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Rider fa incidente e ladri gli rubano motorino mentre lui è in ospedale
Pompei, motorino rubato mentre il rider era in ospedale dopo un incidente, Borrelli (Europa Verde): “La delinquenza non si ferma davanti a nulla, arrestare gli autori del furto”
E’ a dir poco assurdo quanto accaduto a Pompei la notte di domenica in via Ripuaria, dove un rider è stato vittima di un incidente stradale e di un furto. L’uomo è stato immediatamente soccorso e trasportato all’Ospedale di Castallemmare di Stabia dopo lo schianto, ma proprio mentre trascorreva la notte in corsia, ricoverato con una frattura al piede, alcuni malviventi hanno deciso di rubargli lo scooter che era stato parcheggiato all’interno di una pompa di benzina. Dalle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza si vedono chiaramente delle persone caricare il mezzo a bordo di un furgone, per poi dileguarsi nella notte. Il motorino, tra l’altro, era gravemente incidentato e quindi inutilizzabile.
“E’ davvero incredibile che un giovane non solo rischi la vita per guadagnare onestamente, ma deve anche essere vittima di un furto che, a questo punto, gli impedirà di riprendere il lavoro da rider una volta terminata la degenza. Mi auguro che le Forze dell’Ordine, grazie all’aiuto delle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza, riescano rapidamente ad assicurare alla giustizia questi criminali che, per come hanno agito, devono essere esperti della materia. Chiediamo un intervento rapido per tutelare questa persona e consentirgli di tornare a lavoro una volta ripresosi”. Così Francesco Emilio Borrelli, consigliere Regionale di Europa Verde, commentando quanto accaduto.
La sinistra boccia il PUC di Pomigliano: “Niente verde e non tutela i più deboli”
Somma Vesuviana, un viaggio attraverso il tempo tra i primi geometri, agrimensori, ingegneri e architetti
Con l’approvazione nel 1961 del piano verde, con la necessità di dotare le abitazioni dei necessari servizi igienici – sanitari e con una migliore disponibilità economica delle famiglie, iniziò un forte sviluppo nel mondo del lavoro con il coinvolgimento di tutte le attività connesse al settore dell’edilizia. Le prime costruzioni moderne, da due o tre piani, iniziarono a soppiantare quelle tradizionali, grazie all’ impiego del nuovo materiale del secolo: il calcestruzzo armato, impropriamente detto cemento. Il primo progettista di opere di un certo rilievo a Somma fu l’ingegnere Antonio D’Ambrosio, realizzatore di edifici a torre, di cui ancora oggi esistono vari esempi. Risalgono, a partire dal 1961, la realizzazione delle torri (grattacieli) di via Raimondi, via San Giovanni De Matha, via Indolfi, via Gobetti e così via: tutte opere nate da una speculazione dell’epoca, certamente da non imitare come modelli. E’ il momento del boom edilizio.
Nel 1970, l’ingegnere Tonino D’Ambrosio, unico presente sul territorio con un suo studio professionale, si candidò e venne nominato sindaco il 17 luglio del 1971. La sua attività professionale, in ogni caso, proseguì e, anzi, si rafforzò grazie ai numerosi progetti degli edifici più rappresentativi della città. Era il periodo, in cui il progressivo miglioramento delle condizioni sociali portò ad investire nelle realizzazioni delle costruzioni a scopo abitativo e alle lottizzazioni. Fu approvato definitivamente il programma di fabbricazione e subito adottato il piano regolatore generale, che però dovette attendere circa dieci anni per l’approvazione finale, avvenuta solamente nel 1983 e tutt’ora vigente. A partire dal 1971, intanto, entrò in scena l’ingegnere Michele Autorino. Inizia, così, il grande dualismo tra i due professionisti: da un lato, Tonino D’Ambrosio, sindaco fino al 1974, già noto ed affermato professionalmente; dall’altra, il nuovo astro nascente Autorino, sponsorizzato dal successivo sindaco Francesco De Siervo, subentrato a D’Ambrosio nella seduta del Consiglio municipale dell’8 aprile 1974 . L’interesse e la potenzialità dei due professionisti in questione non conoscevano sosta ed ostacoli: l’ex sindaco D’Ambrosio, ormai grande conoscitore della macchina amministrativa, era ben addentrato nei meccanismi dell’ufficio tecnico, mentre a bilanciare l’equilibrio vi era il sindaco De Siervo con il suo pupillo Michele Autorino. Entrambi si accaparravano i più importanti lavori pubblici e privati. A parte il dualismo D’Ambrosio – Autorino, intanto, nuove figure emergevano nel settore urbanistico – progettuale: l’ing. Michele Giglio Sessa; l’ing. Giuseppe D’Avino con incarico provvisorio all’ Ufficio tecnico e poi emigrato altrove; l’ ing. Francesco De Stefano con incarico, anch’esso, provvisorio; l’ ing. Luigi Magaldi, dirigente; l’ arch. Alberto Angrisani; l’ing. Vincenzo Romano. Siamo, comunque, nella prima metà degli anni ’70 e, certamente, questo era il periodo florido della realizzazione delle costruzioni sull’intero territorio, sia nel rispetto della normativa, sia abusive.
