LA DIFFERENZA TRA I PADANI E I CAMPANI

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La giusta pretesa dei cittadini del nord di reclamare il rispetto dei propri diritti, evidenzia l”impressionante grado di masochismo di cui soffrono i cittadini campani.
Di Amato Lamberti

Un amico che viene da lontano, da una repubblica baltica dove tutti pagano le tasse perchè il governo ha fissato l”aliquota massima sul lavoro dipendente e le pensioni al 14%, e che vive a Napoli, per studio e per lavoro, da alcuni anni, mi ha confessato di essersi ormai convinto che i cittadini campani siano fondamentalmente masochisti. Non si possono, secondo lui, spiegare altrimenti certi comportamenti.

Le tariffe elettriche sono le più alte d”Italia, così come quelle del gas; la benzina costa più che altrove; le assicurazioni obbligatorie, come quelle di auto e motorini, sono da strozzinaggio; persino l”acqua corrente costa più cara: ma nessun cittadino protesta: abbassano la testa e sperimentano, come unica risposta, tutte le strade illegali possibili. Dal furto di energia elettrica all”allaccio abusivo, al mancato pagamento di bolli e assicurazioni. Cornuti e mazziati, si dovrebbe dire, sempre secondo il mio amico lituano, perchè quando si scopre l”evasione il danno economico è enorme e si rischia anche la galera. Le strade della legalità comporterebbero proteste civili, organi di stampa che le riprendono e le diffondono, risposte politiche in tempi brevi.

Se questo non avviene, nei paesi civili, cade l”amministrazione, i politici che non hanno soddisfatto le attese dei cittadini vanno a casa e scompaiono dalla scena politica, e si va a nuove elezioni, con facce diverse di amministratori e programmi mirati alle esigenze dei cittadini e della intera comunità. Da noi, invece, gli amministratori incapaci, non solo non vanno a casa ma vengono anche premiati con la riconferma, quando non con la promozione a posizioni politiche anche più importanti. Anche le proteste hanno la forma dell”illegalità (blocchi stradali, incendio di autobus e cassonetti dell”immondizia) perchè non sono mirate al riconoscimento di diritti ma alla richiesta di corsie preferenziali verso i diritti degli altri cittadini. Con il risultato che si trova sempre il politico che cavalcando la protesta violenta e illegale costruisce su di essa le sue fortune elettorali.

La protesta violenta e illegale finisce così per apparire una strada utile e praticabile per ottenere una risposta dalle amministrazioni in merito ad esigenze che possono anche apparire legittime, come la casa e il lavoro. Mentre però la maggioranza della popolazione per trovare un lavoro si impegna nello studio, nella formazione, nella ricerca di opportunità sul mercato, una frangia violenta, quando non criminale, vede soddisfatta la sua esigenza di salario con una assunzione in una società mista a prevalente capitale pubblico senza neppure la contropartita del lavoro. Naturalmente i costi di queste operazioni si scaricano sui cittadini onesti che non protestano neppure perchè non se ne rendono neppure conto.

Leggono sui giornali che è dovuto intervenire lo Stato centrale o il Governo ma non pensano mai che è sempre dalle loro tasche che si prende il denaro necessario. Il paradosso è che i cittadini campani non se ne accorgono, tanto è vero che non protestano e premiano anzi chi gli mette le mani nelle tasche, mentre se ne accorgono i cittadini padani non perchè più intelligenti ma perchè preferirebbero che quel denaro restasse nelle loro tasche o almeno sul loro territorio. Ma il masochismo dei cittadini campani è senza limiti. Un esempio, che fa impazzire il mio amico, è quello delle strisce blu di parcheggio. La legge prevede che per ogni striscia blu ci sia, nella stessa strada, una striscia bianca. Tutti i Comuni sono inadempienti, vale a dire che adottano comportamenti illegali. Invece di promuovere la legalità si fanno araldi dell”illegalità più sfacciata.

I cittadini potrebbero protestare presso il Prefetto, anche per richiamare l”Ente locale al rispetto della legge. Non lo fa nessuno: si bestemmia, si mandano maledizioni, si protesta con il vigile urbano che si difende rimandandovi al Sindaco, e si paga, naturalmente solo se non si conosce neppure un impiegato comunale. In altri Pesi un simile comportamento della amministrazione pubblica sarebbe inconcepibile e gli amministratori sarebbero perseguiti a termini di legge.

Da noi no, e possono anche passeggiare tranquillamente per la strada. Ma gli esempi di masochismo potrebbero essere tanti. Viene da chiedersi come sia possibile il rispetto delle leggi in un paese dove gli amministratori pubblici esercitano l”illegalità sistematica a danno dei cittadini.
(Fonte foto: repubblica.it)

CITTÁ AL SETACCIO

IL QUARTO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Il sentiero n° 4 “Attraverso la Riserva del Tirone”. Una piacevole passeggiata tra lecci e pini, con viste panoramiche sul Golfo e il Cratere, in un luogo unico e protetto. All”interno fotogallery del percorso

Il sentiero che ci accingiamo ad affrontare è, nonostante i suoi undici chilometri e un tempo di percorrenza orientativo di sei ore, uno dei più agevoli del Parco. Risulta infatti fruibile tutto l”anno. Il n°4, denominato “Attraverso la riserva del Tirone”, oltre ad essere prevalentemente boschivo, si rivela quasi del tutto pianeggiante e senza ostacoli di rilievo. L”unico rischio effettivo potrebbe essere quello di lasciarsi tentare dalle numerose deviazioni che, a monte o a valle del percorso lo intersecano lungo tutta la sua lunghezza. È consigliabile quindi attenersi al tragitto consigliato, anche perchè, molte di queste strade alternative sfumano nella selva, senza elementi di facile interpretazione.

Un altro elemento di non secondaria importanza è quello che la riserva è tale per la sua unicità e quindi per attraversarla c”è bisogno di un”autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato o delle associazioni concessionarie, che vi guideranno alla scoperta della natura vesuviana nel rispetto e nella consapevolezza del luogo che s”attraversa. Ma incominciamo. Il sentiero ha come entrata principale un cancello verde che, a quota 492 mslm, di fronte a un ristorante, immette direttamente nella pineta che ne caratterizza lo scenario. Il cammino è indicato da un segnavia giallo (per la cartina dovrebbe essere arancione!) ed è delimitato da un basso muretto a secco al quale sovente s”alterna una staccionata di legno.

Dopo circa 2,8 km a 615 m d”altitudine incontriamo dopo un facile e piacevole percorso una casetta, è la Casa di Amelia, la strega che, col suo fido corvo Gennarino, vive nel fantasioso Vesuvio dei fumetti. L”Ente Parco ha voluto dedicarle l”edificio per accattivare l”interesse dei più piccoli, e condurli, attraverso le avventure del personaggio disneyano, alla scoperta della natura che ci circonda.

