Dalla rapina con la pistola ai 20 chili di droga, famiglia nei guai: 4 arresti ad Acerra
Fucile clandestino, 2 arresti a Terzigno
L’anno potrebbe essere nuovo, se fossero nuovi gli attori, i testi e gli spettatori
Personaggi fissi sono- con Pulcinella- Colombina, Coviello, Caporal Fasulo: bastavano queste maschere perché un abile “bagattelliere” potesse intrecciare storie in cui il pubblico vedeva chiari riferimenti a personaggi e a vicende dei vicoli di Napoli. La passione di Pulcinella per Colombina, l’opposizione di Coviello, le bastonate, i duelli erano il ritratto “comico” di una città che viveva da sempre, ogni giorno, come su un palcoscenico: e lo riconobbero molti altri, prima ancora di Eduardo. Il “capitan Fracassa”, maschera ligure del sec. XVII, è la parodia degli ufficiali spagnoli: la sua voce è un tuono, sfida tutti a duello, ma intimamente si augura che il suo avversario non accetti la sfida. E’ abituato a raccontare balle smisurate, senza sosta, e si vanta di possedere titoli che invece non ha. Secondo Michele Scherillo, “capitan Fracassa” divenne “capitan Ciullo” nella commedia “ Patrò Tonno d’Isca” – testo di Agasippo Mercotellis e musica di Giovanni Veneziani – rappresentata a Napoli nel 1714. Il “Ciullo” si vanta di essere un irresistibile conquistatore di donne, e quando, durante uno dei suoi proclami, un ragazzo gli scaglia un sasso nella schiena, egli gli grida: “ Tu sai chi sono io?”: e poiché il ragazzo gli risponde “No, non lo so”, il fanfarone così si presenta. “Tu non si’ de sto munno/ tu si’ nu’ ‘grorantone,/ siente, pezzo d’anchione,/ siente lo nomme mio, apre st’aurecchie, / tremma da capo a pede /mo’te faccio venire le petecchie”. Ma le “petecchie” vengono a lui, aggredito dalla folla accorsa in difesa del ragazzo. Quando Ciullo si riprende dalle botte ricevute, si strappa la “maschera” e si confessa: “Io so’ ‘no maccarone /e n’aggio mai fatto male a ‘na mosca / e mo’ co no vaglione /volevo fa lo guappo”. Molti “capitan Ciullo” che oggi cercano di occupare la scena della vita reale non hanno il coraggio di fare una confessione del genere (“anchione” significa babbeo e le “petecchie” sono macchie rosse sulla pelle provocate da colpi interni o esterni).. Era fatale che il “capitan Fracassa” non suscitasse l’attenzione del pubblico in una città in cui numerosi capitan Fracassa, vanitosi eroi da strapazzo, “recitavano” nella vita reale, con atteggiamenti e proclami che facevano ridere più delle scene inventate dai “bagattellieri”. E dunque a Napoli il capitano, scrisse De Simone Brouwer, venne degradato a caporale, divenne “caporal Fasulo”, innamorato di Colombina e rivale infelice di Pulcinella. Umiliato a Napoli, il Capitan tornò da protagonista sulla scena letteraria nel 1863, quando Teofilo Gautier pubblicò il suo romanzo “Il capitan Fracassa”. Enrico Cossovich ricorda, come importante “bagattelliere”, Michele Barone, racconta che i “bagattellieri” guadagnavano fino a 1 ducato al giorno ( un guadagno notevole) soprattutto quando lavoravano alla Riviera di Chiaia, dove c’erano “grandiose locande e forestieri d’alto conto”. In estate “ e così pure nei giorni in cui le sante istituzioni della nostra Chiesa vietano gli spettacoli pubblici a Napoli” essi si spostavano nel paesi della provincia e, in particolare, a Castellammare, frequentata in tutte le stagioni dell’anno da Napoletani e da stranieri. Auguro a tutti di rasserenarsi cogliendo e gustando “le bagattelle” che la vita quotidiana ci offre senza sosta, ma ricordando sempre che a teatro possiamo accomodarci da spettatori, mentre nella vita reale siamo, noi tutti, nessuno escluso, anche attori. E su ognuno di noi incombe il pericolo di fare, talvolta, il Pulcinella o il capitan Fracassa. Estasi Napoli: c’è un nuovo David a Firenze
Figlia di Cutolo esalta il padre sui social: “Vorrei un amore come il loro”
Camorra, figlia di Cutolo posta video sui social per esaltare la figura del padre ripreso in carcere e arrivano commenti osannanti il boss. Cittadini indignati segnalano video e post al deputato Borrelli (AVS): “Mentalità camorrista difficile da scardinare, apologia delle mafie sia punita in modo esemplare”
Denise Cutolo, figlia del boss dei boss Raffaele e di Immacolata Iacone, ha postato un video sui social con le immagini degli incontri dei genitori in carcere e la scritta ‘Vorrei un amore come quello dei miei genitori’. E’ bastato questo per dare il via a una lunga serie di commenti osannanti il boss sanguinario della nuova camorra organizzata: ‘Porti il nome di un grande uomo come tuo padre’, ‘sei numero uno come tuo padre’, ‘Un uomo con la U maiuscola’. Gli screen shot e il video sono stati segnalati al deputato di Alleanza Verdi Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, da sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e promotore di una proposta di legge per la punibilità dell’apologia delle mafie.
