Caro Direttore,
al nostro Paese (all”Italia, alle città, ai piccoli centri) hanno, ormai, rubato il futuro e nessuno se ne è accorto. O –come è più realistico sostenere- nessuno finge di accorgersene. Tutti, infatti, vivono schiacciati sul presente, quasi alla giornata, con quella tipica espressione disegnata sul volto, un po” beffarda e un po” preoccupata, del tipo: “ci sono cose più importanti nella vita; domani Dio ci pensa!”.
Il futuro di un Paese risiede nella Politica e nella Scuola. L”una (la Politica) ha proprio il compito di progettare il futuro; l”altra (la Scuola) ha l”obbligo di educare i giovani, che rappresentano il futuro. Cosa sta avvenendo, invece, nel nostro Paese? Che la Politica e la Scuola non si rifanno nemmeno all”antico; conoscono solo il presente, la sopravvivenza, la superficialità, l”arte d”arrangiarsi e mettere le pezze, nemmeno con eleganti sarciture, ma alla men peggio, come una volta si mettevano sui calzoni dei pitocchi: di tutti i colori!
La Politica nazionale sta giocando tutte le sue carte (quelle sul tavolo e quelle nella manica), per evitare al Presidente del Consiglio di pagare eventuali debiti contratti con la giustizia. Fino a qualche settimana fa si parlava solo di lodo-Alfano; dopo la sua bocciatura, si parla, invece, del ddl salva-premier. Quello del “processo breve”, per intenderci. Moltissimi cittadini hanno chiesto, a tal proposito, che il decreto venga ritirato: è successo qualcosa? Ma va! Così è chiaro che si scende in politica per propri interessi, per garantirsi di fronte agli uomini (gli onesti, che sono stati gabbati) ed alla Legge.
E che male c”è, se, poi, con le stesse procedure usate per i big della politica (i Gatti, le Volpi, i Pinocchi, i Mangiafuoco), chiedono un”attenzione nel trattamento (eventualmente riservato loro dalla Giustizia) anche tutti i peones, le mezze tacche, le comparse di un mondo che, ormai, è diventato sinonimo di remunerata e spregiudicata attività professionale. Ormai, da grandi, i nostri giovani hanno il miraggio di due sole attività: quella del camorrista o quella del politico. Quelli più fessi, più ignoranti fanno i camorristi, rischiano la pelle, il carcere, si drogano (ma anche gli altri!) e pensano di poter dettar legge, diventando l”antistato.
Quelli più furbi (non più intelligenti), invece, scendono in politica, a tutti i livelli: nelle circoscrizioni, nei consigli comunali, provinciali, regionali, fino al Parlamento e, sapendo di rappresentare lo Stato, chiedono di essere difesi, cautelati. Da tutto e da tutti: dalle dazioni (eufemismo al posto di tangenti), dai festini con escort o trans (sesso senza tessere di partito), da operazioni politiche messe in essere solo per ringraziare (sinonimo di patto precedentemente assunto) elettori privilegiati.
E, poi, Direttore, magari uno si indigna (o finge?) per il lutto al braccio esibito, per la morte di un boss locale, da quattro ignoranti giocatori della squadra calabrese del San Luca? Ma quanti di noi si indignano davvero, hanno voglia di indignarsi per la politica e per alcuni politicanti, che, probabilmente, il lutto non lo esibiscono al braccio, ma lo portano dentro il cuore, perchè essi sono, spesso, espressioni di famiglie, di clan, di holding, di gruppi finanziari?
Anche la Scuola, per la quale pareva ci fosse stato (ma era una moda passeggera del settembre “08!) un principio di indignazione, è appiattita solo sul presente. Sembrava che dovesse essere messo tutto in discussione dalla ferma protesta di docenti e genitori, sembrava che le notti dei fantasmi (bambini ed adulti a celebrare il funerale della scuola di Stato) dovessero costituire un campo di battaglia, sembrava che gli stessi precari (in mutande) davanti agli Uffici Scolastici Provinciali (i vecchi Provveditorati) potessero interpretare un nuovo Full Monty!