Da qui pure si diramano parecchi percorsi. Una prima stradina parte giusto alla destra del sentiero e della stessa casetta ma ne è interdetto l”ingresso, probabilmente perchè dando accesso ad un bacino d”acqua per il sistema antincendio, potrebbe risultare pericoloso avvicinarsi; conduce comunque ad una serie di baracche ad uso operatori forestali. Una seconda strada, sulla nostra sinistra conduce a una variante del nostro sentiero. Ma la direzione da seguire sarà per noi quella che, lasciando sulla destra la dimora della fattucchiera, acerrima nemica di Zio Paperone, ci porta verso la pineta, costeggiando sulla sinistra gli edifici rossi, denominati Casermette. Di qui, facendo attenzione ai segnavia, si guadagna di nuovo il bosco e il sentiero appare nuovamente leggibile.

Il percorso, di tanto in tanto, si apre in piccole radure che permettono di ammirare sia il Gran Cono che il Golfo, con Capri e Punta campanella in primo piano o incorniciate dai pini e i lecci della boscaglia. Il tragitto dopo 3,64 km incrocia la già menzionata variante, che potremo imboccare sulla via del ritorno invece di ripercorrere la strada dell”andata. Proseguiamo a questo punto lungo il rettilineo che ci condurrà alla fine della riserva e che sboccherà nella Strada Matrone. A quota 620 m e a 4,47 km dalla partenza superiamo infatti la sbarra (verde) che delimita il versante opposto della riserva, dopo sei chilometri totali ne incontreremo un”altra e che ci immetterà sull”antica strada.

Dall”incrocio con la Matrone, ritorniamo sui nostri passi, ripercorriamo il sentiero fino al bivio incontrato all”andata (dopo 8,8 km complessivi). Se infatti non si vorrà rifare la strada dell”andata sarà piacevole seguire quest”altro sentiero, lungo i cui argini non sarà difficile incontrare, in primavera inoltrata, varie specie di orchidee e dove si potrà attraversare una delle lingue laviche dell”ultima eruzione del “44. Il tragitto, dopo aver lasciato sulla sinistra, a quota 658 e dopo circa 9 km, il raccordo con la strada bassa dell”andata, prosegue tranquillamente incrociando alcuni dei molti sistemi di monitoraggio del Vulcano. Terminerà infine nella strada provinciale del Vesuvio, giusto al lato di un altro ristorante.

Ora però, dopo aver fatto attenzione ai non sempre amichevoli cani ivi stanziati, in attesa di un boccone da avventori e turisti, vi toccherà guadagnare l”automezzo, lasciato all”entrata principale, percorrendo un bel tratto di strada asfaltata e talvolta trafficata (due chilometri circa). Questa è purtroppo la pecca maggiore dell”alternativa della variante, se invece intendete tardare il vostro impatto con la “civiltà” e siete intenzionati a camminare ancora, tornate indietro oppure evitate quest”alternativa.

LA SOTTRAZIONE DEI PATRIMONI ALLE MAFIE

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Giornata di studi alla Federico II per fare il punto sui beni confiscati: esperienze a confronto.
Di Simona Carandente

La sottrazione dei patrimoni alle mafie continua a rappresentare, oggi ed a trent”anni dall”entrata in vigore della Rognoni-La Torre, una priorità per coloro che, a vario titolo e con differenti professionalità, prestano la propria opera nell”ambito del percorso di “aggressione” dei patrimoni illeciti.
Lo scorso venerdì, presso la Facoltà di Giurisprudenza della Federico II di Napoli, hanno avuto modo di confrontarsi sul punto i maggiori esperti in materia, con il patrocinio dell”associazione Libera e di Magistratura Democratica, alla presenza tra gli altri del prefetto Pansa e del sindaco Rosa Russo Jervolino.

Tra le grosse novità introdotte dalla legislazione positiva, la nascita dell”Agenzia nazionale per l”amministrazione e destinazione dei beni sequestrati, introdotta con lo scopo di consentire ad un organismo unitario, a livello nazionale, afferente all”Agenzia delle Entrate, di poter monitorare tutti i numerosi, e spesso complessi passaggi, che rendono un bene confiscato alla criminalità suscettibile di assegnazione e successiva fruibilità pubblicistica.
Secondo quanto emerso dalla giornata di studi, tuttavia, sulla piena e libera fruibilità dei beni confiscati gravano problematiche irrisolte e, allo stato, di non facile ed immediata risoluzione. Tra questi, il nodo dei gravami esistenti sugli immobili, nonchè quello del mantenimento e conservazione delle strutture, fino all”assegnazione.

In tal senso, difatti, si è discusso dell”opportunità di nominare, volta per volta, un soggetto tenuto alla custodia del bene confiscato, posto che quest”ultimo, nelle diverse fasi del procedimento che conduce all”assegnazione finale, spesso viene consegnato quasi fatiscente, in pessime condizioni, con necessità per l”assegnatario di dover far fronte ad ulteriori, non previste, spese di ripristino e messa in sesto.
Dei 72 beni attualmente confiscati in Campania, solo 31 risultano al momento utilizzati: per i restanti si pongono seri problemi di fruibilità, tenuto inoltre conto che tra essi ve ne sono alcuni occupati da inquilini abusivi, in attesa del perfezionarsi della procedura di sfratto.

In lista d”attesa tra i possibili, futuri assegnatari si contano oggi circa 150 associazioni, operanti sul territorio campano a vario titolo, attraverso un bando di concorso che viene ad essere aggiornato ogni sei mesi, secondo criteri di priorità vari e differenziati.
Di particolare spessore l”intervento di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il quale ha posto l”accento sul valore non solo simbolico della confisca, ma anche concreto e sostanziale. È di queste ore, peraltro, la notizia dell”assegnazione definitiva della casa che fu del boss Tano Badalamenti all”Associazione Impastato, in nome del militante di Democrazia proletaria assassinato dalla mafia il 9 maggio di 32 anni fa.