L’abusivismo, in particolare, nasceva, dal vincolo imposto, come abbiamo già detto precedentemente, dalla Sovrintendenza ai monumenti. In relazione a tale situazione, il sindaco De Siervo, sensibile agli interessi dei cittadini, si attivò subito, fornendo ai richiedenti un surrogato della licenza edilizia: una sorta di autorizzazione che consentì agli utenti, sotto piena responsabilità, di poter procedere alle realizzazioni delle costruzioni richieste. Le autorizzazioni rilasciate all’epoca furono ben 1220: il sindaco De Siervo finì sotto processo, ma non per questo condannato. Molte altre persone, invece, approfittarono dell’occasione per realizzare ancora altri abusi.
Dopo aver rivolto l’attenzione alle vicende storiche degli agrimensori, geometri e i primi ingegneri, chiediamo al decano degli ingegneri sommesi, Vincenzo Romano, il suo percorso formativo e professionale e alcuni chiarimenti sull’abusivismo edilizio.
Ingegnere, come intraprese la pratica del mestiere all’epoca?
“A partire dal 1962, ero ancora studente presso l’ITIS per la specializzazione in edilizia. Vivevo in via Pigno ed ero desideroso di apprendere concretamente la pratica del mestiere. Non avendo in famiglia alcun riferimento, mi affidai all’unico professionista esistente in zona: il geom. Antonio Ambrosio di Rione Trieste. Iniziai la collaborazione, contribuendo ad effettuare i primi rilievi topografici, tipici del mestiere. Dopo un anno mi diplomai e mi iscrissi all’albo dei periti edili, acquistando i primi strumenti ed iniziando, autonomamente, l’attività professionale. Seppure in difficoltà, l’impegno e la buona volontà mi consentirono agevolmente di superare i primi ostacoli”.
Quali furono i suoi primi approcci lavorativi?
“Andavo per l’intero territorio effettuando rilievi su commissioni ricevute da privati. Il confronto fu determinante con altri operatori. All’ epoca, gli uffici del Catasto erano basati sul cartaceo e gestiti da personale, spesso non tecnico, che ci offriva la possibilità a noi giovani di poter collaborare nelle ricerche. Nel mondo delle costruzioni, le tecniche erano improntate alla massima semplicità, soprattutto nella documentazione da esibire”.
Quale era il ruolo degli enti preposti alla vigilanza?
“La Sovrintendenza, all’epoca, non era molto esigente, ed in caso di necessità, i tecnici erano decisamente collaborativi, contribuendo alla risoluzione dei problemi, che si palesavano. Successivamente, nella seconda metà degli anni Settanta, iniziò un periodo di confusione con la nascita dell’Ente Regione. A determinare tanta confusione fu la soppressione della Sovrintendenza ai Monumenti e l’impreparazione della nascente Regione. Tale situazione non diede i frutti auspicati”.
Che cosa comportò l’imposizione dei nuovi vincoli?
