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Parco Nazionale del Vesuvio, l’intervista al nuovo presidente Agostino Casillo
Abbiamo contattato il nuovo presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, Agostino Casillo, il quale ci ha concesso un’intervista a distanza sulle tematiche del Parco e sulla sfida che lo attende. Inutile dire che da vesuviani e non dell’ultima ora, anche noi ci aspettiamo grandi cose, proprio come quelle che lui ama parafrasare con le parole di William Blake. Un grosso in bocca al lupo!
L’intervista:
Nel suo discorso di presentazione davanti alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha presentato un programma ben articolato e dai buoni propositi ma scendendo più nel particolare e nella complessa realtà del Vesuviano, cosa pensa di fare di concreto e che i suoi predecessori non abbiano già fatto?
«Oggi credo sia il tempo di avviare una nuova fase. Farò quello che è necessario affinché il Parco Nazionale del Vesuvio diventi laboratorio per nuovi modelli di politiche ambientali e di sviluppo del territorio. Tutela dalla biodiversità, turismo sostenibile, promozione dei prodotti enogastronomici, valorizzazione delle tradizioni locali, educazione ambientale, sono le parole chiave su cui si fonderanno i progetti che da qui a breve inizieremo a mettere in campo. Tra i primi interventi, lavorerò affinché nel più breve tempo possibile si possa avviare un intervento di riqualificazione di tutti i sentieri attualmente non manutenuti.»
Lei è stato definito un ambientalista convinto, può dirci quali siano state le sue esperienze in tal senso e come possono essere messe a frutto nel suo nuovo incarico di Presidente del PNV?
«Al di là delle etichette giornalistiche, credo conti la sostanza. Oggi, a mio avviso, la tutela dell’ambiente è un diritto-dovere dei cittadini e delle amministrazioni pubbliche universalmente riconosciuto come necessario e vitale. Certamente, abbiamo bisogno di un approccio alla tutela dell’ambiente molto poco ideologico, ma orientato alla rimodulazione del nostro modello di sviluppo. Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di poter far coincidere la mia passione per le politiche ambientali con il lavoro che ho svolto finora. Mi occupo infatti di energie rinnovabili, risparmio energetico ed edilizia sostenibile. Se le massime Istituzioni del nostro Paese hanno ritenuto la mia persona idonea per questo ruolo così importante, probabilmente nel mio curriculum e nella mia storia hanno ravvisato caratteristiche idonee al ruolo assegnatomi e la giusta dose di innovazione e predisposizione al cambiamento che oggi bisogna avere per fare bene.»
Lei giustamente parla di un Castello Mediceo, l’attuale sede del PNV ad Ottaviano, strappato alla camorra e “baluardo fisico di legalità”. Niente di più vero ed encomiabile ma è al corrente che proprio sotto il naso dell’Ente Parco, lungo via Cesare Augusto, passano nottetempo i bracconieri con i loro fuoristrada per andare a cacciare lungo i sentieri 1 e 2 del Parco e che, durante i fine settimana, proprio lungo l’asse viario che passa per la cosiddetta valle delle delizie, salgono le moto da cross per scorrazzare in piena area protetta?
«Mi sembra assolutamente sbagliato e per certi aspetti anche pericoloso equiparare la Camorra al bracconaggio e ai motociclisti abusivi (la camorra nasce in questo terreno di coltura dove il sopruso e il disprezzo della legalità nonché il pericolo per l’incolumità altrui sono l’unica costante, il giù menzionato A.Prisco fu ucciso proprio da un bracconiere e chi sversa e scarica entro i limiti del Parco non è per forza un camorrista ma il risultato che produce è il medesimo, ndr.). La criminalità organizzata è un cancro che va estirpato, e credo che al lavoro di indagine e repressione della magistratura e delle forze dell’ordine vada affiancato anche quello educativo che può svolgere un ente come il Parco Nazionale del Vesuvio. Su questo aspetto cercherò di attivare il prima possibile l’osservatorio sulla legalità e gli ecoreati che sarà ubicato proprio in un bene confiscato alla criminalità organizzata. Per quanto riguarda il controllo del territorio, chiederò alla Guardia Forestale di intensificare il pattugliamento e il controllo dell’area protetta per reprimere e prevenire fenomeni di illegalità.»
La prima vittima ufficiale del PNV, il primo martire del Parco è stato il sangiuseppese Angelo Prisco, ucciso da un bracconiere. Come mai, a 20 anni dal suo tragico omicidio, non c’è stata nessuna commemorazione?