La palazzina di circa due piani, sita nel centro della cittadina di Cinisi, era stata sequestrata da Falcone e Borsellino già nel 1985: per la confisca definitiva sono stati necessari altri cinque anni. Tra i progetti dell”associazione, rendere la dimora sede della biblioteca comunale, ed importante luogo di aggregazione per la gioventù locale e non. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

FORUM ONLINE (LEGGERE E SCRIVERE OGGI)

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L”affascinante mondo della parola scritta. Perchè, che cosa, come, quando, dove leggere/scrivere? Confronto nel nostro forum online.
Di Giovanni Ariola

Carla Iovane, Dirigente Scolastico della S.M.S. “Alighieri-Pacinotti” di Marigliano, scrive: “Ieri sera mi sono regalata un”ora nella libreria Mondadori al Vulcano Buono e, girando fra scaffali e isole, mi sentivo come :zio Paperone quando si tuffa e nuota nel suo tesoro di monete! Prendi, apri, sfoglia, un occhio alla quarta di copertina, una sbirciata alla presentazione, ritrovo così vecchi “amici” e nuovi autori, entusiasmi, curiosità, improvvisi innamoramenti. Alla fine si sceglie:ed esco con Daniel Pennac (“Diario di scuola“, la professione docente vista con altri occhi) e con Aldo Cazzullo (“L”Italia de noantri“, affilata ironia su temi di attualità). Nel senso di leggerezza che mi pervade, tuttavia, si insinua un tarlo insistente: la lettura, gioia per tanti, è per molti altri un problema; perchè? Come fare per risolverlo?

So per certo cosa non fare: trasformare la lettura in un noioso dovere, in un “officium” di cui liberarsi al più presto; niente letture imposte o compiti per le vacanze: l”amore non si impone, è un moto dell”anima! I primi interessi, è noto, nascono nell”ambito familiare: una famiglia in cui si legge, una casa in cui entrano con naturalezza libri e giornali, aprono la strada al “gusto” per la lettura. Al figlio inappetente la mamma, su consiglio del pediatra, prepara numerosi e gustosi “assaggini“: così un”ampia e articolata biblioteca, che spazi dalla poesia ai saggi, dai classici alla narrativa contemporanea, da Tolstoj alla saga di Millennium, può, come diceva un saggio e caro amico, far vibrare le antenne dell”anima, e aprire la strada a nuovi amori:

Il terreno è così fecondato, ma occorre poi chi “istituzionalmente” coltivi, offrendo chiavi, metodi, strumenti per orientarsi nell”avventuroso viaggio della conquista della parola scritta: la scuola, i professori :e abbiamo così toccato un punto nevralgico, forse dolente. Daniel Pennac pensa che il rifiuto della lettura nasca dalla paura: paura di non capire, di non essere all”altezza, di uno sforzo superiore alle proprie possibilità, e suggerisce di curare “omeopaticamente” la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l”immersione nel testo. Chi guida? La scuola. Al prof. “tocca” predisporre gli strumenti per scendere in maniera approfondita nel testo: l”analisi testuale, l”approccio critico, il metodo di lettura sono le chiavi che sgombrano le nuvole della paura e rendono affascinante il mondo della parola scritta.

Oggi pomeriggio, nella mia scuola, un gruppo di studenti ha incontrato Peppe Barra, avrebbero dovuto parlare di musica popolare e di tradizioni e invece hanno parlato di :.LIBRI! L”attore ad un certo punto ha lanciato una provocazione: “Ragazzi – ha detto – noi alla vostra età avevamo tanto e voi non avete niente:” Invitato a farlo, ha chiarito: “Avevamo la capacità evocativa della mente, sollecitata dalle suggestioni di una lettura, la gioia di esplorare le proprie emozioni attraverso poeti e scrittori, il piacere, in un giorno di pioggia di sprofondare in poltrona con un libro e partire per viaggi fantastici. Avevamo tutto questo e voi non l”avete più!”.

Si è parlato di Basile, Fucini, Salgari, Marotta:poi è spuntato l”attore e ha “raccontato” da par suo una fiaba, anzi “nu cunto di Basile. Forse domani i ragazzi ne leggeranno altri. Forse.”

Risposta – La preside Iovane pone quattro ordini di questioni: il primo di carattere pedagogico-didattico, il secondo sociale, il terzo politico, l”ultimo, ma non di importanza, estetico. La scuola è indicata esplicitamente come l”agenzia incaricata istituzionalmente ad attivare, insieme con la famiglia, un”azione finalizzata a far venire l”appetito:di libri agli inappetenti. La strategia indicata di predisporre opportuni assaggini di libri mi sembra efficace con il corollario, secondo me di fondamentale importanza, di evitare qualsiasi imposizione o compito scolastico come il tanto aborrito (dagli studenti) assegno per le vacanze! Salvo poi, a tempo debito, e con opportune e adeguate strategie, procedere al vero e proprio intervento didattico di educazione linguistica e, specificamente, di educazione alla lettura/scrittura e di analisi testuale.

Di grande efficacia e quindi buona pratica didattica, che ci auguriamo venga adottata e si diffonda anche in altre scuole, è quella di invitare attori, ma anche gli autori in persona, a leggere testi letterari (pagine di prosa e di poesia) agli alunni. Possibilmente senza chiedere immediatamente da parte di docenti zelanti a questi ultimi, di relazionare a casa, da soli e per iscritto. In alternativa si suggerisce di attivare in classe tutti insieme un brain-storming (= tempesta di idee, tecnica di discussione e di creatività di gruppo), senza assegnazione di voti e con registro rigorosamente assente dalla cattedra, con rilettura parziale o totale del testo già ascoltato dalla viva voce dell”attore. In altro momento la valutazione degli alunni!

Qualche perplessità mi suscita il riferimento al compito della famiglia. È vero, sarebbe l”optimum se anche la famiglia potesse contribuire, mettendo a disposizione dei propri figli libri, giornali, riviste da farli coesistere con tv, computer, play-station e simili. O se potesse, la famiglia, organizzare visite insieme ad una libreria, anche inserita in supermercato, o alla biblioteca più vicina. Ma quante sono le famiglie che lo fanno? Non solo, ma quante si possono permettere anche solo di comprare almeno un giornale? È vero, non siamo più al tempo di quel nonno di un mio compagno di scuola, che fu sorpreso dal nipote, studente e studioso, a strappare qualche pagina da un dizionario di latino:

– “O no”(Nonno), che state facendo?
– Stevo piglianno nu zico “e carta p”appiccià nu poco “e fuoco:te serveno tutte quante sti paggine? (Stavo prendendo un po” di carta per accendere il fuoco. Ti servono tutte quante queste pagine?)

Tuttavia la deprivazione di tante famiglie in fatto di libri e giornali è ancora enorme.
Con questa considerazione abbiamo toccato una problematica che è sociale ma che chiama in causa la politica. Cosa sta facendo la nostra classe dirigente per incrementare l”interesse dei cittadini per la lettura? Molto poco, come abbiamo avuto modo di sottolineare qualche settimana fa. Per fortuna non mancano Comuni che dedicano attenzione e denaro a costituire e a tenere aggiornate preziose biblioteche civiche che spesso diventano veri e propri centri di cultura, fucine di formazione per i giovani e di aggiornamento continuo per gli adulti. Ma è troppo se si chiede di far diventare un obbligo per ciascun Comune istituire, far funzionare e tenere aggiornata una biblioteca civica?