Tu sai cosa significa, oggi, lavorare nella scuola. I ragazzi non fanno quasi più lezione, mancano le risorse finanziarie e materiali (non ci sono soldi ed anche gli insegnanti sono stati tagliati), la qualità dell”insegnamento è andata a farsi benedire (versione moderata) o a puttane (versione esasperata), la dispersione scolastica –almeno nelle terre del sud- tende di nuovo ad aumentare, gli extracomunitari di prima e seconda generazione affollano le aule e si imbattono in docenti, che non hanno gli strumenti culturali per accoglierli ed educarli. Ma che fa? Va tutto bene. E, poi, a che serve studiare? Le strade per affermarsi nella vita sono ben altre.
“Tutto è cambiato: la società dei consumi s”è fatta più furba e più aggressiva, ha azzannato dolcemente i giovani alla giugulare e gli ha versato dentro il veleno del desiderio. Chi pensa spende poco, chi si ferma a leggere, a coltivare la propria individualità, a sognare l”impossibile, non ascolta le sirene che cantano la canzone della felicità facile facile, chi rallenta dentro la malinconia dell”adolescenza non bada alle luci del paese dei balocchi. Così i persuasori non più occulti sono intervenuti sulle fondamenta della giovinezza: hanno promesso mari e monti, hanno regalato sogni impersonali e fasulli, hanno stravolto le coscienze. In pochi anni i miei studenti si sono smarriti:”Professore, la saggezza oggi non serve più, è una cosa del passato”, mi ha detto un”alunna kosovara che si è inserita presto e bene in questo frenetico supermercato. “Oggi bastano i soldi e la tecnologia”, Marco Lodoli, “Il rosso e il blu”, Einaudi, 2009.
Direttore, sempre a proposito di scuola, hai saputo che 300 dirigenti scolastici siciliani sono a rischio, perchè i giudici, accogliendo un ricorso di due insegnanti, hanno chiesto l”annullamento del concorso del 2004? Hai saputo anche perchè, ovviamente? Per, come dire?, manifesta ignoranza. Infatti, a parte le correzioni in tempo record (una media di 2 minuti e mezzo a tema), pare siano statti riscontrati anche vistosi errori grammaticali, sintattici e concettuali. Pare che alcuni dirigenti scolastici siciliani siano soliti scrivere confondendo, per esempio, la a preposizione con ha verbo ed altre perle simili.
Che fai, ridi? Sghignazzi? Dici che conosci almeno altri dieci dirigenti (anche campani) con le stesse caratteristiche culturali dei siciliani? Dici che dovrebbero vergognarsi? E dovrebbero provare vergogna anche diversi politici, sindacalisti e responsabili istituzionali della scuola campana, per aver favorito il superamento del concorso a quei dieci che conosci tu? Fermo! Non ti azzardare a chiedermi se ne conosco qualcuno anch”io, che ti incenerisco!
Comunque è tutto inutile. Il Parlamento sta preparando già una sanatoria. Non succederà niente. Perchè? Ma semplice! Perchè questo Paese non ha bisogno di futuro. Ha bisogno solo di schiacciarsi sul presente. E, poi, che vuoi che sia un dirigente ignorante, un medico ottuso, un avvocato imbroglione, un politicante maneggione? Ci sono cose più importanti nella vita. Domani Dio ci pensa!
(Fonte foto: Rete Internet)
TUTTI SCHIACCIATI SUL PRESENTE
I DISASTRI ARRICCHISCONO, LA PREVENZIONE NO
Di Amato Lamberti
Della frana di Casamicciola non ne parla più nessuno: eppure non è passata neppure una settimana. Ma si sa che queste notizie che rimandano a precise responsabilità a diversi livelli istituzionali si consumano in breve tempo, perchè grande è la fretta di nascondere sotto una coltre di silenzio le disattenzioni, le inadempienze, i mancati interventi degli Enti e degli uffici preposti al monitoraggio e alla salvaguardia del territorio.
Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni prima avevamo scoperto, grazie ad una indagine della Magistratura, che l”Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (L”ARPAC) era, per un verso, una dependance esclusiva di un partito politico di dimensioni familiari, anzi familistiche, nella quale sistemare in allegra brigata parenti, sodali, portaborse e galoppini, senza titoli e competenze per assicurare un qualsiasi servizio di tutela ambientale; e, dall”altro, una sorta di associazione a delinquere che distribuiva appalti e consulenze finalizzati solo a raccogliere consensi elettorali. Del territorio, delle sue fragilità idrogeologiche, dei problemi di inquinamento, naturalmente, non se ne occupava nessuno, perchè i disastri pagano molto più che la prevenzione.
Un evento catastrofico produce morti, dissesti del suolo, distruzione di strade ed edifici, ma mette nello stesso tempo in moto una macchina perversa di interventi di somma urgenza, di richiesta urgente di fondi per far fronte alle necessità più immediate, di studi sulle condizioni dei territori colpiti, di progettazione di interventi per il consolidamento dei costoni, che danno alla politica la possibilità di distribuire appalti, subappalti, forniture, consulenze, progettazioni secondo le regole clientelari più consolidate, quelle della fedeltà, dell”appartenenza e della spartizione. Ogni disastro, in altre parole, attiva un banchetto al quale la politica invita parenti, amici e benefattori e dove si festeggia lo spreco dei fondi pubblici.
Ma di queste cose giornali e telegiornali non parlano, intenti come sono a celebrare i rituali del pianto e dell”indignazione. Come scrive il prof. Vallario, geologo di fama internazionale, “Ad ogni crollo, frana, inondazione, seguono sempre buoni propositi sull”avvenire, dichiarazioni sulla imprevedibilità del fenomeno, commissioni d”inchiesta, ma tutto si esaurisce in un nulla di concreto, in attesa del prossimo disastro, per riproporre analogo rituale”.
Nel suo libro, “Il dissesto idrogeologico in Campania”, c”è una cronistoria di frane ed alluvioni che è impressionante perchè registra come alcuni contesti territoriali siano interessati da eventi calamitosi con una frequenza che consiglierebbe addirittura lo spostamento della popolazione, o quantomeno il blocco totale di ogni nuova costruzione. L”isola di Ischia, ad esempio, è interessata strutturalmente da fenomeni franosi a partire dal IV secolo a.C. Un esempio di totale disattenzione al territorio è quello di Monte Pendolo a Gragnano.
Nel 1764 alcune frane sul versante nord provocarono numerose vittime e molti danni. Nel 1841 diverse frane sui versanti nord e ovest provocarono 100 vittime e danni anche all”abitato di Gragnano. Nel 1935 imponenti fenomeni franosi sul versante nord investirono l”abitato di Gragnano, provocarono numerose vittime e ingenti danni economici. Altre frane di rilevante importanza, per fortuna senza vittime, si registrarono nel 1939, nel 1949, nel 1951, nel 1953, nel 1956, nel 1958. Nel 1963 una serie di frane provocarono una vittima e molti danni. Nel 1971 una frana sul versante sud travolge l”Hotel La Selva di Gragnano e molte altre abitazioni provocando anche sei vittime. Nel 1997 un frana si abbatte su un ricovero di animali facendo molte vittime.
In questa situazione di pericolosità, ancor oggi si continua a costruire, e non solo abusivamente quasi a sfidare il pericolo incombente di un monte che già nel nome ricorda la sua condizione di instabilità. Le autorità competenti non sono interessate ad intervenire perchè Monte Pendolo è una specie di assicurazione permanente per gli amministratori: ogni volta che frana, e frana spesso, arrivano soldi per appalti, studi, consulenze, con i quali soddisfare le proprie clientele e rinforzare il pacchetto di consensi elettorali. Se muore qualcuno, ci saranno anche le televisioni e giornalisti da tutte le parti d”Italia.
