Attraverso un sogno tormentato, il viaggio tra le bellezze perdute di Napoli e dell”Italia. “Italiani vergognatevi. Ma:non disperate”. Di Giovanni Ariola
Il prof. Carlo alla fine s’è lasciato convincere dai suoi nipoti a partecipare, per la prima volta nella sua vita, al concerto di due grandi ( in gergo corrente = big) della nostra musica leggera, Gianna Nannini e Paolo Conte, che si sta svolgendo in Piazza del Plebiscito ma, una volta addentratosi nella folla (meglio sarebbe dire: fagocitato da un enorme mostruoso corpo semovente e ondeggiante con mille teste), all’improvviso si sente avvolto come in un vortice di vento a dir poco assordante e tale da togliere il respiro.
Tornata una calma relativa, si accorge che i nipoti sono spariti e lui si trova stretto come una sardina in una schiera di volti urlanti che gli trasmette il suo moto ondulatorio. Sente il panico montargli dentro e riconosce la sua inguaribile e immedicabile oclofobia (= paura della folla). Sta per svenire quando giunge da lontano un turbine di luce che lo investe come un lampo e lo sospinge al margine della folla e della piazza; finalmente può infilare un vicolo laterale e allontanarsi di corsa dal baratro di incoscienza in cui sarebbe sicuramente precipitato. Si ferma in uno slargo, non sa dove si trova né riesce ad orientarsi nell’aria della sera resa fosca da una insolita nebbia fuori stagione.
Aguzzando gli occhi, intravede un grosso edificio a forma di un’enorme cattedrale e sul frontone legge la scritta Tempio della Cultura…Istintivamente decide di volgere le spalle e girare al largo, provando, come spesso gli accade negli ultimi tempi, una specie di orticaria pruriginosa ogni volta che sente o legge la parola cultura, che ognuno usa e serve in tutte le salse quando e come meglio gli conviene, ma lo ferma una cosa curiosa che vede accadere sulla soglia del tempio…una fila di persone attende di entrare ma, appena varca la soglia, ciascuno viene miracolosamente rimpicciolito a giudizio insindacabile di un diabolico dispositivo elettronico collocato nell’ingresso.
Si accorge che la misura del rimpicciolimento è diversa da un aspirante all’altro. Raramente qualcuno rimane di statura normale, molti sono ridotti alla dimensione di formiconi che a fatica si riescono a vedere. Incuriosito, si mette in fila e quando viene il suo turno varca la soglia…che strana sensazione subire un accorciamento di tutto se stesso e vedere intorno a sé tutto farsi più grande e perfino ingigantire…vorrebbe tornare indietro ma non può…una forza misteriosa lo sospinge ed è costretto a entrare in un vasto atrio.
Qui si ergono due giganti dei quali uno somigliante al leggendario Matusalemme e facilmente riconoscibile come la personificazione del Tempo, cerne in un enorme crivello i libri che tutti quelli che entrano (e sono migliaia e migliaia), credendosi e spacciandosi per grandi scrittori degni di successo nell’oggi e di fama imperitura in avvenire, vi gettano dentro per farseli accreditare.
Quasi tutti i volumi di piccolo o grande formato fuoriescono dalle maglie dell’arnese e cadono su un tapis roulant che li trasporta verso una porta su cui è scritto Macero. I pochissimi libri che restano sono versati in un cesto che un valletto porta via attraverso un’altra porta su cui è scritto Classici.
L’altro gigante indossa una logora toga tribunalizia e ha il volto ghignante e feroce, un misto tra il Minosse dantesco e Frankenstein, esamina con domande specifiche chiunque voglia entrare in una delle tre porte di accesso all’interno del tempio. La prima è quella della cultura alta, la seconda della media, la terza della bassa (definita recentemente anche “frivola” dallo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa).
Con il prof. Carlo il gigante si mostra inaspettatamente benevolo e, dopo averlo fissato con uno sguardo che il malcapitato sentì penetrargli fin nelle viscere gelate dalla paura, forse per aver letto in lui se non una sufficiente dignità e un oggettivo merito, almeno una retta intenzione e un sincero desiderio di apprendere, acconsente a fargli effettuare i tre percorsi culturali che si snodano dietro le tre porte prima di essere valutato e assegnato in modo definitivo al percorso che merita.
Entra dunque nella prima stanza. Alle pareti i ritratti di illustri personaggi antichi e moderni, filosofi, letterati, scienziati, giuristi, politici e statisti intervallati con scaffali pieni di libri. Il prof. percorre numerose altre stanze simili tutte deserte. Incontra alla fine un custode, vecchio e curvo.