Infine la questione estetica. Che cosa leggere oggi? Sono stati fatti nomi prestigiosi ed altri ne possiamo aggiungere, oltre i classici naturalmente, da Calvino a Rodari a Benni a De Luca, per citarne solo qualcuno. Ma, chiediamoci, questi autori sono in grado di interessare, appassionare, entusiasmare ancora i nostri ragazzi? Mai tanti libri come ora hanno affollato gli scaffali delle librerie. Così tanti da provocare in molte persone una sorta di saturazione e di rigetto. E soprattutto una grande difficoltà nella scelta. Ancora di più oggi c”è bisogno che vi siano persone competenti che leggano prioritariamente e poi consiglino, indichino, presentino.

Appunto la mamma che non offre ai figli cibo indifferenziato, ma seleziona e sceglie, elabora e rielabora, scompone e ricompone (fuor di metafora, decodifica, ricodifica, transcodifica), abbellisce, impreziosisce:insomma rende appetibile. Purtroppo non solo sono pochi quelli che accettano di svolgere questo compito gravoso, ma quelli che lo fanno si trovano in serie difficoltà in quanto sono saltati quasi tutti i canoni tradizionali della buona narrativa e di nuovi si fatica a definirne. Insomma, fatta eccezione per pochi, non si riesce a comporre una rosa di autori sicuri da consigliare. E, poichè l”amara realtà è che la maggior parte dei ragazzi non legge se non i libri scolastici e questi malvolentieri e perchè obbligati, avremmo bisogno di scrittori forti, di polso, capaci di far venire alle nuove generazioni un po” di appetito. Forse domani? Speriamo!

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LA RUBRICA

INTERNET CHE PASSIONE! MA ATTENTI A RESTARNE SCHIAVI

“Il battello ebbro: coordinate e mappe per navigare in rete”. Scuola e Sanità per prevenire le dipendenze da Internet.
Di Annamaria Franzoni


Nell”ambito della collaborazione tra Istituzioni Scolastiche ed Enti del territorio, è stato avviato, nel mese di marzo, presso il liceo G.Mercalli di Napoli, un protocollo di ricerca-intervento sulle “nuove dipendenze” (“new addiction”) con l”articolazione di uno specifico progetto di prevenzione delle dipendenze da internet, dal titolo “Il battello ebbro: coordinate e mappe per navigare in rete”. Il progetto è stato realizzato grazie ad un protocollo d”intesa tra l”Unità Operativa di Salute Mentale del distretto 24 – ASL NA 1 Centro, diretta dal Prof. Claudio Petrella ed il preside del liceo scientifico G.Mercalli di Napoli , Prof. Luigi Romano.

I responsabili del progetto sono il dr. Bruno Sanseverino, dirigente Psichiatra, Responsabile del Servizio di Prevenzione presso la U.O.S.M. del ds. 24 ASL NA1 Centro e la dott.ssa Donatella Bottiglieri, dirigente Psicologo, Responsabile del Servizio di Terapia Familiare presso la U.O.S.M. del ds. 24 ASL NA 1 Centro. Gli insegnanti referenti sono i prof. Luciano Battinelli, Paola Borsacchi, Claudia De Rosa, Annamaria Franzoni, Annamaria Gallo, Alessandra Goretti, Assunta Moccia, Stefania Venditti.

I destinatari del progetto in corso sono gli alunni e gli insegnanti del primo e secondo liceo scientifico della sezione G che rappresentano il target iniziale di questo progetto pilota che prevede, per l”anno successivo, un”implementazione dello stesso con il coinvolgimento di un numero di classi sensibilmente più ampio.

I principali obiettivi, formativi e preventivi, sono rappresentati dalla sensibilizzazione dei giovani sull’esistenza dei rischi connessi all”utilizzo di Internet, dalla prevenzione delle New addiction con particolare riferimento all”Internet addiction disorder (IAD), dall”attivazione e ampliamento delle capacità di problem solving, di gestione del conflitto, di attitudine cooperativa e di trasmissibilità delle conoscenze/competenze apprese al gruppo dei pari.
Il progetto viene svolto in orario scolastico ordinario a che la partecipazione ad esso, sia da parte degli insegnanti sia da parte degli alunni, non venga percepita come un”accessoria e sovraccaricante offerta formativa, ma altresì come materia curricolare tra le altre.

I risultati attesi dal progetto sono rappresentati, sinteticamente, dal potenziamento della percezione di appartenenza al gruppo dei coetanei come dimensione di risorsa psichica, contrapposta alle più fragili appartenenze sperimentate nell”adesione ai gruppi virtuali della rete, al fine di implementare quelle attitudini e competenze necessarie per sviluppare un”adeguata cultura, condivisa nel gruppo dei pari, della corretta “navigazione” in rete, che consenta, peraltro, di cogliere l”eventuale presenza di “segnali allarme” connessi all”esordio di una possibile condizione di dipendenza dalla rete.

Il progetto prevede una prima fase conclusiva il giorno 4 giugno alle ore 15.00, presso la sede della scuola, in cui sarà data, da parte degli attori coinvolti direttamente nell”esperienza, una restituzione/descrizione della stessa, costruita creativamente nelle forme e nei modi che essi liberamente produrranno, in una dimensione pubblica che coinvolgerà genitori, insegnanti ed altre agenzie del territorio al fine di comporre maggiori connessioni tra le varie istituzioni impegnate nella prevenzione del disagio psichico giovanile.

I DISASTRI AMBIENTALI DELLA NOSTRA REGIONE

I Regi Lagni, l”emergenza rifiuti e la recente visita della Commissione UE in Campania.
Di Don Aniello Tortora

I Regi Lagni sono un reticolo di canali rettilinei il cui bacino attraversa le province di Caserta, Napoli e Benevento più altri 99 comuni. Raccolgono le acque piovane e sorgive dirigendole dalla pianura a Nord di Napoli per oltre 56 chilometri da Nola ad Acerra e quindi al mare, tra la foce del Volturno e il Lago Patria. Nei giorni scorsi ha destato scalpore un”inchiesta che ha portato alla luce uno dei più gravi scandali ambientali degli ultimi anni in Campania.
Disastro ambientale, avvelenamento di acque, truffa aggravata. Sono solo alcune delle accuse che pendono su allevatori e imprenditori coinvolti negli sversamenti abusivi che hanno trasformato l”area in una discarica a cielo aperto. Ci vorranno tre generazioni per risanare il disastro ambientale causato dagli sversamenti abusivi nell”area dei Regi Lagni.

