Dalla rapina con la pistola ai 20 chili di droga, famiglia nei guai: 4 arresti ad Acerra

ACERRA: due minori rapinano un passante, arrestati dopo poche ore insieme ad altre due persone. Indagini lampo dei Carabinieri, sequestrati anche quasi 20 chili di droga Una rapina compiuta ieri mattina, indagini lampo e 4 persone in manette. Una sola frase per sintetizzare l’impegno dei carabinieri di Acerra in un caso risolto in pochissimo tempo. Nel pieno della mattinata di ieri, due giovani rapinano un residente in strada. Gli portano puntano una pistola, gli sottraggono 60 euro, lo colpiscono alla testa col calcio dell’arma e poi fuggono. I militari intervengono, raccolgono la versione della vittima e analizzano le immagini di video-sorveglianza di decine di attività commerciali. Seguono a ritroso il percorso dei rapinatori fino alla loro abitazione. Dalla rapina sono passate poche ore. I carabinieri busseranno alla porta di una casalinga 35enne di Acerra. Con lei il fratello, il figlio di 16 anni e un 17enne. A perpetrare la rapina i due minori inchiodati dalle telecamere, a finire in manette tutti e 4. In casa, infatti, i carabinieri troveranno 100 grammi di cocaina, 100 di marijuana e 18 chili di hashish. E ancora materiale per il confezionamento delle dosi e 13 munizioni calibro 12. 16enne e 17enne finiranno nel centro di prima accoglienza per minori, la 35enne e suo fratello di 26 anni nei carceri di Secondigliano e Poggioreale.

Fucile clandestino, 2 arresti a Terzigno

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TERZIGNO. Fucile clandestino, 2 persone arrestate dai Carabinieri   I carabinieri della stazione di Terzigno e quelli forestali del nucleo parco di Boscoreale hanno arrestato un 63enne e un 33enne per porto di armi clandestine e ricettazione. Entrambi incensurati, si sono introdotti illegalmente nel parco nazionale del Vesuvio. Nella loro auto i militari hanno trovato un fucile da caccia calibro 12 con matricola abrasa. Nel fodero del fucile anche 7 cartucce dello stesso calibro. Nelle loro abitazioni, luogo dove sono state estese le perquisizioni, sequestrate altre 300 cartucce e circa 140 grammi di polvere pirica, probabilmente per confezionare artigianalmente i proiettili.   I due arrestati sono stati portati in carcere, in attesa di giudizio.   I due arrestati sono stati portati in carcere, in attesa di giudizio. CAROTENUTO MARIO, NATO A TERZIGNO (NA) cl. 1961 AQUINO DOMENICO, NATO A SAN GIUSEPPE VESUVIANO (NA) cl. 1961

L’anno potrebbe essere nuovo, se fossero nuovi gli attori, i testi e gli spettatori