“Mi chiedo a quale tipo di amore possa far riferimento la figlia di un boss condannato a quattro ergastoli, che è stato sempre in carcere in regime di 41 bis per i numerosi omicidi di cui è stato ritenuto responsabile. La verità è che la mentalità camorrista è difficile da scardinare in alcuni contesti. Si nutre di simbolismi, riti, celebrazioni che cercano di rinsaldarne la presa sulle tante persone che vivono in contesti con forte presenza criminale. Proprio per questo mi batto da sempre contro questi simboli fatti di altarini, murales, canzoni neomelodiche, post sui social. Perché insieme al contrasto della criminalità da parte delle forze dell’ordine serve anche una forte spinta culturale che aiuti le persone a liberarsi dalla mentalità criminale che li opprime. Raffaele Cutolo è stato un boss sanguinario, che ha decretato la morte di centinaia di persone, alcune delle quali vittime innocenti. Ha scritto le pagine più buie di Napoli e della Campania. Pensare che ancora oggi ci siano persone che esprimano giudizi positivi fa rabbrividire ma non mi sorprende. In diversi quartieri della città e paesi dell’hinterland napoletano la presenza dei clan sul territorio continua a imporre la legge della violenza e della morte. Noi ci batteremo sempre contro la camorra e i suoi simboli. Ho anche presentato una proposta di legge per la punibilità dell’apologia delle mafie. Dobbiamo rispondere colpo su colpo ogni qual volta un rigurgito della cultura camorrista esca fuori, senza smettere mai di gridare la nostra indignazione per tutto il male che questo feroce criminale ha causato alla nostra comunità. La figlia di questi due genitori sciagurati è purtroppo l’ennesimo prodotto della propaganda dei clan”. Questo il duro commento di Borrelli.
https://www.facebook.com/francescoemilio.borrelli/videos/789574783358630
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Padre Antonio Vivoda, l’eremita del Monte Faito
Classe 1908, originario di Veglia, in Istria, l’eremita Padre Antonio Vivoda fu un personaggio straordinario, che tendeva spesso a stupire chi lo osservava. Negli anni ’50 del Novecento il culto per san Michele Arcangelo nel riedificato santuario sul Monte Faito fu incentivato grazie alla sua umile presenza. Intervista allo scrittore David Barra.
Era vero un eremita, con sandali di cuoio e calzini di lana; anche il suo lungo saio era in lana ed il cappuccio bigio. La croce pettorale di legno di ciliegio era infilata al cingolo di corda ritorta a quattro capi e gli girava intorno alla vita. Aveva l’aspetto – come affermò in un suo articolo il giornalista del Mattino, Carlo Di Nanni – di un corazziere di Einaudi, ma la lunga barba nera era degna di Assalonne, e i capelli più lunghi cadevano bruni e lucidi sulle forti spalle di questo figliolo dell’Istria, il quale aveva lasciato il bel tempio di Padova, dedicato al santo di cui porta il nome, e il suo ordine religioso dei minori conventuali per passare a quello dei camaldolesi e sconfinare nell’ascetismo puro degli eremitani. In gioventù fu compagno di studi di P. Massimiliano Kolbe, il martire di Auschwitz.
David Barra, scrittore e blogger, nasce in provincia di Napoli nel 1982. Da anni collabora con diverse testate online. Nel 2018, insieme a Nicola Ventura, pubblica Maledetti ’70: Storie dimenticate degli anni di piombo e nel 2021 firma Borghesia violenta, i bravi ragazzi del terrorismo italiano, entrambi per Gog edizioni. Attualmente è co-amministratore del sito web www.spazio70.com e delle piattaforme social collegate al progetto. David ha fornito un contributo eccezionale sulla figura di questo eremita.

Cosa rappresentò all’epoca la riedificazione del nuovo santuario sul Monte Faito?
“La benedizione del nuovo tempio, avvenuta il 24 settembre del 1950, colmò un vuoto durato 88 anni, restituendo dignità e luce al Monte Faito, uno dei luoghi più antichi per il culto micaelico. Il nuovo santuario fu ricostruito in un punto diverso rispetto all’originale, in una postazione più comoda e accessibile per i fedeli. In questo processo di rinnovamento, il ruolo di Padre Antonio Vivoda fu cruciale. Fondato nel VI secolo a seguito di una visione mistica avuta dai santi eremiti Antonino di Sorrento e Catello di Castellammare, l’antico tempio di San Michele Arcangelo per secoli aveva vegliato sulla Penisola Sorrentina dalla più alta vetta dei Monti Lattari. Tuttavia, nel corso del tempo, l’edificio subì gravi danni, prevalentemente a causa delle intemperie ma anche per le numerose incursioni. Nel 1862, fu abbandonato definitivamente per via delle continue scorribande di briganti, che lo resero un luogo inaccessibile e pericoloso. L’antica statua di San Michele custodita nel tempio, venerata per i numerosi miracoli a essa attribuiti, fu trasferita nella Concattedrale di Castellammare di Stabia. Del santuario, nel corso dei primi decenni del XX secolo, rimasero solo macerie sparse”.
Come visse padre Antonio quegli anni?
“Accanto a quei ruderi, Padre Antonio Vivoda si ritirò per anni in meditazione, vivendo in una capanna costruita con le sue mani, immerso nella solitudine delle montagne. Egli custodì con devozione la memoria del culto, fino al giorno in cui un incontro straordinario cambiò il destino di quel luogo. Il Cavaliere Amilcare Sciarretta, dipendente della Banca d’Italia, incontrò il frate tra quei resti diroccati. Diversi anni addietro, nel corso della Prima Guerra Mondiale, il cav. Sciarretta aveva avuto una visione mistica a seguito dello scoppio di una granata, in una trincea della Venezia Tridentina. Caduto per terra privo di sensi, vide dinnanzi a sé il Golfo di Napoli, mentre un Angelo dalla spada infuocata gli parlava con voce solenne, dicendogli: «Devi ricostruire il mio Tempio!»”.