La vicenda, che ancora una volta getta sulla nostra regione l”immagine di un”immensa discarica a cielo aperto, è raccontata da un video girato dalla Guardia di Finanza di Caserta. I reticolati presenti nei canali di scolo delle acque reflue venivano rimossi, così da poter far passare attraverso le condotte carcasse di animali, rifiuti ingombranti, rifiuti industriali tossici, scarti di centri commerciali, liquami fognari di Casal di Principe, San Cipriano d”Aversa e Casapesenna. In quei canali c”era davvero di tutto, come confermano i dati Arpac ed ENEA, secondo i quali, paradossalmente, le acque che uscivano dai depuratori erano più tossiche rispetto a quelle in entrata.

Anche la Commissione Ue, venuta nella nostra Regione per verificare lo “stato di salute” dell”emergenza rifiuti ha detto che “la situazione in Campania è preoccupante”. La visita era stata suscitata da 18 petizioni dei vai comitati. Obiettivo della visita era dimostrare che la Campania è in movimento per quanto riguarda il ciclo integrato dei rifiuti al fine di riuscire ad ottenere lo sblocco di centinaia di milioni di fondi europei. Petizioni che chiedono la verifica della compatibilità degli impianti, delle discariche con quanto previsto dalla normativa europea e soprattutto i cittadini chiedono alle autorità europee di valutare se dalla presenza degli impianti siano realmente derivati problemi per la salute e danni all”ambiente, in violazione della normativa europea.
Alla conclusione della tre giorni-europea nella nostra Regione, possiamo sintetizzare così il rapporto finale: “Poco dialogo con i cittadini e ciclo basato su discariche e termovalorizzatori”.

L”eurodeputata olandese Judith Merkies capo delegazione della Ue nell”ostentare ottimismo al contempo si è espressa nel dire che:
1) non vi è stata alcuna interlocuzione tra cittadinanza e istituzioni sulle politiche e sulla scelta dei siti per la gestione dello smaltimento dei rifiuti;
2) che lo smaltimento in Campania viene pianificato a suon di discariche e termovalorizzatori e che le istituzioni sono inclini a optare per queste soluzioni in maniera definitiva e non temporanea;
3) è una follia immaginare una seconda discarica nel parco nazionale del Vesuvio sito protetto dall”Unesco. Ma nonostante questo la Merkies ha spiegato come la Campania è patrimonio dei campani come di tutti i cittadini europei, e che la commissione lavorerà avendo come obiettivo la tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale di tale regione.

La stessa Merkies ha detto, poi, come “siano legittime le preoccupazioni dei cittadini che hanno inviato le petizioni, rivolgendosi a noi, circa l”assenza di un ciclo dei rifiuti. Hanno pienamente ragione”. In fondo, la delegazione europea, dopo aver visitato i siti di Chiaiano, Taverna del Re, Ferrandelle, l”impianto di Acerra, Terzigno e Basso dell”Olmo nel Comune di Serre, ha solo portato alla luce quanto negli anni passati, nelle lotte compiute dai vari comitati, avevamo sempre denunciato, che cioè in Campania “manca un ciclo integrato e che non viene rispettata la gerarchia dei rifiuti perchè si utilizzano soltanto discariche e termovalorizzatori senza passare per i processi che riducono i rifiuti, che favoriscono la loro selezione e il riciclaggio, processi che favorirebbero un utilizzo complessivamente minore delle discariche che sono viste non come una soluzione temporanea, ma definitiva”.

Altra nota negativa messa in luce dalla commissione europea è, inoltre, il “deficit di democrazia”, vera piaga della nostra società meridionale. La commissione ha preso atto “dell”assenza di dialogo tra i cittadini e le autorità, dialogo necessario anche fra i diversi livelli amministrativi” e “la mancanza di trasparenza, per cui si intravede una possibilità di miglioramento, considerando che per ora non c”è accesso alle discariche per l”opinione pubblica e per chi volesse verificare i dati”. La stessa Merkies, alla fine della visita, ha sollecitato l”accesso ai siti in quanto “così si favorisce il dialogo, anello mancante, e si instaura fiducia”. Quella dei rifiuti della gestione dei rifiuti in Campania è una questione “politica, ma che trascende i ragionamenti partitici”.

Una regione la Campania che la Merkies ha ribadito come sia non solo dei cittadini campani, ma “è anche una regione dell”Unione europea e patrimonio mondiale che va mantenuto per voi e per noi”. Trasparenza, quindi, e accesso ai siti per favorire il dialogo e la fiducia.
La Chiesa da tempo vicina ai comitati per salvaguardare il nostro territorio da altri scempi, ultimamente è stata presente a Terzigno con una lettera-appello del nostro Vescovo.

È giunto il tempo che tutti noi abitanti queste terre prendiamo veramente coscienza di quello che è accaduto e, “svegliandoci dal sonno” ci mettiamo insieme e agiamo perchè certi scempi non si verifichino mai più.
I nostri figli hanno diritto ad un futuro di purezza ambientale e di speranza.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA RUBRICA

DOVE E COME INVESTE LA CAMORRA “LEGALE”

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La camorra, oggi, è un sistema di imprese finalizzate ad accumulare capitali, i quali si muovono su più mercati e tra più mercati. La saldatura tra politici locali e gli imprenditori di camorra.
Di Amato Lamberti

Per dare un ordine, o, se si vuole, anche un filo rosso di collegamento, alle riflessioni proposte nella mia rubrica, mi sembra necessario un minimo di inquadramento teorico.

La camorra, oggi, tanto per essere il più possibile espliciti, si configura come un vero e proprio sistema di imprese economiche finalizzate all”accumulazione, in termini capitalistici. La sua peculiarità, sta nel fatto che opera contemporaneamente su due mercati, quello criminale e quello legale senza tenerli tra loro separati, ma, anzi, favorendo, tra i due mercati, una costante circolazione di flussi finanziari. I capitali camorristici si muovono, così, su più mercati e tra più mercati. I proventi delle imprese criminali servono innanzitutto a sostenere ed allargare un mercato criminale gestito spesso in forma monopolistica.

Le eventuali disponibilità finanziarie eccedenti possono e vengono collocate sul mercato legale, sia per realizzare ulteriori incrementi del capitale da reinvestire in attività criminali, e sia per realizzare la riconfigurazione come imprenditore, del camorrista. Per cui abbiamo che la circolazione dei capitali camorristici si realizza nel mercato criminale e nel mercato legale, dal mercato illegale al mercato legale, ma anche dal mercato legale a quello illegale. Si realizza così, un intreccio tra i due mercati che rende sempre più difficile la separazione tra criminale e legale.

