allora l’evento si svolge con cadenza quadriennale, raccogliendo consensi sempre più ampi e contribuendo a far conoscere Somma Vesuviana ben oltre i confini nazionali.

Il Premio Città delle Lucerne nasce proprio con l’obiettivo di ricordare quel manipolo di uomini che ebbe il coraggio di credere nel rilancio della manifestazione e di riconoscere il contributo di quanti, nel tempo, ne hanno custodito lo spirito e i valori.

I riconoscimenti sono stati consegnati dalla sindaca Silvia Svanera e da Barbara Miranda ad Arcangelo Rianna, ingegnere; Luigi Jovino, giornalista e scrittore; e Giuseppe Martone, appassionato cultore delle tradizioni popolari.

Momento particolarmente intenso è stato quello dedicato ai premi alla memoria, conferiti alla moglie e ai figli di Felice D’Avino, ai figli e ai nipoti di Vincenzo Maiello e alla moglie ai figli e ai nipoti di Ciccio Salierno, indimenticabili protagonisti della storia della Festa delle Lucerne e delle tradizioni popolari di Somma Vesuviana. È stato bello e commovente vedere soprattutto i nipoti accogliere con grande affetto e orgoglio il riconoscimento tributato ai loro nonni, segno di un legame che attraversa le generazioni e che testimonia come la memoria e le radici continuino a vivere nelle famiglie e nella comunità.

Un riconoscimento speciale è stato inoltre assegnato alla Congrega di Santa Maria della Neve, al cui culto è storicamente dedicata la Festa delle Lucerne. Il premio è stato ritirato dal parroco della Collegiata, don Nicola De Sena, e da Fiore Di Palma.

La serata si è conclusa con il saluto del presidente dell’Associazione Festa delle Lucerne, Salvatore Della Pietra, che ha espresso parole di profonda gratitudine e sincera stima nei confronti di quanti, nel 1978, ebbero il coraggio e la determinazione di far rinascere la manifestazione, ponendo le basi del successo che ancora oggi la contraddistingue. Un ringraziamento esteso anche a tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno continuato a custodirne lo spirito e i valori.

Torre Annunziata, ragazzini salvati dai bagnini al largo

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Una tragedia sfiorata a Torre Annunziata, dove due ragazzi hanno rischiato di non tornare a riva dopo che il vento li aveva spinti al largo

Con l’arrivo dell’estate e i sempre più frequenti bagni al mare è dietro l’angolo la possibilità di annegare se non si sta attenti a non allontanarsi troppo dalla riva.

In questo caso a Torre Annunziata, al Lido Azzurro, due adolescenti di 14 e 15 anni sono stati trascinati dal vento forte al largo dopo aver perso il salvagente, rischiando il peggio.

Stando ad una prima ricostruzione degli eventi, i due ragazzi si trovavano in acqua a fare il bagno quando una forte folata di vento ha spinto il loro salvagente sempre più lontano dalla riva.

I due ragazzini hanno nuotato per diversi metri, fino a stancarsi, nel vano tentativo di recuperarlo. Purtroppo il vento era troppo forte e ha continuato ad allontanare il galleggiante, lasciando in un forte stato di difficoltà e agitazione i minorenni.

I bagnini, una volta notata la situazione, si sono subito precipitati in acqua con una zattera di salvataggio a remi per portarli in salvo. Intanto i due ragazzi si erano allontanati l’uno dall’altro e infatti sono stati recuperati in due momenti differenti.

I ragazzi erano ormai a un centinaio di metri dalla riva e non erano in grado di rientrare autonomamente ma per fortuna la situazione si è risolta per il meglio, con il ritorno a riva dei ragazzini.

Acerra, scontro sulla discarica Curcio Sperduto: D’Onofrio respinge le accuse di conflitto di interessi

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Si infiamma il confronto politico ad Acerra sulla vicenda della discarica di Curcio Sperduto. Dopo le pesanti accuse lanciate dall’ambientalista Alessandro Cannavacciuolo, che ha chiesto le dimissioni del presidente della Commissione Ambiente del Comune, Nicola D’Onofrio, arriva la replica del consigliere comunale, che respinge ogni addebito definendo le contestazioni «prive di qualsiasi fondamento».

«Non si fa politica raccontando bugie e infangando professionisti e famiglie», esordisce D’Onofrio. «Da tempo c’è chi, nel tentativo di ottenere visibilità e consenso, preferisce costruire accuse e ricostruzioni fantasiose invece di confrontarsi con i fatti».

Il caso nasce dalle dichiarazioni diffuse sui social da Cannavacciuolo, che sostiene l’esistenza di un presunto conflitto di interessi legato alle attività sulla discarica di Curcio Sperduto. Secondo l’ambientalista, la cooperativa incaricata dal proprietario del sito per seguire l’iter di bonifica vedrebbe tra i soci la madre del consigliere comunale e, di fatto, sarebbe proprio D’Onofrio a gestirne l’attività. Da qui la richiesta di dimissioni immediate dalla presidenza della Commissione Ambiente.

Il consigliere respinge con decisione questa ricostruzione. «Sul presunto conflitto di interessi è bene essere chiari: le insinuazioni diffuse sono totalmente prive di qualsiasi fondamento. Se qualcuno ritiene di avere prove di un illecito, le presenti nelle sedi competenti. Diversamente, continuare a lanciare accuse esclusivamente sui social significa scegliere la strada della diffamazione anziché quella della verità».

D’Onofrio chiarisce anche la natura del proprio incarico professionale: «Da professionista ho svolto un incarico di consulenza per un privato. Mai svolto attività per conto dell’Ente. Pertanto, il mio ruolo di consigliere comunale non ha alcun collegamento con l’attività professionale svolta».

Sulle analisi ambientali, inoltre, il presidente della Commissione Ambiente sottolinea che «i campionamenti sono stati effettuati in contraddittorio con l’ARPAC e le analisi del laboratorio incaricato hanno evidenziato valori persino più severi di quelli successivamente riscontrati dall’ARPAC. Questo dimostra che non vi era alcun interesse a minimizzare e che tutto l’iter è stato sottoposto ai controlli dell’unico ente pubblico competente».

Cannavacciuolo, dal canto suo, continua a sostenere che il ruolo istituzionale ricoperto da D’Onofrio sarebbe incompatibile con l’attività professionale collegata alla discarica. L’ambientalista ricorda inoltre la commissione del 13 gennaio scorso dedicata proprio a Curcio Sperduto, durante la quale, secondo la sua ricostruzione, il presidente avrebbe affermato che non fosse più necessario proseguire gli interventi di bonifica, circostanza contestata dallo stesso Cannavacciuolo.

La replica di D’Onofrio si conclude con un nuovo affondo: «La tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini è una questione troppo importante per essere piegata a campagne mediatiche costruite su insinuazioni, bugie e slogan. Le bugie possono fare rumore per qualche giorno. I fatti, invece, restano. E i fatti, come sempre, sono documentati».