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Avrei voluto commentare l’articolo di Marcello Veneziani sul Natale di questi ultimi anni, in cui c’è la culla, ma non c’è più il Bambino. Ma la grandinata delle chiacchiere, degli “auguri”, dei “faremo” e dei “cambieremo” mi ha spinto a scegliere un tema più leggero. Parleremo di un teatro popolare napoletano, le “bagattelle” (un francesismo che significa in lingua napoletana “cose di poco conto”, “bavattelle”) e diremo di un personaggio eterno, “capitan Fracassa”, la cui immagine, a stampa, correda l’articolo.   “Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ‘e strate e sape recità.“ (Eduardo De Filippo).   Erano le “bagattelle” un teatrino ambulante di burattini – di “maschere” della commedia dell’arte –“una torricciola quadrilatera ed alta, di legno, vestita all’intorno di tela, che alla parte superiore ha una buca, con fondo di scena, o senza (secondo la condizione e dignità del bagattelliere) la quale forma il proscenio nelle rappresentazioni. “ In questa “torricciola” si nasconde il “bagattelliere”, “e per la buca fa agire dei burattini, che porta con sé in un sacchetto, rappresentanti commediole che egli improvvisa al momento, ma per lo più azioni tragiche nelle quali non manca mai Pulcinella, protagonista delle “bagattelle”. Così scrisse Enrico Cossovich nell’articolo pubblicato, nel 1857, insieme al disegno di F. Palizzi, nell’opera di Francesco de Bourcard. Personaggi fissi sono- con Pulcinella- Colombina, Coviello, Caporal Fasulo: bastavano queste maschere perché un abile “bagattelliere” potesse intrecciare storie in cui il pubblico vedeva chiari riferimenti a personaggi e a vicende dei vicoli di Napoli. La passione di Pulcinella per Colombina, l’opposizione di Coviello, le bastonate, i duelli erano il ritratto “comico” di una città che viveva da sempre, ogni giorno, come su un palcoscenico: e lo riconobbero molti altri, prima ancora di Eduardo. Il “capitan Fracassa”, maschera ligure del sec. XVII, è la parodia degli ufficiali spagnoli: la sua voce è un tuono, sfida tutti a duello, ma intimamente si augura che il suo avversario non accetti la sfida. E’ abituato a raccontare balle smisurate, senza sosta, e si vanta di possedere titoli che invece non ha. Secondo Michele Scherillo, “capitan Fracassa” divenne “capitan Ciullo” nella commedia “ Patrò Tonno d’Isca” – testo di Agasippo Mercotellis e musica di Giovanni Veneziani – rappresentata a Napoli nel 1714. Il “Ciullo” si vanta di essere un irresistibile conquistatore di donne, e quando, durante uno dei suoi proclami, un ragazzo gli scaglia un sasso nella schiena, egli gli grida: “ Tu sai chi sono io?”: e poiché il ragazzo gli risponde “No, non lo so”, il fanfarone così si presenta. “Tu non si’ de sto munno/ tu si’ nu’ ‘grorantone,/ siente, pezzo d’anchione,/ siente lo nomme mio, apre st’aurecchie, / tremma da capo a pede /mo’te faccio venire le petecchie”. Ma le “petecchie” vengono a lui, aggredito dalla folla accorsa in difesa del ragazzo. Quando Ciullo si riprende dalle botte ricevute, si strappa la “maschera” e si confessa: “Io so’ ‘no maccarone /e n’aggio mai fatto male a ‘na mosca / e mo’ co no vaglione /volevo fa lo guappo”. Molti “capitan Ciullo” che oggi cercano di occupare la scena della vita reale non hanno il coraggio di fare una confessione del genere (“anchione” significa babbeo e le “petecchie” sono macchie rosse sulla pelle provocate da colpi interni o esterni).. Era fatale che il “capitan Fracassa” non suscitasse l’attenzione del pubblico in una città in cui numerosi capitan Fracassa, vanitosi eroi da strapazzo, “recitavano” nella vita reale, con atteggiamenti e proclami che facevano ridere più delle scene inventate dai “bagattellieri”. E dunque a Napoli il capitano, scrisse De Simone Brouwer, venne degradato a caporale, divenne “caporal Fasulo”, innamorato di Colombina e rivale infelice di Pulcinella. Umiliato a Napoli, il Capitan tornò da protagonista sulla scena letteraria nel 1863, quando Teofilo Gautier pubblicò il suo romanzo “Il capitan Fracassa”. Enrico Cossovich ricorda, come importante “bagattelliere”, Michele Barone, racconta che i “bagattellieri” guadagnavano fino a 1 ducato al giorno ( un guadagno notevole) soprattutto quando lavoravano alla Riviera di Chiaia, dove c’erano “grandiose locande e forestieri d’alto conto”. In estate “ e così pure nei giorni in cui le sante istituzioni della nostra Chiesa vietano gli spettacoli pubblici a Napoli” essi si spostavano nel paesi della provincia e, in particolare, a Castellammare, frequentata in tutte le stagioni dell’anno da Napoletani e da stranieri. Auguro a tutti di rasserenarsi cogliendo e gustando “le bagattelle” che la vita quotidiana ci offre senza sosta, ma ricordando sempre che a teatro possiamo accomodarci da spettatori, mentre nella vita reale siamo, noi tutti, nessuno escluso, anche attori. E su ognuno di noi incombe il pericolo di fare, talvolta, il Pulcinella o il capitan Fracassa.