L”interesse degli studiosi, come quello degli organi di informazione e degli apparati di controllo dello Stato, è stato, per molto tempo, prevalentemente dedicato al mercato criminale considerando un fatto marginale la presenza dell”imprenditore camorrista sul mercato legale – più il segno di un desiderio di legittimazione sociale, che non lo sbocco obbligato di un processo di riconfigurazione delle organizzazioni criminali, in un contesto come quello meridionale caratterizzato dall”assenza di una forte imprenditoria privata e dalla presenza egemonica, come rapporto economico, dello Stato nella figura delle Autonomie locali.

Va, invece, rilevato che la camorra, nello stesso momento in cui si insedia su un territorio, tende ad occupare contemporaneamente mercato criminale e mercato legale. Solo che, mentre sul mercato criminale si muove con la logica del monopolio e dell”allargamento continuo, su quello legale tende a privilegiare solo quei settori di attività che o consentono una elevatissima redditività del capitale o consentono l”acquisizione e il drenaggio del denaro pubblico a livello dei Comuni, ma anche di ASL, di Enti di previdenza e assistenza, di provvidenze statali.

Questo doppio e quasi contemporaneo inserimento sui due mercati, è la forza della camorra e spiega anche la sua capacità di diffusione e di insediamento. Infatti, realizza subito, per così dire, l”emersione sociale, in veste di imprenditore, del camorrista mettendolo nelle migliori condizioni per operare sia sul mercato legale che su quel pezzo di mercato criminale che sta ridosso di quello legale – vale a dire, ad esempio, il segmento di mercato criminale costituito dalle estorsioni ad aziende ed imprese, ma anche quello del prestito ad usura. Realizza, inoltre, una più semplice gerarchizzazione dei compiti e della mansioni, il che è un importante problema per organizzazioni caratterizzate da elevata conflittualità interna e dotate del solo strumento della violenza per la risoluzione di ogni tipo di conflitto.

La camorra adotta, negli interventi sul mercato legale e su quello criminale, strategie diverse ma complementari. A livello di economia legale non tende al controllo totale del territorio su cui si insedia, ma al controllo di uno o più settori da gestire in forma quasi monopolistica – almeno per quanto riguarda l” iniziativa privata. La scelta dei settori economici d”investimento sembra obbedire a cinque criteri:

a) realizzare investimenti ad altissima redditività di capitale;

b) in settori di cui è possibile realizzare un controllo quasi totale;

c) in settori sostenuti da finanziamenti pubblici o per i quali sono previste provvidenze statali, o che dipendono più o meno direttamente, – attraverso il meccanismo della concessione, ad esempio – dai poteri decisionali delle pubbliche amministrazioni;

d) in settori che prevedono l”utilizzazione di una mano d”opera non qualificata, anche numerosa;

e) caratterizzati, inoltre, da una accelerata circolazione dei capitali.

Per fare degli esempi ben noti: a Torre Annunziata, l”espansione del clan Gionta sul mercato legale, passava attraverso l”acquisizione del controllo del mercato del pesce, prima e di quello dei fiori, poi. L”espansione del clan Alfieri passava, invece, attraverso il controllo del mercato delle carni, con le società “Vesuviana carni” e “Sim-carni”, con sede a San Sebastiano al Vesuvio, e la “Ital-carni”, con sede ad Arzano. Per la commercializzazione su scala regionale, nazionale e internazionale si utilizzava la società “Com-Int” (Commercio Internazionale) della quale oltre a Carmine Alfieri erano soci Michele Zaza e Giuseppe Simeoli vera figura di un imprenditore camorrista completamente riciclato sul piano legale (a lui facevano capo le società degli Alfieri).

Il clan Vollaro si espandeva, invece, nel settore dell”edilizia. Luigi Vollaro era amministratore unico della “Vol-Sca costruzioni” (di cui erano soci i nipoti Luigi e Salvatore Scarano). Era, inoltre, socio della “Sas Candida costruzioni”,che operava a Portici e che ha goduto di numerosi appalti comunali, della “Cotemar” e della “Vol-So” (in società con Francesco Sorrentino). Luigi Vollaro e i due fratelli, Giuseppe e Antonio, erano anche soci della “Alessandro Sorrentino costruzioni”.

Gli investimenti nell”economia legale erano, quindi, chiaramente finalizzati a:

1) assicurarsi gli strumenti per il più rapido riciclaggio del denaro accumulato attraverso imprese criminali;

2) realizzare capitali legali tanto elevati da nascondere la presenza di un flusso costante di capitali “sporchi”, anche attraverso l”utilizzazione massiccia delle provvidenze statali (credito agevolato, sgravi fiscali, ecc.) previste per il settore specifico;

3) realizzare il controllo di interi settori del mercato, determinando prezzi, volumi di scambio, occupazione;

4) impadronirsi, più o meno totalmente, dei flussi costanti dei finanziamenti pubblici erogati dalle amministrazioni locali (comuni, provincie, Regioni).

Due sono le conseguenze: dal punto di vista sociale, attraverso tale strategia le organizzazioni criminali assumono un ruolo centrale nella regolazione del mercato del lavoro e introducono distorsioni, non sempre visibili, nella dinamica occupazionale a livello di offerta di lavoro: dal punto di vista istituzionale, tale strategia impone alle organizzazioni criminali la necessità di operare un controllo sempre più accentuato delle amministrazioni locali per dirigerne a proprio vantaggio le decisioni in ordine alla spesa ordinaria e alla utilizzazione dei finanziamenti ordinari e straordinari.

Il fatto, quindi, che le organizzazioni criminali siano presenti sul mercato legale unito al fatto che le amministrazioni locali sono il soggetto economico più importante e costante del mercato, dà vita ad una saldatura – sempre più frequentemente evidente – tra ceto politico e amministrativo locale e imprenditori camorristici. Naturalmente, tale saldatura non si poggia solo sulla presenza sempre più massiccia di una imprenditoria camorristica, ma si poggia, soprattutto, sulla presenza – anch”essa sempre più diffusa ed evidente – di un ceto politico e amministrativo affarista e clientelare, quando non esso stesso camorrista, che utilizza le istituzioni solo in chiave di tornaconto personale.

Le trasformazioni del ceto politico e amministrativo in Campania, di cui non si parla quasi mai, caratterizzate dalla emersione di personale di basso profilo economico e culturale – anche se mancano ricerche specifiche in merito – si può ipotizzare che derivino anche dalla capacità delle organizzazioni criminali di aggregare e dirigere in consenso elettorale su candidati “comodi”, quando non direttamente coinvolti nella stessa organizzazione.