(Fonte foto: Rete Internet)
I TEMI TRATTATI DAL PROF. LAMBERTI
IL CROCIFISSO A SCUOLA
Di don Aniello Tortora
C”è stata una vera bufera dopo la sentenza della Corte europea di Strasburgo che dice ‘no’ al crocifisso a scuola. Il governo ha annunciato che farà ricorso. Sulla questione sono intervenuti i vescovi. “La decisione suscita amarezza e non poche perplessità: fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”, fa sapere in una nota la Conferenza episcopale italiana” (Cei).
Secondo la Corte dei diritti dell’uomo la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Il caso era stato sollevato alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.
Secondo la sentenza di Strasburgo il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.
Secondo la Cei, “risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale. Non si tiene conto del fatto che l’esposizione nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come ‘parte del patrimonio storico del popolo italiano’, ribadito dal Concordato del 1984”.
Il crocifisso rappresenta “una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è davvero irresponsabile voler cancellare”. Lo ha affermato in un’intervista alla Radio Vaticana, mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interreligioso, commentando la sentenza della Corte europea di Strasburgo.
“A me pare – ha aggiunto mons. Paglia a proposito della sentenza – che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perchè la laicità – ha spiegato – non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”. “Pensare di venire in loro aiuto facendo tabula rasa di tutto -ha proseguito- mi pare davvero miope anche perchè presuppone una concezione di cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla o ha solo quello che rimane sradicando da ogni storia, tradizione, patrimonio”.
Il presule ha ricordato che i luoghi pubblici italiani sono stracolmi di crocefissi: “non credo – ha osservato – che ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle strade e nelle piazze italiane perchè levano la libertà di religione”. Mons. Paglia, ha respinto l’argomentazione secondo cui il crocifisso nelle aule scolastiche rappresenti un’imposizione. “Non lo credo – ha spiegato -. È un ricordo di che cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e da cui emerge un valore di gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualunque fede apparteniamo”. “In questo senso -ha concluso- c’è una dimensione anche di peso culturale ed educativo che è irresponsabile davvero voler cancellare”.
Su questo argomento vorrei ricordare cosa scrisse Natalia Ginzburg, famosa scrittrice del Novecento, non cattolica. Riporto alcuni pensieri tratti dall’articolo “Quella croce rappresenta tutti”, pubblicato su L”Unità del 22 marzo 1988 e ripreso in questo periodo da alcuni giornali.
(…) Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C”è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perchè mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?
Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l”immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l”idea di Dio ma conserva l”idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c”è immagine.
È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perchè prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.
E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perchè troppo forte e da troppi secoli è impressa l”idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.(…)
Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre.
Amano magari il crocifisso e non sanno perchè. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.
A me pare proprio che nel nome del Crocifisso non si debba fare nessuna “guerra di religione”.
Sarebbe in contraddizione con quanto rappresenta per i cristiani.
Certo è un problema complesso. Ma penso che sia assurdo, nel 2009, “opporci” l”uno all”altro.
Il mondo va incontrovertibilmente e velocissimamente, lo vogliamo o no, verso l”unità, la fraternità, la “globalizzazione della solidarietà”, il dialogo, la “convivialità delle differenze”.
A “certi” pseudo- cattolici (o “religiosi-civili”) poi, che si “servono” del crocifisso per fare le crociate, per scopi di propaganda elettorale o per mandare via gli immigrati, vorrei dire che “probabilmente” quel Dio appeso alla Croce a noi cristiani ha insegnato altre cose: la tolleranza, il perdono, l”amore per il nemico, la misericordia, l”accettazione dell”altro in quanto persona.
Questo è bene che lo ricordiamo tutti. Anche quelli (“cristiani cattolici”) che sono pronti a “difendere” il crocifisso, ma poi con i loro comportamenti “mettono in croce” gli altri con il loro egoismo e con la loro incoerenza.
Il vero cristiano, (questo ho capito della mia fede), è colui che non solo porta la croce, come il Maestro, ma si fa “cireneo” con e per gli altri.