Estasi Napoli: c’è un nuovo David a Firenze

Il Napoli passa a Firenze in bello stile per 0-3 e chiude il girone d’andata a 44 punti e al primo posto in classifica in attesa dei vari recuperi. A causa delle assenze di Politano e Kvara, il reparto offensivo è rimaneggiato e Conte sceglie di schierare come esterno alto a sinistra Spinazzola, riportandolo agli inizi della sua carriera, per avere una maggiore copertura. La fase iniziale della partita è equilibrata e l’episodio chiave arriva a metà frazione: la progressione e il destro sotto la traversa di Neres rientrano a pieno diritto tra le opere d’arte prodotte a Firenze. Il brasiliano appare in uno stato di forma straripante e gli infortunati dovranno sudare per riprendersi spazio; questa competizione non potrà che giovare alla squadra perché tutti saranno spinti a dare il massimo. Continua anche l’ottimo momento di Meret, autore sullo 0-2 di un doppio intervento (non semplice) che ha evitato che la partita si riaprisse: sono parate che, come quelle di Genova, possono essere determinanti nell’arco di un campionato. Gli azzurri, oltre che sul campo, sono attivi anche sul mercato. Sembra in dirittura di arrivo lo scambio di prestiti con il Cagliari tra Scuffet e Caprile, mentre prosegue il tira e molla con la Juve per Danilo: il centrale è una priorità e la trattativa dovrebbe risolversi in un senso o nell’altro.

Figlia di Cutolo esalta il padre sui social: “Vorrei un amore come il loro”

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Camorra, figlia di Cutolo posta video sui social per esaltare la figura del padre ripreso in carcere e arrivano commenti osannanti il boss. Cittadini indignati segnalano video e post al deputato Borrelli (AVS): “Mentalità camorrista difficile da scardinare, apologia delle mafie sia punita in modo esemplare”

Denise Cutolo, figlia del boss dei boss Raffaele e di Immacolata Iacone, ha postato un video sui social con le immagini degli incontri dei genitori in carcere e la scritta ‘Vorrei un amore come quello dei miei genitori’. E’ bastato questo per dare il via a una lunga serie di commenti osannanti il boss sanguinario della nuova camorra organizzata: ‘Porti il nome di un grande uomo come tuo padre’, ‘sei numero uno come tuo padre’, ‘Un uomo con la U maiuscola’. Gli screen shot e il video sono stati segnalati al deputato di Alleanza Verdi Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, da sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e promotore di una proposta di legge per la punibilità dell’apologia delle mafie.

“Mi chiedo a quale tipo di amore possa far riferimento la figlia di un boss condannato a quattro ergastoli, che è stato sempre in carcere in regime di 41 bis per i numerosi omicidi di cui è stato ritenuto responsabile. La verità è che la mentalità camorrista è difficile da scardinare in alcuni contesti. Si nutre di simbolismi, riti, celebrazioni che cercano di rinsaldarne la presa sulle tante persone che vivono in contesti con forte presenza criminale. Proprio per questo mi batto da sempre contro questi simboli fatti di altarini, murales, canzoni neomelodiche, post sui social. Perché insieme al contrasto della criminalità da parte delle forze dell’ordine serve anche una forte spinta culturale che aiuti le persone a liberarsi dalla mentalità criminale che li opprime. Raffaele Cutolo è stato un boss sanguinario, che ha decretato la morte di centinaia di persone, alcune delle quali vittime innocenti. Ha scritto le pagine più buie di Napoli e della Campania. Pensare che ancora oggi ci siano persone che esprimano giudizi positivi fa rabbrividire ma non mi sorprende. In diversi quartieri della città e paesi dell’hinterland napoletano la presenza dei clan sul territorio continua a imporre la legge della violenza e della morte. Noi ci batteremo sempre contro la camorra e i suoi simboli. Ho anche presentato una proposta di legge per la punibilità dell’apologia delle mafie. Dobbiamo rispondere colpo su colpo ogni qual volta un rigurgito della cultura camorrista esca fuori, senza smettere mai di gridare la nostra indignazione per tutto il male che questo feroce criminale ha causato alla nostra comunità. La figlia di questi due genitori sciagurati è purtroppo l’ennesimo prodotto della propaganda dei clan”. Questo il duro commento di Borrelli.