«La memoria è un elemento importante ed una responsabilità collettiva. Credo che su questioni così delicate, che riguardano il dramma di una famiglia, bisogna avere grande tatto per non urtare la sensibilità di nessuno. Conosco la storia di Angelo Prisco e chiederò un incontro con i familiari. Oggi abbiamo un punto a sua memoria sul sentiero che parte da Ottaviano. Se i familiari vorranno avviare un percorso insieme, il Parco del Vesuvio darà pieno sostegno a tutte le iniziative che si riterrà opportuno mettere in campo per celebrare la memoria del giovane finanziere.»
Nella sua visione programmatica pare voglia dare un nuovo impulso al turismo e alla tutela del Parco ma conosce lo stato delle sentieristica del Vesuvio cosa può dirci a riguardo?
«Come le dicevo, la riqualificazione della rete dei sentieri è in cima all’agenda e su questo punto siamo assolutamente convinti che sia necessario avviare un progetto al più presto.»
Lei ha giustamente sottolineato la ferita che s’è creata tra la gente e le istituzioni con l’apertura della discarica di Terzigno, ma cosa potrà fare il Parco per altre e simili realtà vesuviane purtroppo dimenticate?
«Il Parco può e deve svolgere un ruolo di stimolo e coordinamento tra tutti i livelli istituzionali che hanno competenze sui siti dove sono presenti le discariche, affinché si possano avviare degli interventi per ridurre l’impatto ambientale e verificare le possibilità di bonifica delle aree interessate. Parliamo ovviamente di progetti di lungo periodo che devono essere valutati nella fattibilità e nei costi, ma da Presidente e da vesuviano sento forte il dovere di provare.»
Infine, la Comunità del Parco, la voce dei 13 comuni del PNV; negli ultimi anni, s’è riunita di rado e in sordina, fatta eccezione quando c’erano soldi da spartite (vedi i PIRAP) o per il mancato svolgimento di una gara automobilistica in area Parco (a Ottaviano nel 2011). Come pensa di tessere un rapporto mai completamente imbastito?
«Il passato è passato ed io devo rispondere del presente e del futuro. Per quanto mi riguarda, avvierò da subito incontri istituzionali con tutti i sindaci dei tredici comuni della Comunità affinché si possa instaurare sin da subito una proficua collaborazione. Il Parco ha nel suo DNA il ruolo di trait d’union tra il livello locale e quello nazionale e credo che facendo funzionare tutti gli organismi preposti si possa avviare davvero una fase nuova. Un nuovo inizio per il Parco Nazionale del Vesuvio.»
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Somma Vesuviana, si chiude alla scuola «Raffaele Arfè» il progetto «Dimmi come mangi».
Bimbi entusiasti per il progetto didattico sulla relazione uomo – animale – ambiente proposta alle scuole primarie dall’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani. La dottoressa Elena Raia (ANMVI): «Devo dire grazie a tutte le insegnanti che hanno seguito magistralmente gli alunni nel corso del progetto».
Diminuire la diffidenza nei confronti della diversità, rafforzare le capacità di partecipazione e l’ambito cognitivo, conoscere gli animali, insegnare il rispetto per abitudini e convinzioni alimentare diverse oltre che per l’ambiente, educare all’ascolto, alla collaborazione, al confronto: il progetto dell’ANMVI, «Dimmi come mangi» aveva tutti questi obiettivi che i bambini delle seconde classi delle scuole primarie hanno ben recepito nel corso dell’iniziativa.
Quattro lezioni, ed il lavoro del medico veterinario Elena Raia in collaborazione con gli insegnanti, per imparare le caratteristiche dei carnivori, degli erbivori, degli onnivori e un’esposizione degli elaborati dei bambini, dalle immagini ai video.

Napoli: progetti di educazione ed informazione per i giovani. Così inizia il riscatto umano e sociale
Salvate i soldati Spina
No, non si tratta di reclute maltrattate dal nonnismo e neanche di un B movie ispirato al famoso film di Spielberg ma la storia dimenticata di due figli di San Sebastiano al Vesuvio, abbandonati all’anonimato della segnaletica stradale e all’oblio del tempo che passa e che cancella ogni traccia, ogni ricordo del loro sacrificio. FOTO

I due fratelli Spina, proprio come quelli del film americano sono morti durante l’ultimo conflitto mondiale, si chiamavano Sebastiano (classe 1918) e Mario (classe 1922) il primo morto sul fronte interno per un incidente automobilistico presso Cagliari, nel giugno del ’42 e l’altro cade invece sul campo, in Russia, il 2 marzo del 1943, in territorio ucraino a Belaja Zercov, dove restano le sue spoglie mortali.