(Fonte foto: Rete Internet)
LA RUBRICA
ABITARE LA LEGALITÁ INTERCULTURALE A SCUOLA
Di Annamaria Franzoni
Nel corso della seconda settimana di Novembre hanno avuto inizio, presso il Liceo Scientifico Statale “G. Mercalli” e presso la S.M.S. “C. Poerio” di Napoli, i pomeriggi dedicati al tema della “legalità interculturale” attraverso una serie di attività che includono anche la visione di film, accuratamente scelti dal gruppo di lavoro, che favoriscano il processo di conoscenza della cultura dell”altro.
Non è stato semplice selezionare i film che potessero aiutarci a stimolare un approccio critico alla complessa realtà d”oggi giorno e sviluppare comportamenti consapevoli e responsabili.
La filmografia sul citato tema, infatti, è ampia, ma troppo spesso i messaggi che sono sottesi a certe situazioni rappresentate nel cinema possono esporre i nostri adolescenti ad interpretazioni erronee o fuorvianti.
Il primo film scelto è stato “Il sapore della vittoria”, film americano del 2001 (titolo originale “Remember the Titans”) per la regia di Boaz Yakin che narra le vicende (realmente accadute) della squadra di football americano di un liceo della Virginia: le tremende tensioni razziali vissute dai giovani liceali, bianchi e neri, per la prima volta “insieme” dopo il crollo dell”apartheid e magistralmente rappresentate si disciolgono via via durante lo stage estivo di selezione della squadra. Il rientro dopo la faticosa costruzione del gruppo, la mentalità imperante tra i concittadini si palesano drammaticamente al rientro tra i banchi di scuola.
Dopo la visione del film, in un” atmosfera emozionalmente forte, ho invitato i partecipanti a comporre insieme l”albero delle emozioni: ciascuno di noi aveva infatti una foglia di carta su cui scrivere la propria emozione per condividerla spiegando ai componenti del gruppo.
È sempre bello leggere il contenuto delle foglie, rigorosamente anonime, ma che prendono forma e consistenza nel dibattito in cui ognuno spiega il quando, il come e il perchè delle emozioni provate.
I giovani spettatori hanno provato prevalentemente sentimenti positivi: la gioia, la felicità, l”amicizia, la fratellanza, l”amore fraterno, l”unità:. anche se tutte queste emozioni erano intrise anche di rammarico, di dolore, di tristezza e spesso di rabbia originati dall”impotenza di fronte all”arroganza di chi impedisce il dialogo tra culture e modi di essere differenti.
La principale riflessione che è venuta fuori dal gruppo è sintetizzabile nel concetto che il confronto interculturale si può ottenere solo attraverso un processo di conoscenza della cultura dell”altro. Troppo spesso, hanno detto i ragazzi, si teme ciò che non si conosce!
Ancora una volta, quindi, così come nel film, è emerso che i giovani, più degli adulti, sono disponibili al dialogo, a gesti concreti di solidarietà, all”accettazione della diversità e quindi a sostenere il passaggio dall” integrazione del “diverso” all’ interazione con il “diverso”.
(Fonte foto: Rete Internet)
LA RUBRICA
LA FORZA DI UNO STATO É NELLA LINGUA
Di Giovanni Ariola
LE CONDOTTE NEVROTICHE DEI GIOVANI E NON SOLO
Di Silvano Forcillo
L’ITALIA DAL 1963 AL 1968. TRA CAOS E SVILUPPO
Di Ciro Raia
ALLA REGIONE CAMPANIA NON BASTANO SIMBOLI, OCCORRE CAMBIARE SUL SERIO
Caro Direttore,
lo so, i potenti riflettori accesi sui decessi a Napoli per l”influenza A (quasi a voler fare apparire il capoluogo campano come una sorta di deposito di responsabilità di tutti i mali e, quindi, anche del virus H1N1), annebbiano lo sguardo su altri avvenimenti molto importanti per la vita dei cittadini e del Paese.