https://www.facebook.com/francescoemilio.borrelli/videos/789574783358630

Somma, Cabaret e Tradizioni: Ciro Giustiniani e la Befana al Castello

Somma Vesuviana. Riceviamo e pubblichiamo: Questa sera, ore 20 e 30, a Somma Vesuviana il cabaret di Ciro Giustiniani, uno dei personaggi più noti della comicità campana, famoso per Made in Sud su Rai e La Domenica più tradizionale di Real Time tv. Lunedì 6 Gennaio, calze al Castello di Lucrezia D’Alagno. Sarà la Befana ad accogliere bimbi, famiglie e ragazzi con giocolieri e trampolieri!   Salvatore Di Sarno  –  Sindaco di Somma Vesuviana, nel napoletano: “Stasera, 4 Gennaio, il noto comico Ciro Giustiniani alle ore 20 e 30 al Teatro Summarte. Il 6 Gennaio alle ore 10 la Befana accoglierà tutti al Castello di Lucrezia D’Alagno”.   “Domenica 6 Gennaio, alle ore 10 sarà la Befana ad accogliere famiglie, bambini, ragazzi, nelle meravigliose sale del Castello di Lucrezia D’Alagno. Il maniero fu costruito dal Re Alfonso D’Aragona tra il 1456 e il 1458. In uno scenario unico ed anche molto panoramico, guardando alla Montagna e anche verso il Borgo Antico del Casamale, sarà la famosa vecchietta ad accompagnare all’interno del Castello dove sarà possibile entrare nella Casa di Babbo Natale. Tutti saranno accolti da giocolieri, trampolieri, da uno spettacolo di bolle e tanti altri giochi. Un grande momento di serenità per tutti. L’opportunità di visitare un monumento davvero bello e ricco di storia, mentre per i più piccoli ci saranno le calze. L’obiettivo è quello di creare occasioni di socialità”. Lo ha annunciato Salvatore Di Sarno, sindaco di Somma Vesuviana, nel napoletano. Sabato 4 Gennaio, alle ore 20 e 30, il gran cabaret di Ciro Giustiniani. “Stasera avremo uno dei personaggi più amati della comicità campana: Ciro Giustiniani. Un’artista conosciuto dal grande pubblico di Made in Sud, noto programma Rai ma anche di La domenica più tradizionale di Real Time. Un grande artista – ha continuato Di Sarno –  comico, noto anche per il programma Made In Italy sempre sulle reti Rai”. E ieri sera, al Teatro Summarte la performance della danzatrice Emanuela Futia accompagnata dall’arpa di Zena Rotundi. La Futia è stata allieva di Samir Ben Mokhtar e di Paolo Ladisa, ballerino e acrobata, ma anche di tanti altri maestri internazionali come la giapponese Yama Tsehotskaya o di Sherif Raway per le tecniche e le coreografie. La Futia ha preso parte a tanti grandi spettacoli ed eventi come La Notte della Tammorra, le Danze Antiche romane, Villaggio dei Popoli o ancora Roma illumina l’Infinito, solo per citarne alcune. M anche Napoli Art Invasion, Tratti d’Oriente, L’Arte di Sognare dell’Accademia belle arti di Napoli. Nel 2013 ha vinto la Dea per una notte. A seguire si esibito, in modo magistrale il Coro Gaetano Di Matteo che ha eseguito molteplici brani natalizi. Intanto al Borgo del Casamale, è possibile ammirare Luci in Fuga, versi che diventano luci, nell’ambito della progettualità che le associazioni Tramandars e Amici del Casamale, con il supporto di Fresè stanno portando avanti sul territorio. L’evento è inquadrato nel progetto ben più ampio “Art Summit – Vesuvio Contemporary Residency I edizione”. Gli artisti vengono ospitati nel Borgo e nel Borgo realizzano le proprie opere. Nel caso specifico di Luci in Fuga, l’artista Giotto Calendoli. Non solo Luci in Fuga, ma grazie alle associazioni Riti della Montagna e Festa delle Lucerne, tutti coloro i quali visiteranno il Borgo Antico, potranno ammirare luci e composizioni a Led che riproducono le tradizionali Lucerne. Nel Borgo anche Ombre di Luce dell’artista Mary Pappalardo e il Murales di Francisco Bosoletti.