– Ormai quasi nessuno – si lamenta costernato – viene più a leggere o solo a consultare questi volumi …tutti ormai preferiscono piuttosto scrivere…E questi preziosi volumi son diventati pezzi di antiquariato…I miei superiori mi hanno ordinato di fare più attenzione perché proprio in questo edificio dove ci troviamo, dove c’è la biblioteca dei Girolamini, una delle più antiche e gloriose di Napoli dove veniva a studiare Gianbattista Vico…hanno già trafugato 1500 volumi per venderli agli antiquari e ai negozi di libri antichi…Ora il prof. attraversa un lungo corridoio, sbuca in un cortiletto dove, seduti all’ombra di una quercia, siedono due signori che parlano pacatamente di poesia e ciascuno legge all’altro qualche verso da un suo libro. Aguzzando lo sguardo, il prof. legge su uno dei volumi “Myricae” e sull’altro “Il passaggio di Enea”, riconosce così i due poeti Pascoli e Caproni che festeggiano a loro modo l’uno il centenario della morte e l’altro il centenario della nascita.
Vorrebbe fermarsi ad ascoltarli ma ancora una volta è spinto a proseguire da una forza invisibile. Diciamo che è anche attratto da una musica fascinosa…riconosce l’ouverture del Guglielmo Tell seguita dall’aria Selva opaca sempre della stessa opera…ah! il nostro esilarante e gioioso Rossini, una delle nostre glorie più alte! Anche lui ha festeggiato a febbraio scorso il suo duecentoventesimo compleanno e la sua musica non ha perso neppure una virgola della sua vivezza e del suo smalto sublime. Ora è entrato in una stanza luminosa ma dall’arredamento e dall’atmosfera severi. Sulla parete di fronte riconosce il volto fiero di Friedrich Nietzsche. Un gruppo di persone sta discutendo animatamente. Riconosce il filosofo Maurizio Ferraris che ha in mano il suo ultimo libro (“Manifesto del nuovo realismo”).
E legge ad alta voce: “…quello che chiamo «nuovo realismo» è dunque anzitutto il nome comune di una trasformazione che ha investito la cultura filosofica contemporanea e che si è declinata in molti sensi. In primo luogo, la fine della svolta linguistica, e la più marcata inclinazione realistica di filosofi che in precedenza, pur non aderendo a posizioni postmoderniste, erano stati più sensibili alle ragioni del costruzionismo, del ruolo modellizzante degli schemi concettuali nei confronti dell’esperienza….Un secondo modo in cui si è declinata la svolta è il ritorno alla percezione, ossia a una esperienza tradizionalmente negletta dal trascendentalismo filosofico culminato con il postmodernismo. Caratteristicamente, il fatto che si sia tornati a considerare l’estetica non come una filosofia dell’illusione, bensì come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che esorbita dagli schemi concettuali, e che ne è indipendente….”.
“Il richiamo all’oggettività delle cose come sono in sé stesse – lo interrompe deciso un distinto signore con una rada barba bianca e con nello sguardo un lampo di fastidio e di sdegno, nel quale il prof. riconosce il filosofo del «pensiero debole», Gianni Vattimo – pesa solo in quanto è una tua tesi, e cioè è una tua interpretazione motivata da tuoi progetti, insofferenze, interessi…”.
“ Signori, – è Umberto Eco a intervenire pescando nel mucchio consistente delle sue opere collocate in uno scaffale alle sue spalle e agitando in aria un suo famoso testo del 1990 – anche l’interpretazione ha i suoi limiti…”.
Non sa come ma il prof. si ritrova in altra stanza dove un giovane in abito ottocentesco e con una folta e arruffata capigliatura rossiccia sta tenendo una dotta orazione. “O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri…” (U. Foscolo, “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”). Sta per sedersi, vuole ascoltare e anche riposarsi un po’, ma all’improvviso l’edificio comincia a tremare e il prof. capisce che si tratta di un terremoto e di un terremoto di elevata intensità . Si affretta perciò verso una grossa porta e finalmente esce in un giardino. S’accorge subito che è la villa comunale della sua città ma a stento sono distinguibili le aiuole e anche le piante appaiono del tutto irriconoscibili, ci sono dovunque cumuli di rifiuti…la vede ora l’insegna che qualche giorno fa non c’era “Discarica pubblica”.
Prova una stretta al cuore e lo opprime un senso di profonda disperazione…non bastano a consolarlo le parole che sente venire da uno schermo televisivo che occhieggia poco lontano, pronunciate da un signore che somiglia molto al noto critico d’arte francese, naturalizzato italiano, Philippe Daverio ”Qualche anno fa l’Italia era molto bella anche se molto povera, oggi essa è molto meno povera ma anche molto meno bella…Italiani, vergognatevi! Ma…non disperate! volendo, siamo ancora in tempo. Salviamo le bellezze dell’Italia!”
Una porta che sbatte, la voce della dott.ssa Raffaella che gli rivolge un allegro buongiorno e il prof. Carlo si riscuote. Non gli era mai successo di addormentarsi al suo tavolo di lavoro in un luminoso e terso mattino d’aprile.