Non credo, però, pur in questo momento di preoccupazione, sia un argomento da prendere sottogamba la proposta avanzata da Claudio Fava, nel recente convegno napoletano sulla Legalità, tesa ad indicare Roberto Saviano (l”autore di “Gomorra”) quale candidato governatore per il centro sinistra (scrivo così, perchè ancora non riesco a capire se è un “centrosinistra” o un “centro-sinistra”) alle prossime regionali in Campania. Il nome di Saviano, certo, è suggestivo ed inattaccabile. Specie se gli si riconosce una funzione simbolica, di alto impatto morale, nella contrapposizione al possibile candidato del PDL, Nicola Cosentino, sottosegretario di Stato e, secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, già acquisite dalla Procura di Napoli, “uomo a disposizione dei Casalesi”.
Caro Direttore, immagino che Saviano sia del tutto estraneo a questa proposta e che, a breve, magari ringrazierà Fava e quelli dell”Idv, ma dichiarerà di non essere minimamente interessato. Credo anche che la Campania, almeno in questo momento, non possa affidarsi ad un simbolo per governare. Perchè un simbolo non governa mai da solo, ha bisogno di tante persone, veramente perbene e motivate al buon governo, che gli siano intorno. E la politica, per cambiare, non solo nelle terre del sud, ha bisogno della trasformazione del modo di pensare, della testa, del cuore, delle passioni, dei valori degli elettori. Altrimenti, come si riesce a spiegare che i personaggi più chiacchierati sono anche i più votati?
Caro Direttore, -ripeto un concetto espresso già in precedenti epistole- le vere battaglie si possono vincere solo in nome di idealità radicate. Ti ricorderai che una decina di anni fa, il simbolo del centro sinistra (per me, insisto, è importante capire se è “centrosinistra” o “centro-sinistra”), l”uomo politico da contrapporre a Berlusconi, era Francesco Rutelli. Nel garage di casa mia sono ancora conservati parte dei manifesti, gadget e schede facsimile per l”elezione dell”ex sindaco di Roma alla guida del Paese. Personalmente, poi, ti dirò che ho preso anche parte ad una di quelle cene per finanziare la campagna elettorale di quel candidato premier, che, in cambio della magnanimità dei suoi sostenitori, si sarebbe loro concesso per qualche minuto, avrebbe imbastito un discorsetto ed avrebbe stretto qualche mano.
Per la cronaca, la cena si tenne in una delle ville del Miglio d”oro di Ercolano, ogni commensale sborsò un biglietto da centomila (ancora non circolava l”euro), Rutelli si guardò bene dal farsi vedere. Poi, come ben sai, le cose andarono in un certo modo, per scelta degli elettori; ma il fatto inquietante è un”altro: che quel candidato simbolo non sia riuscito, poi, a conservarsi simbolo politico della parte che lo aveva individuato tale.
Oggi, purtroppo, le “discese in campo” (così si annunciò Berlusconi) sono concesse solo a chi tiene soldi, a chi è ricco e lo vuole diventare ancora di più, non solo in conquista del potere. Almeno dalle nostre parti, il consenso ha un prezzo. E se c”è qualcuno disposto a comprarselo quel consenso, ci sono tantissimi –purtroppo- disposti a vendersi la propria dignità, la coerenza delle proprie scelte, la forza delle proprie idee. E in cambio di cosa? Di favori personali (il permesso di edificare in zone inedificabili, per esempio), della promessa di un posto di lavoro (in campagna elettorale si sprecano le occasioni di futuri inserimenti in gangli produttivi della società), della riuscita (immeritata e a danno dei meritevoli?) ad un concorso, di una cena o di un centinaio di euro. O, comunque, della certezza di avere, per la vita, un nume tutelare, un protettore.
Intanto, è partita la corsa alle candidature. Tu sai, molto meglio di me, che un candidato è così chiamato, perchè anticamente vestito di una toga candida, immacolata (simbolo di purezza per chi aspirava ad una carica). Io non so se il sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, aspirante candidato alla guida della Regione Campania (anche ora che è ufficialmente inquisito dalla magistratura per fatti di camorra), abbia davvero qualcosa a che vedere col clan dei Casalesi. Non so nemmeno se possa mai indossare, simbolicamente, una toga bianca. So per certo, però, che la corsa alla candidatura di Cosentino è partita. E che, comunque finirà -con uomini-simboli o uomini-teste d”uovo o uomini-specchietto per le allodole-, saranno gli elettori (quelli che materialmente segnano la scheda con il simbolo ed il nome del candidato) a decretarne il successo o la sconfitta.