(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

MAI PIÙ COME PRIMA…

Nei giorni passati, nel corso di Scuole Aperte, i giovani allievi del Mercalli, iscritti al modulo “Adolescente:mente”, hanno condiviso le proprie emozioni con quelle, intense e dolorose, dei protagonisti del film “Mai più come prima…

La storia dei sei compagni di classe che, dopo l’esame di maturità, partono per una vacanza insieme in una baita tra le montagne delle Dolomiti, durante la visione, ha commosso intensamente e, successivamente, nel corso del “laboratorio delle emozioni”, ha messo in lavorazione i sentimenti di ognuno, favorendo un crescendo riflessioni profonde e considerazioni autentiche e appassionate.

I protagonisti, magistralmente dipinti dal regista Giacomo Campiotti, rappresentano degli stereotipi nei quali ogni generazione può vedersi riflessa e la tragica esperienza, che li vede accomunati, forse per la prima volta, anche se hanno condiviso un quinquennio nella stessa classe, mette a nudo come la loro conoscenza fosse superficiale, o addirittura assente.
Beatrice, Luciano e Frances sono stati concordi nell”affermare che Enrico, che perde la vita tra quelle montagne che tanto amava, è l”unico tra tutti che riesce ad aiutare il gruppo a divenire tale, facendo cadere le barriere che ciascuno, sebbene inconsapevolmente, alzava verso l”altro.

Il legame forte e vero che egli ha con Max, ha, inoltre, insegnato agli altri come ci si relaziona con un diversamente abile, superando ogni forma di pietismo o di falsità. Edoardo ha sottolineato che Enrico è l”unico che si è posto il problema di Max, scegliendolo come compagno di viaggio.
Federico ha sottolineato che proprio Max, nonostante la natura non fosse stata con lui benevola, la ama più degli altri; Luca è stato colpito dall”indifferenza che inizialmente caratterizzava i protagonisti che non condividevano nulla e che solo attraverso la tragedia e il dolore riescono a esprimersi fra di loro e a diventare un vero gruppo.

Quindi Serena ha evidenziato come il dolore e la sofferenza sia servito a creare compattezza e solidità al gruppo di amici. Giulia ci ha invece ricordato che in certi casi il dolore può anche allontanare e dividere le persone.
Roberta si è chiesta perchè tanto spesso siano proprio le tragedie, come quella accaduta ad Enrico, che riescono a cambiare in positivo le persone e Maria Carla ha aggiunto che, infatti, proprio in seguito alla morte di Enrico gli altri personaggi riescono a maturare e a cambiarsi anche se prendono strade diverse.

Infine da più parti si è evidenziato che Cesare, il coatto apparentemente superficiale e vuoto, dopo essere stato salvato da Enrico,confessa che lo ha sempre stimato, infatti lo spiava perchè voleva essere come lui.

Il film affronta temi complessi come l”amore, l”amicizia, la morte, la disabilità, l’incomunicabilità tra pari e tra adulti e adolescenti e l”analisi di queste relazioni conflittuali ha prodotto tra i giovani partecipanti ai lavori un dibattito aperto e stimolante che ancora una volta la macchina da presa ha facilitato e reso possibile.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

IL TERZO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Il sentiero n°3, “il Monte Somma”. Tra corvi e poiane con la testa tra le nuvole, ma non troppo! In cima all”antico e scosceso cratere nel rispetto della natura e della tradizione.

Ufficialmente il percorso n°3, quello che conduce in vetta al Monte Somma, precisamente su Punta Nasone (m.1.131 slm.), ha inizio ad Ercolano, dalla cosiddetta strada del Vesuvio (via Contrada Osservatorio). Infatti vi si accede a quota 689, attraverso un cancello, generalmente chiuso, e da dove ha inizio un sentiero che si inoltra nel bosco di Robinie e che lascia ancora intravvedere ciò che resta della struttura a nido d”ape del fondo e che serviva a segnare il sentiero per le persone diversamente abili.

Purtroppo, questa illuminata iniziativa, che vedeva il Parco Nazionale del Vesuvio all”avanguardia, ha ceduto il passo alle intemperie così come all”incuria e al vandalismo. Stesso destino la segnaletica Braille e alcune delle opere di ingegneria naturalistica. I pannelli recentemente istallati e non sempre attendibili per quel che concerne il testo in inglese, mostrano in quota già i primi e repentini segni di sfaldamento.
Altro varco, di più facile accesso, è quello che, a quota m. 792 e a circa sei chilometri dall”ingresso ufficiale, imbocca il sentiero proveniente da S.Maria a Castello, nel comune di Somma.

Il sentiero che però vi illustrerò è quello che segue il tracciato canonico, quello ad anello e che parte dal comune di Ercolano. I circa 900 m. di strada “attrezzata” hanno di bello il fatto che a maggio vi si è accolti dalle timide ma tenaci orchidee vesuviane, dal muscari e dal gigaro; a giugno invece il giglio di S.Giovanni rimarca con la tradizione il cambio stagionale.

A quota 719, si giunge a un primo bivio, sulla destra, dove incominceremo la salita verso i Cognoli di Giacca, prima elevazione che ci condurrà, attraverso i Cognoli di Trocchia e quelli di S.Anastasia, fin su, verso il profilo d”indiano del Nasone. Sulla sinistra si scorge inoltre una scalinata che porta sul sentiero denominato della Castelluccia o delle capre, attualmente impraticabile per la folta vegetazione e che scende fino ai 300 metri presso Massa di Somma.

Proseguendo su un sentiero in discreta salita, facendo attenzione ai segnavia verdi, raggiungeremo un paio di balconate che mostreranno le due facce del nostro vulcano, quella dell”anello urbanizzato che lo strozza e la natura, che resiste, sostanzialmente ancora intatta, nella valle dell”Inferno. Verso i 2,13 km a 967 mslm, il percorso incomincia a essere poco leggibile anche perchè i segnavia, nascosti dalla vegetazione, non sono sempre visibili oltre che privi di riferimenti.

Ai 1.092 metri, dopo 2,72 km e dopo il riferimento di una x rossa, segnata su un segnavia grezzo, inizia un tratto ripido e sdrucciolevole, anche in questo caso, oltre l”ovvia prudenza, sono necessari i bastoncini telescopici per un migliore equilibrio. Raggiunti i 1.107 m. prestare attenzione al ciglio a strapiombo e mantenere la sinistra, facendo molta attenzione al sentiero non sempre segnato, ad eccezion fatta di qualche segnavia.
Scendendo ai 1.098 e mantenendosi con attenzione a sinistra della cresta, ci si imbatte dopo poco, sulla destra, in una frana, molto pericolosa perchè seminascosta e non segnalata, ad eccezion fatta dei nastrini di plastica bianco-rossi che ne annunciano l”imminenza. Ad ogni modo sarebbe opportuno aggirare l”ostacolo seguendo una scomoda ma più sicura bretella, anch”essa segnalata dai nastrini.