Somma Trekking insieme ad altre associazioni per una escursione solidale ed inclusiva

Riceviamo e pubblichiamo dall’Associazione “Somma Trekking”   L’ Associazione Somma Trekking, affiliata alla Federazione Italiana Escursionismo, inizia l’attività escursionistica 2025 con una escursione solidale e inclusiva in collaborazione con  l’ Ass. Sa.Ma. di Brusciano, l’ Ass protezione civile C.O.P.S.U. di Pomigliano D ‘Arco,  la FIE Campania, la  Fie CAMMINIAMO TUTTI INSIEME. L’appuntamento è sul sentiero n 11 “Pineta di Terzigno ” domenica 5 gennaio  alle ore 10,00 Si tratta di un un progetto condiviso con persone di buona volontà che si occupano di disabilità motorie e psichiche in modo volontario ma con tante competenze . L’obiettivo è   regalare un sorriso,  un momento di gioia a tanti ragazzi e non meno fortunati . Saranno organizzati giochi  divertenti e ci saranno donate le  tradizionali calze della Befana. L’intento della associazioni è quello di far vivere una bella esperienza nella natura,  dare la possibilità di percorrere sentieri insieme per sentirsi liberi.  Il  progetto è stato condiviso  da  “CAMMINIAMO TUTTI INSIEME” della Federazione Italiana Escursionismo i cui associati sono  guide esperte e posseggono  attrezzature adeguate . “NON FARTELO RACCONTARE : VIENE A VEDERE CON I TUOI OCCHI E CON IL TUO CUORE.”

Arrestato all’uscita dalla salumeria dopo la rapina

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CASALNUOVO DI NAPOLI – Rapina una salumeria ma i carabinieri sono vicini. 27enne in manette I carabinieri della tenenza di casalnuovo di Napoli hanno arrestato per rapina Rocco Cimmino, 27enne di Cardito già noto alle forze dell’ordine. Ha minacciato un dipendente di una salumeria e, senza utilizzare armi, ha preteso l’incasso. Poi è fuggito. Nel frattempo il negoziante ha composto il 112. Una pattuglia era già in zona e Cimmino è stato visto fuggire col bottino. Bloccato prima che potesse dileguarsi, è finito in manette e poi in carcere. Restituito l’incasso.

Genitori picchiati per i soldi della droga, arrestato figlio: voleva bruciare casa

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SAN GIORGIO A CREMANO – Minaccia e pesta i genitori per droga. Carabinieri arrestano 26enne Ha minacciato di incendiare casa e poi ha picchiato padre e madre. Voleva denaro per acquistare droga e non accettava rifiuti. Stanchi di subire la sua tossicodipendenza, i genitori di un 26enne di San Giorgio a Cremano hanno chiesto aiuto ai carabinieri. Arrivati nell’appartamento, il giovane era evidentemente agitato, il padre dolorante ad una spalla per una scarica di pugni. Nonostante i militari della stazione locale fossero presenti, il 26enne non ha smesso di minacciare di morte i genitori. E’ così finito in manette, arrestato per maltrattamenti in famiglia e tentata estorsione. Ora è in carcere, in attesa di giudizio. Le vittime racconteranno anni di vessazioni mai denunciate.