Così, l”altro giorno (è riportata dalla cronaca dei quotidiani di domenica 8 novembre “09), lo stesso sottosegretario di Stato, Nicola Cosentino, ha partecipato ad un convegno-inaugurazione dell”anno scolastico all”istituto parificato più grande d”Europa, quello di Poggiomarino, quello fondato da Rosario Boccia (dice niente tutto questo?). I giornali, poi, hanno registrato che a seguire l”applaudito intervento di Cosentino c”era un parterre de roi: Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, Alberto Bottino, Direttore dell”Ufficio Scolastico Regionale della Campania, Carlo Taormina, fondatore del partito Lega Italia, Giuseppe Gargani, ex Sottosegretario in quota Forza Italia, alcune autorità di seconda fila insieme a qualche monsignore (dice niente tutto questo?).
“Ma il fatto è, mio caro amico, che l”Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua:Ho visto qualcosa di simile quarant”anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto”, (Leonardo Sciascia, “A ciascuno il suo”, Einaudi, 1966).
Caro Direttore, ho sempre sostenuto, per esperienza lavorativa, che, paradossalmente, un buon dirigente scolastico ed un pessimo collegio dei docenti non possono fare una buona scuola; un pessimo dirigente ed un buon collegio dei docenti possono, invece, fare una buona scuola. Tale e quale all”arte del governo: servono, al di là di simboli e di punte di diamanti, uomini perbene dappertutto, dall”elettore all”eletto, dal presidente al consigliere, dal segretario al fattorino. Altrimenti è la fine di ogni sogno di buon governo ed allora, per tentare di uscirne in modo sensazionale, si avanzano ipotesi da fantapolitica.
Direttore, sai che sto pensando? Adesso provo a lanciare la tua candidatura alla guida di un ente quale che sia. Tanto, sai scrivere (e credo anche leggere), sei onesto (non mi pare tu abbia capi di imputazione), rendi un buon servizio alla collettività (il tuo giornale on line ha oltre 7.000 contatti quotidiani):l”unico difetto è che smadonni ogni qualvolta cerco di coinvolgerti in qualche percorso che non ti è consono. Tu dici per serietà, per etica; io sostengo, invece, solo per quieto vivere.
(Fonte foto: Rete Internet)
LE TRAGEDIE ANNUNCIATE DEI TERRITORI DIVORATI
Di Amato Lamberti
La frana che a Casamicciola ha ucciso una ragazza, ferito più di trenta persone, trascinato a mare decine di auto, costretto trecento famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni, ripropone ancora una volta la fragilità di un territorio devastato dal consumo scriteriato del suolo. Quarantotto ore di pioggia battente non possono in alcun modo essere una spiegazione o una giustificazione dell”evento disastroso.
È normale, soprattutto in autunno e in inverno, che piova anche in modo abbondante e persistente per più giorni consecutivi. Se le canalizzazioni stradali per l”acqua piovana sono fatte bene e non sono intasate da terra e detriti, l”acqua piovana non allagherà le strade e defluirà senza provocare danno. Se gli alvei naturali che raccolgono naturalmente l”acqua piovana sono intasati da costruzioni abusive, che impediscono il naturale defluire del corso d”acqua, anche impetuoso, che le piogge abbondanti possono alimentare, si formano generalmente masse enormi d”acqua che possono provocare smottamenti e frane anche di grandi dimensioni.