Poco dopo il percorso scende ripidamente verso valle e bisogna prestare la dovuta attenzione prima di guadagnare sulla destra il sentiero boschivo, immerso tra i castagni bardati di frondosi licheni. Purtroppo, a quota 1.084, dopo 3,60 km di percorso, prima di voltare a destra per l”ultima ascensione verso il Nasone, incontriamo i primi residui delle festività sommesi (il Sabato dei Fuochi e il Tre della Croce). Purtroppo la passione dei cittadini di Somma Vesuviana non sempre corrisponde a un corretto senso civico. La discarica, e non è un esagerazione l”uso del termine, accoglie gli escursionisti man mano che ci si avvicina alle baracche che annunciano la cima, “O Ciglio.

A m. 1.114, a fianco di una grande croce di ferro, incontriamo la piccola cappella della “Mamma Schiavona”. Lì, in questo grazioso luogo di pietas popolare, troverete custodito un libro di quota dove potrete apporre la vostra firma a sugello della vostra piccola grande impresa. Dopo essersi ristorati si segue lo stradello che da dietro l”edificio sacro conduce al punto più alto dell”itinerario. Da punta Nasone si potrà ammirare il Gran Cono, tutta la Valle dell”Inferno fino all”Atrio del Cavallo, intravedendo il Golfo. E alla nostra sinistra invece, tra i Cognoli e il Vesuvio si può scorgere anche un tratto di penisola Sorrentina.

Nella discesa verso valle manteniamo la sinistra, evitando di scendere nel canalone scavato dalle acque piovane (che conduce comunque al sentiero ma è molto più scomodo e faticoso). Il tragitto, dapprima ripido, degrada gradualmente in una serie numerosa di curve che ne agevolano la percorrenza. A quota 792, sullo sbocco del sentiero appena percorso, sulla destra, ne parte un altro di connessione col sentiero n°2. Dopo 5,49 km, si è giunti finalmente sul piano, presso un”edicola votiva, sempre dedicata alla Madonna, e un paio di baracche ad uso festa e scampagnata, e anche in questo caso i rifiuti non mancheranno.

A questo punto ci separano dal termine dell”anello circa sei chilometri di facile percorso, dove solo la stanchezza e qualche albero caduto potranno rallentare la nostra tranquilla marcia nel bosco mesofilo (bosco umido) e, con un po” di fortuna e molta attenzione potremmo incontrare qualche volpacchiotto alle prime armi.

In conclusione gradirei segnalare l”azione di quei sommesi che salvaguardano il sentiero dalla parte del loro versante natio, così come il loro impegno a salvaguardare una tradizione che sfida l”avanzare dei tempi. Ciò nonostante, è da sottolineare anche l”altra faccia della medaglia, quella dell”inciviltà dimostrata a più riprese durante i festeggiamenti, recenti e passati. Cosa questa che vanifica l”operato dei cittadini più virtuosi e l”immagine i un luogo unico.

ECCO COSA FARE CONTRO IL PENSIERO UNICO DOMINANTE

Istruzioni per l’uso contro la becera cultura del niente: frenare la diaspora meridionale; reagire a scelte individualiste; ma soprattutto, coltivare una presenza attenta e competente sul territorio.
Di Michele Montella

Contro che cosa si va a scontrare la diffusa indifferenza verso l’arroganza al potere? Come reagire a chi sta costruendo gradualmente e senza fare alcun rumore una dittatura politica, che irride perfino al percorso storico della lotta della Resistenza antifascista, durante la seconda guerra mondiale. Cosa poter fare contro una becera cultura del niente imponente ed impunita?

Qual è il luogo in cui il coraggio di sperare si può ancora esercitare? Esiste ancora la possibilità di creare una città del coraggio contro la sopraffazione dell’arroganza e dell’incultura, dello scambio di risorse contro il traffico degli interessi, del dialogo contro lo sguaiato urlo del servo?
Ci poniamo ancora una volta queste domande, dando seguito al breve excursus tematico sull’affermazione di Sartre che l’inferno sono gli altri. (VEDI)

Abbiamo già dato due risposte a tali quesiti: una riguarda la diaspora del pensiero meridionale a cui dobbiamo mettere un freno, perchè l’assenza di donne e uomini pensanti genera la diffusione del pregiudizio, dell’inconoscenza e dell’incultura; un’altra riguarda la capacità di reagire a scelte individualiste ed autoreferenziali.
C’è tuttavia qualcosa di più che è possibile fare, prima di dirsi sconfitti, ed è coltivare una presenza attenta e competente sul territorio. Lì dove non c’è cultura bisogna farla nascere; dove manca un panorama di partecipazione e dove giace sepolto il coraggio di andare contro l’omologazione bisogna farli nascere.

Non possiamo chiamarci uomini e donne di speranza se non ci carichiamo del coraggio dell’impopolarità. Il morso dell’emarginazione, pur nella consapevolezza di essere portatori di intelligenza, di idee, di novità corroboranti, deve essere accettato, altrimenti parleremo di una speranza inautentica, quella dei bigotti o, peggio ancora, quella di chi per ufficio deve sostenere il ruolo di ottimista.
Ritengo che la speranza lungi dall’essere tipica dell’uomo ottimista sia invece caratteristica del pessimista; infatti l’ottimista, almeno quello becero che spopola nelle nostre piazze, non ha bisogno di sperare: si ritiene egli stesso il prodotto migliore.

Il pessimista invece sa che per combattere ha bisogno di un progetto; deve costruire processi virtuosi; abbandonare il pressapochismo e disegnare panorami vasti di senso dove collocare le proprie azioni. Il pessimista intelligente sa coniugare il suo stato d’animo con l’attesa; solo lui sa attendere un cambiamento ed opera affinchè l’aurora possa rinascere. Charles Pèguy, che amava parlare di piccola speranza, afferma, nel Portico del Mistero della seconda virtù, che di tutte le virtù quella che più stupisce Dio è la speranza, perchè serba nel cuore degli uomini la meraviglia dell’indomita resistenza.

Certo essere pessimisti ed uomini di speranza è una sfida poderosa, accompagnata da un abissale mistero, ma è la nostra sfida, se vogliamo arginare l’inferno che ci circonda.

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