Padre Antonio Vivoda, l’eremita del Monte Faito

Classe 1908, originario di Veglia, in Istria, l’eremita Padre Antonio Vivoda fu un personaggio straordinario, che tendeva spesso a stupire chi lo osservava. Negli anni ’50 del Novecento il culto per san Michele Arcangelo nel riedificato santuario sul Monte Faito fu incentivato grazie alla sua umile presenza. Intervista allo scrittore David Barra. Era vero un eremita, con sandali di cuoio e calzini di lana; anche il suo lungo saio era in lana ed il cappuccio bigio. La croce pettorale di legno di ciliegio era infilata al cingolo di corda ritorta a quattro capi e gli girava intorno alla vita. Aveva l’aspetto – come affermò in un suo articolo il giornalista del Mattino, Carlo Di Nannidi un corazziere di Einaudi, ma la lunga barba nera era degna di Assalonne, e i capelli più lunghi cadevano bruni e lucidi sulle forti spalle di questo figliolo dell’Istria, il quale aveva lasciato il bel tempio di Padova, dedicato al santo di cui porta il nome, e il suo ordine religioso dei minori conventuali per passare a quello dei camaldolesi e sconfinare nell’ascetismo puro degli eremitani. In gioventù fu compagno di studi di P. Massimiliano Kolbe, il martire di Auschwitz. David Barra, scrittore e blogger, nasce in provincia di Napoli nel 1982. Da anni collabora con diverse testate online. Nel 2018, insieme a Nicola Ventura, pubblica Maledetti ’70: Storie dimenticate degli anni di piombo e nel 2021 firma Borghesia violenta, i bravi ragazzi del terrorismo italiano, entrambi per Gog edizioni. Attualmente è co-amministratore del sito web www.spazio70.com e delle piattaforme social collegate al progetto. David ha fornito un contributo eccezionale sulla figura di questo eremita.
David Barra
David, cosa ci racconta di curioso su questa figura? “Era il 31 dicembre del 1950: un freddo pungente avvolgeva la vigilia del nuovo anno. Il Vesuvio, con il cratere imbiancato, si stagliava maestoso all’orizzonte, mentre un copioso manto di neve ricopriva l’intera catena dei Monti Lattari. Nelle eleganti stanze del Grand Hotel Monte Faito, a oltre mille metri di altitudine, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi osservava quel paesaggio irreale, lontano dal trambusto delle città sottostanti. Con la consorte e le figlie, il fondatore della Democrazia Cristiana aveva scelto di trascorrere il Capodanno in quella tranquilla località campana. Un ponte radio con Castellammare di Stabia garantiva, comunque, il contatto con Roma, permettendo la gestione degli affari di governo anche da questa oasi remota. La giornata era scandita da un ritmo insolito. Era di domenica, e come di consueto, la famiglia De Gasperi desiderava partecipare alla Santa Messa. Tuttavia, la tempesta di neve infuriava, rendendo impossibile raggiungere il nuovo Santuario di San Michele Arcangelo, recentemente consacrato, ma inaccessibile lungo quelle strade innevate. De Gasperi, uomo di profonda fede, accettò con serenità l’imprevisto, osservando dalla finestra il paesaggio avvolto dal turbinio del vento. In quel momento, però, una figura inaspettata emerse dalla tormenta. Avvolto in un umile saio di lana, un frate dalla lunga barba nera avanzò con passo lento, ma deciso, verso l’ingresso della struttura. Era proprio padre Antonio Vivoda. Il frate attraversò l’anticamera del Grand Hotel per offrire il conforto della fede: la Santa Messa, disse, sarà celebrata all’interno dell’albergo. Per i presenti fu un momento di grande emozione, un’occasione per sentirsi vicini a Dio anche nel cuore della tormenta”. Cosa rappresentò all’epoca la riedificazione del nuovo santuario sul Monte Faito? “La benedizione del nuovo tempio, avvenuta il 24 settembre del 1950, colmò un vuoto durato 88 anni, restituendo dignità e luce al Monte Faito, uno dei luoghi più antichi per il culto micaelico. Il nuovo santuario fu ricostruito in un punto diverso rispetto all’originale, in una postazione più comoda e accessibile per i fedeli. In questo processo di rinnovamento, il ruolo di Padre Antonio Vivoda fu cruciale. Fondato nel VI secolo a seguito di una visione mistica avuta dai santi eremiti Antonino di Sorrento e Catello di Castellammare, l’antico tempio di San Michele Arcangelo per secoli aveva vegliato sulla Penisola Sorrentina dalla più alta vetta dei Monti Lattari. Tuttavia, nel corso del tempo, l’edificio subì gravi