“Di lì a pochi anni, iniziò la campagna dell’imposizione dei vincoli con il Decreto Galasso. Intanto, l’avvento del triste e luttuoso terremoto del 23 novembre 1980 portò scompiglio per il gran numero di vittime. La sicurezza, condizionata dalla rischiosità del paese, diede impulso alla ricerca di nuove regole e tecnologie per fronteggiare la vulnerabilità di intere aree. Per questo motivo si introdussero ulteriori vincoli e norme per ridurre e limitare l’edificabilità. Seguirono in ordine: il vincolo del Parco Nazionale del Vesuvio; il vincolo della Zona Rossa, atto ad escludere gli insediamenti residenziale dell’intera area vesuviana; e, infine, quello antisismico per fronteggiare eventuali calamità”.
Sul tema dell’abusivismo, infine, cosa ci può dire?
“Il territorio, vuoi per necessità, ma anche per speculazione, è disseminato ancora oggi da costruzioni abusive, incentivate da un sistema di norme poco chiare. Intervenire non è semplice, considerata soprattutto la complessità della situazione in campo. La complicità tra i controllori ed i controllati, il malaffare, e, in particolare, la politica corrotta del nostro paese hanno sempre riconosciuto la gentile concessione di favore. Una cosa è certa: coloro che, formalmente, non sono stati sanzionati, dovranno rispondere alla loro coscienza per i danni che furbescamente hanno causato. Comunque, dopo ben 37 anni dall’entrata in vigore delle legge n. 47/85, l’annoso problema della sanatoria, nel termine di solo 24 mesi, non si è ancora concluso, danneggiando non solo coloro che, meritevolmente e legittimamente, vi avevano fatto ricorso, ma facendo nel contempo divenire endemico il fenomeno. Ritengo che sarebbe saggio, nell’interesse di vittime e carnefici, di porre fine al dannoso e disgustoso comportamento, in relazione soprattutto alla credibilità delle Istituzioni preposte”.
(FONTE FOTO:EDISESBLOG)
La “figura” del guappo tra letteratura e realtà
Don Ciccio Sgambati, il guappo “disegnato” da Giuseppe Marotta nell’”Oro di Napoli”, pare un personaggio dell’immaginazione letteraria, e invece è figura ispirata dalla realtà sociale della città. Il suo “tramonto” ricorda quello di un guappo ottajanese, Giuseppe Nunziata, detto “Tempesta”.
Non è stato facile né per gli storici di professione, né per gli scrittori napoletani – Ferdinando Russo, Anna Maria Ortese, Eduardo De Filippo e Giuseppe Marotta – disegnare, in tutte le sue sfumature, la figura del “guappo” indicando con precisione come e in che misura questa figura si distingueva da quella del camorrista. Scrisse Giuseppe Marotta che il guappo “era un criminale e non lo era. Più che mettersi fuori della legge egli le opponeva una sua legge. Era, a suo modo, cavalleresco e talvolta eroico. A suo modo si rendeva utile alla città e temeva Iddio”. Nel 1872 il prefetto di Napoli Mordini, un implacabile nemico della camorra, chiese al commissario del quartiere Porto qualche notizia sul camorrista Luigi Valese. E il commissario gli rispose che costui passava la giornata ad “amministrare la giustizia” davanti al suo negozio di cappellaio. Non osò, il commissario, spiegare a Mordini che Valese non era un camorrista, ma un guappo, uno di quei guappi “capaci di iniziare qualsiasi controversia con un “dichiaramento”, pronunciato non tanto in dialetto napoletano, quanto in un “approssimativo italiano”, in cui veniva osservata con scrupolo una “cortese procedura”, consistente nel “protrarre con atroce diplomazia i preliminari della selvaggia azione”, glorificata poi involontariamente dai giornali cittadini” (Alberto Granese). L’arma di questi guappi “aristocratici” era il bastone: se le cose si ingarbugliavano, usciva fuori il coltello. Socio di una impresa di pompe funebri era Don Ciccio Sgambati, il guappo dell’“Oro di Napoli” di Giuseppe Marotta, che “inaugurava bettole e caffè, dirimeva vertenze, fissava il