Se un alveo naturale di raccolta delle acque viene trasformato in una strada asfaltata è normale che, in caso di pioggia abbondante, si trasformi in un torrente impetuoso capace di trascinare a valle uomini e automobili. Se un costone anche ripido viene disboscato per procedere a costruzioni di case e di strade, non ci si deve meravigliare che il terreno imbevuto di pioggia, non trattenuto da radici solidamente ancorate, possa improvvisamente smottare trascinando e travolgendo tutto, case, muri, strade. Il suolo non è mai come qualcuno si ostina a credere una piattaforma inerte sulla quale si possa costruire a piacimento. Bisogna prendere in considerazione una molteplicità di fattori di rischio, a cominciare da quello idrogeologico.
Può sembrare paradossale ma nei paesi vesuviani si continua a costruire abusivamente e senza criterio pur sapendo che il territorio è soggetto ad elevatissimi rischi di carattere vulcanico, sismico, idrogeologico. In tutto il mondo, situazioni come quelle vesuviane hanno visto la popolazione allontanarsi a distanza di sicurezza e adottare tecniche costruttive che rendessero il meno tragici possibili gli eventuali eventi sismici. La penisola sorrentina, le isole di Ischia, Capri e Procida, l”intera area flegrea sono zone ad elevato rischio idrogeologico eppure si continua a costruire e a sperare di costruire mettendo a rischio il già precario equilibrio di territori di tale valore paesaggistico, storico e archeologico da meritare misure di salvaguardia totale.
Il ripetersi delle tragedie meriterebbe forse interventi drastici per frenare ogni forma di illegalità e di abusivismo. In un recente dibattito sulla tragedia di Messina, ho reagito con forza alla considerazione, di uno dei partecipanti al dibattito, che non fosse giustificata alcuna misura risarcitoria per i danni subiti da uomini e cose in una situazione di costruzioni in zone classificate come ad altissimo rischio idrogeologico. “Vivendo in quei posti – asseriva il mio interlocutore – sapevano benissimo a cosa andavano incontro. Continuassero ad affidarsi ai santi che evidentemente non sono bastati a proteggerli.”
Una posizione che aveva trovato in sala anche qualche sostenitore ma che mi era sembrata priva di ogni sentimento di civile solidarietà. Il ripetersi di eventi luttuosi impone però interventi più decisi per frenare i divoratori di territorio che, come termiti giganti, sembrano crescere in maniera del tutto incontrollata.
(Fonte foto: Ansa)
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Di Michele Montella
Anche Berlusconi come Minosse ha una civiltà a cui può intitolare il suo nome e come quella minoica la sua è una città inestricabile, in cui presto o tardi ci si trova di fronte ad un inestricabile labirinto. La città di Berlusconi viene considerata l’evoluzione naturale del dedalo labirintico: egli tiene prigionieri eppure, in qualche modo, ci dà l’impressione di essere liberi e di poterci muovere come vogliamo. Il vero mostro non è lui, siamo noi che non riusciamo a raccapezzarci e troviamo inutile ormai anche riflettere su ciò che avviene.
Questa città non è, come qualcuno può incautamente immaginare, la città del “grande fratello” di George Orwell, in cui il capo ti vede, ma al contrario è la città dello specchio, in cui ciascuno, passeggiando per le vie, affacciandosi ai palazzi, stando comodamente al bar, vendendo e comprando mercanzie, non vede altri che se stesso. Il cittadino della città di Berlusconi non si duole di questa condizione, anzi le attribuisce un indice di gradimento altissimo, perchè così non corre il rischio di trovarsi di fronte a qualcosa o a qualcuno di sconosciuto, ritenuto il nemico capitale proprio perchè ignoto, distante, altro da sè.
Il labirinto è costituito da specchi misteriosi che riflettono alla perfezione la realtà, sebbene nessuno dei cittadini riesca a capire (e nemmeno gliene importa di capire) quale sia la realtà riflessa.
Il labirinto dei berlusconiani mescola realtà e verità: “È vero ciò che vedo e siccome vedo solo me stesso è vera solo la mia immagine”.
Tutti gioiscono di questa felice condizione, tutti ne partecipano e nessuno più, ormai da vent’anni, aspetta un Dedalo intelligente che provi a costruire un paio di ali per scappare via.
(Fonte foto: Rete Internet)
PADRI COSTRUTTORI D’ALI