danni, prevalentemente a causa delle intemperie ma anche per le numerose incursioni. Nel 1862, fu abbandonato definitivamente per via delle continue scorribande di briganti, che lo resero un luogo inaccessibile e pericoloso. L’antica statua di San Michele custodita nel tempio, venerata per i numerosi miracoli a essa attribuiti, fu trasferita nella Concattedrale di Castellammare di Stabia. Del santuario, nel corso dei primi decenni del XX secolo, rimasero solo macerie sparse”. Come visse padre Antonio quegli anni? Accanto a quei ruderi, Padre Antonio Vivoda si ritirò per anni in meditazione, vivendo in una capanna costruita con le sue mani, immerso nella solitudine delle montagne. Egli custodì con devozione la memoria del culto, fino al giorno in cui un incontro straordinario cambiò il destino di quel luogo. Il Cavaliere Amilcare Sciarretta, dipendente della Banca d’Italia, incontrò il frate tra quei resti diroccati. Diversi anni addietro, nel corso della Prima Guerra Mondiale, il cav. Sciarretta aveva avuto una visione mistica a seguito dello scoppio di una granata, in una trincea della Venezia Tridentina. Caduto per terra privo di sensi, vide dinnanzi a sé il Golfo di Napoli, mentre un Angelo dalla spada infuocata gli parlava con voce solenne, dicendogli: «Devi ricostruire il mio Tempio!»”.
Cav. Amilcare Sciarretta (foto tratta da Libero ricercatore)
Come si conobbero il cav. Sciarretta e padre Antonio? Sciarretta, infatti, fu fatto prigioniero dagli austriaci e internato in un campo di concentramento, dove rimase per trentun mesi; cessate le ostilità, nel 1921, come dicevamo, fu assunto dalla Banca d’Italia e nel 1928 fu trasferito a Napoli e, infine, nel 1932, a Castellammare di Stabia. Si trovava bene in quel piccolo centro campano, e sarebbe stato davvero felice se non l’avesse tormentato la nostalgia delle montagne molisane, come ci racconta il redattore Luciano Neri sul settimanale Settimo giorno, nell’edizione del 13 maggio 1954. Sciarretta incominciò dunque, aiutandosi con un bastone, a inerpicarsi sulla mulattiera. Dopo molte ore di cammino, giunto in cima al monte, vide i ruderi di una vecchia chiesa. E, vicino, un monaco che gli si venne incontro dicendogli: Sono padre Vivoda, l’eremita del Faito. Volete riposarvi nella mia capanna? Stanco morto, Sciarretta non rifiutò, beve una tazza di latte seduto accanto a un fuocherello e fece amicizia con l’eremita. Questo mio abito è ad imitazione di quello portato da San Catello, patrono di Castellammare – spiega l’eremita rispondendo ad uno sguardo del suo ospite incuriosito – San Catello fu il costruttore della chiesa della quale avete visto or ora i ruderi. Era dedicata a San Michele Arcangelo. Per poco Sciarretta non svenne. Con voce convulsa chiese che gli si raccontasse la storia della chiesa. Seppe così che durante il VI secolo dopo Cristo, Catello vescovo stabiese, andato sulla vetta del Faito – che allora si chiamava Aureo – ebbe in visione San Michele Arcangelo che gli ordinò di costruire lì, sulle rovine pagane di un tempio dedicato a Ercole, una chiesa in suo onore. Quale fu la reazione del cav. Sciarretta? “Ispirato dal racconto di Padre Antonio, Amilcare Sciarretta si fece carico della missione di restituire vita al santuario, diventando una figura chiave nella sua ricostruzione. Con passione e determinazione, organizzò iniziative per raccogliere fondi e materiali, coinvolgendo la comunità in un’impresa dal profondo significato spirituale. Tra le attività più emblematiche vi fu la scalata della pietra: un rito di devozione in cui i pellegrini, spinti dalla fede, trasportavano personalmente i mattoni necessari fino alla sommità del monte. Questo gesto simbolico non solo contribuì materialmente all’opera, ma divenne anche un potente atto di partecipazione collettiva, cementando un legame indissolubile tra la gente e quel luogo sacro.
On. Alcide de Gaspari
L’ on. De Gaspari riuscì, infine, ad entrare nel santuario? La mattina del 1° gennaio 1951, con la tempesta ormai alle spalle, la famiglia De Gasperi poté finalmente recarsi al rinnovato luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo. L’esperienza, carica di solennità e bellezza, segnò per loro un inizio d’anno all’insegna della fede e della speranza, sotto lo sguardo protettivo dell’Arcangelo, di Padre Antonio e delle cime imbiancate dei Monti Lattari.