Del maggiore dei due fratelli sappiamo ben poco, la sorella, Rosa Spina è venuta a mancare lo scorso mese di giugno poco dopo averci raccontato la triste storia della sua famiglia e di lui non restano che poche e silenziose foto ma di Mario abbiamo un esiguo e toccante carteggio che ci riporta alla semplicità della persona e di quei tempi quando, oltre agli affetti familiari, il pensiero unico era rivolto, per nostalgia e per necessità, alle cose della terra, ai piselli e alle fave da piantare e agli animali della stalla: “… la campagna come si porta, se si porta bene mi fate sapere se avete messi i piselli mi fate sapere se avete messe le fave …” (lettera ai genitori del 17/2/1943) “… mi fate sapere se avete ammazzato il maiale quest’anno, mi fate sapere se abbiamo il vitello, se sta bene, non ho più che dirvi …” (lettera ai genitori del 5/2/1943).
La sofferenza per le ferite (Mario fu ricoverato una prima volta nel luglio del 1942 e nuovamente ferito nel 1943, già in territorio ucraino) e le condizioni dure del fronte russo trapelano “… cari, io non ve lo vorrei far sapere ma intanto meglio che lo sapete, io mi trovo all’ospedale in questo momento, ma state senza pensieri che è una cosa di poco, sono stato ferito vicino alla gamba e fra 7/8 giorni sono di nuovo come prima …” (lettera del 5/2/43) “… io sono ancora all’ospedale e sto meglio, io mi credevo che in pochi giorni si guariva e invece devo stare molto tempo, state senza pensieri, non fa niente che passo un po’ di tempo, tutto passerà …” (lettera del 17/2/43) tra quelle parole scritte su un ormai consunto pezzo di carta, leggiamo una richiesta muta di aiuto, come chi vorrebbe tornare alla propria terra madre e sfuggire alle atrocità della guerra e che suo malgrado deve mantenere un rigore militare pur sperando ancora di tornare: “… io sto più allegro perché mi hanno detto i tedeschi che quando sto bene vengo in Italia e vado di nuovo a Imperia. Cari, come credo, il mese di Marzo sono a casa …” (lettera del 5/2/43, morirà meno di un mese dopo). Insomma, uno spaccato dimenticato di ciò che è accaduto e di quello che eravamo “… quando mi rispondete, dentro non mettete niente perché se lo prendono, il pacco non lo fate perché si perde come si sono persi tutti …” (lettera del 5/2/43).

Altri tempi dove si pensava alla campagna e non alle chat sui social; per carità! Lungi da noi esaltare nostalgicamente la guerra e quello che portò a questo sciagurato Paese ma il contrasto tra quelle lettere di soldato semplice e gli emoticon che mi scorrono davanti agli occhi di fortunato cittadino del 2016, stridono in me come una puleggia poco oliata e mi turbano a tal punto da commuovermi davanti al cospetto di tanta e universale semplicità.
Penso al mitragliere Mario Spina di San Sebastiano, del 58° reggimento di fanteria e a suo fratello Sebastiano, fante del 46°, penso a quelle pellicole di guerra che da sempre ci hanno lavato il cervello mostrandoci una guerra eroica, emozionane e asettica, un videogioco dove eroi a stelle e strisce fanno saltare per aria uomini come fantocci, dove abbattono esseri inanimati o inumani e questo solo perché nemici e per questo meritevoli della morte e dell’annullamento, perché qui come altrove la propaganda non è ancora finita e dura ancora dalla notte dei tempi, dall’assedio di Troia alle crociate, dalle guerre napoleoniche fino ai conflitti mondiali e ai giorni nostri, dove il nemico è sempre più brutto e cattivo. E penso a loro, penso a loro che hanno perso la vita e gli affetti in una guerra che non gli apparteneva o che gli avevano imposto come atto vitale per la nazione.
Penso a quei due giovani che nel fiore degli anni sono andati a morire e a dar morte ad altri loro coetanei, penso all’assurdità della guerra e di quanto sia necessario trasmettere questo concetto attraverso la storia di questi due ragazzi, così differenti dai due marò di cui tutti si ostinano a parlare e perché figli del popolo e non soldati di mestiere. Ci auguriamo, nello spirito di un altro grande del nostro paese, il compianto Professor Russo, persona sensibile a queste tematiche, che la futura amministrazione possa fare qualcosa a riguardo dando un senso ad un sacrificio altrimenti vano.
