prezzo di certe derrate, puniva e premiava” e convinceva i seduttori di infelici ragazze a indicare subito la data delle nozze riparatrici. Si chiedeva Giuseppe Galasso perché il sottoproletariato napoletano non era stato toccato dal processo di modernizzazione urbana condannando Napoli a non diventare una metropoli moderna. Secondo il Granese, la risposta è nelle opere di Raffaele La Capria: la borghesia, non avendo saputo fare la rivoluzione democratica, “ne ha fatto una, per così dire, esistenziale, perché non riuscendo a divenire classe dirigente, ha assorbito tutte le istanze e i sentimenti della plebe e li ha culturalmente interpretati” per addolcirli. Questa complicata identità è l’immagine dominante di Napoli nel mondo. In questa città “porosa” – così la definiva W. Benjamin- può capitare che don Ciccio Sgambati, il guappo di Marotta, venga detronizzato da “uno studente universitario dei più sprovveduti”, il quale, non avendo i soldi per pagarsi i libri e l’ alloggio in pensione, chiede al guappo la metà delle tangenti che gli pagano i venditori del mercato rionale della frutta. Il guappo lo deride, ma lo studente lo schiaffeggia, ed evita abilmente i colpi del bastone. Infine don Ciccio crolla a terra, colpito dall’avversario: accetta la sconfitta, cede alle richieste dello studente, che poi diventerà un grande avvocato penale e difenderà in tribunale i più noti guappi. La prosa diventa poesia quando Giuseppe Marotta descrive il tramonto di don Ciccio, che passa la giornata seduto su una panchina a Port’ Alba, con il rosario tra le dita: e la gente ora si accorge che è anche balbuziente, e ride di lui: e intorno al vecchio che a poco a poco si assopisce “sta la mia pazza, la mia mitologica, la mia cara città”.Nel settembre del 1874 il sindaco di Ottajano confermò al prefetto di Napoli ciò che gli aveva già scritto sei mesi prima, e cioè che l’ottajanese Giuseppe Nunziata, detto “tempesta”, non creava più problemi come quando esercitava il mestiere di “guappo” lungo la strada tra Ottajano e il “vallo” di Scafati, una strada percorsa ogni giorno, nei due sensi, da decine di carri che trasportavano merci di ogni genere. Giuseppe Nunziata si era arreso agli anni e ai camorristi della camorra “bassa”, che gli avevano ordinato di ritirarsi: passava la sua giornata nella “cantina” della Zabatta e a chi gli offriva un bicchiere di vino raccontava storie di duelli, di pacificazioni, di briganti. Storie vere, storie inventate. Quando ero ragazzo, mi dissero che i “guappi” avevano una fervida fantasia.
Violenza in una cornetteria di Cisterna: clienti si trasformano in rapinatori e mandano pasticciere all’ospedale
Sfregiano la statua di Totò e poi pubblicano il video della ‘prodezza’ su TikTok
Vandalizzata la statua di Totó a Casalnuovo, ragazzi si arrampicano per mettergli la mascherina lanciando insulti. Europa Verde: Atto vergognoso e offensivo per una figura simbolo come Totò”
CASALNUOVO – “Ci hanno segnalato che alcuni ragazzi hanno vandalizzato la statua del grande Totó a Casalnuovo di Napoli, postando il filmato sui social. Gli incivili si sono arrampicati sulla struttura, rischiando di danneggiarla, e gli hanno messo una mascherina. Il tutto fra insulti come ‘sporco’, o ancora ‘uomo di m…’ e fra le classiche risate di chi non sa nemmeno cosa sta facendo. Abbiamo ovviamente provveduto a segnalare il filmato alle autorità. Questo è un atto vergognoso, un’offesa ad una figura simbolo per tutta la nostra comunità.
È ora di finirla con il giustificare certe azioni, riducendole a semplici bravate, così facendo non metteremo mai un freno. Vogliamo interventi severi contro questi vandali che possano essere da esempio anche per tutti gli altri”.
Lo hanno detto Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale di Europa Verde e Rosario Visione, membro dell’esecutivo regionale di Europa Verde.




