LA CHIESA NON É UN SERBATOIO DI VOTI

Voci autorevoli del passato, come Don Tonino Bello e Luigi Sturzo, indicano la via alla politica e ai cattolici impegnati.
Di Don Aniello Tortora

È in atto, in questi giorni, un vero imbarbarimento “nella” e “della” politica. Nella compilazione delle liste dei concorrenti alle prossime elezioni regionali, provinciali e comunali stiamo assistendo ad una vera “compravendita” dei candidati, inferiore, per tornaconto, solo al calciomercato. Le segreterie dei partiti stanno “facendo la corte” a vecchi e a nuovi aspiranti, pur di assicurarsi voti. Per tantissimi, giocare in una squadra o in un”altra, fa lo stesso.

Basta solo salire sul carro vincente. Secondo lo schema clientelare-familista, caro al nostro meridione, tante famiglie candidano propri esponenti in tutti gli schieramenti così da assicurarsi, comunque vada, la spartizione della torta. Tutti invocano il cambiamento, ma si continua a “mettere vino nuovo in otri vecchi”, destinato, in tal modo, secondo il Vangelo, a “spaccarsi”.

Si sta, purtroppo, verificando quanto scriveva A. de Tocqueville, nella sua famosa opera “La democrazia in America”: “Quando la massa dei cittadini vuole occuparsi soltanto di affari privati, i più piccoli partiti non devono disperare di poter diventare padroni degli affari pubblici. Non è raro vedere allora sulla vasta scena del mondo, come avviene nei grandi teatri, una moltitudine rappresentata solo da alcuni uomini. Costoro soltanto parlano in nome di una folla assente o distratta; soltanto costoro agiscono in mezzo all”immobilità generale, dispongono a loro capriccio di ogni cosa, cambiano le leggi e tiranneggiano a loro piacere i costumi, e sorprende vedere quanto sia piccolo il numero di mani deboli e indegne nelle quali può cadere un grande popolo”.

Anche la Chiesa, che non può e non deve avere un proprio partito, davanti a questa degenerazione etico-sociale non può far finta di non vedere. È suo compito agire soprattutto nel pre-politico, attraverso la formazione delle coscienze.
Riporto qui, per ben capire il ruolo dei credenti in politica, un”intervista fatta a don Tonino Bello, che di pastorale sociale se ne intendeva, rilasciata il 27 febbraio 1987:

“Come vede la presenza dei cristiani nel sociale e nel politico?”
“Anzitutto, non solo sono convinto di quanto afferma la Gaudium et spes, che parla della politica come di “un”arte nobile e difficile”, ma condivido in pieno l”espressione di Paolo VI, il quale afferma che “la politica è una maniera esigente di vivere l”impegno cristiano al servizio degli altri”.
Penso, pertanto, che il credente, oggi più che mai, debba accettare il rischio della carità politica, sottoposta per sua natura alla lacerazione delle scelte difficili, alla fatica delle decisioni non da tutti comprese, al disturbo delle contraddizioni e delle conflittualità sistematiche, al margine sempre più largo dell”errore costantemente in agguato”.

“Il cristiano, in pratica, imbocca la Gerusalemme-Gerico; non disdegna di sporcarsi le mani; non passa oltre per paura di contaminarsi; non si prende i fatti suoi; non si rifugia nei suoi affari privati; non tira diritto per raggiungere il focolare domestico, o l”amore rassicurante della sposa, o la mistica solennità della sinagoga. Fa come fece il buon Samaritano, per il quale san Luca usa due verbi splendidi: “Ne ebbe compassione” e “gli si fece vicino”.
È un mestiere difficile, non c”è dubbio. Non solo perchè richiede la coscienza dell”autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua laicità. Ma anche perchè deve evitare la tentazione, sempre in agguato, dell”integralismo: diversamente si ridurrebbe il messaggio cristiano a una ideologia sociale”.

“In concreto, come si caratterizza l”azione politica del credente?”
“Il cristiano che fa politica deve avere non solo la compassione delle mani e del cuore, ma anche la compassione del cervello. Analizza in profondità le situazioni di malessere. Apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato. Non fa delle sofferenze della gente l”occasione per gestire i bisogni a scopo di potere. Paga di persona il prezzo di una solidarietà che diventa passione per l”uomo. Addita in termini planetari e senza paure, i focolai da cui partono le ingiustizie, le violenze, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Sicchè, man mano che il cristiano entra in politica, dovrebbe uscirne di pari passo la mentalità clientelare, il vassallaggio dei sistemi correntizi, la spartizione oscena del denaro pubblico, il fariseismo teso a scopi reconditi di dominio.
Utopie? Forse. Ma così a portata i mano, che possono finalmente diventare “carne e sangue sull”altare della vita””.

Don Luigi Sturzo, a questo proposito, diceva: “La missione del cattolico in ogni attività umana e politica è tutta impregnata di ideali superiori perchè in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l”economia arriva al furto e alla truffa”.
Mi aspetto proprio, da queste elezioni, che i “concorrenti candidati” (tantissimi, ahimè!) che si definiscono cattolici, di “qualsiasi squadra”, prendano sul serio questi insegnamenti, che non “sfruttino” la chiesa solo come serbatoio di voti e che mettano la loro missione politica davvero a servizio del bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN TEMA SCOTTANTE: IL SUICIDIO IN CARCERE

0

L”argomento è molto delicato, venuto alla ribalta nell”ultimo periodo perchè il fenomeno è diventato preoccupante.
Di Simona Carandente

Non è facile affrontare un tema delicato come questo, senza cadere nell”errore di limitarsi a riportare semplicemente dati, di matrice statistica, che rendano effettivamente l”idea delle dimensioni del fenomeno.
Dagli anni “90, fino ad oggi, questi non ha accennato a diminuire, raggiungendo invece dimensioni assolutamente preoccupanti per una società civile che si rispetti, con dei veri e propri picchi in determinate situazioni di allarme socio-penitenziario.

Il 93 % dei suicidi in carcere avviene, e il dato non sorprende affatto, nelle carceri sovraffollate. Il dato appare ancor più impressionante se si considera che, pacificamente, la stragrande maggioranza delle carceri esistenti sul territorio nazionale opera in condizioni di sovraffollamento.
Dalle statistiche emerge un altro dato: la propensione al suicidio è inversamente proporzionale alla speranza di rimessione in libertà. Più il detenuto è giovane, la posizione giuridica non particolarmente allarmante, maggiori sono i rischi che esso avvenga, nonostante la speranza di una rapido inserimento nella società civile.

Un dato che lascia pensare è quello relativo alla tipologia di detenuto che, nella stragrande maggior parte dei casi (38.3 %) mette fine alla propria esistenza: si tratta, difatti, dei detenuti in attesa di giudizio. Per gli altri, i cosiddetti “definitivi”, vi è una sorta di elaborazione del proprio vissuto penitenziario nonchè, verosimilmente, una sorta di adattamento all”ambiente stesso.
Non a caso, ben il 61% dei suicidi avviene entro il primo anno di detenzione e, contrariamente a quanto accade “fuori”, si uccidono soprattutto i giovani tra i 18 ed i 25 anni.

Le motivazioni non sono difficili da comprendere: il giovane, specie al suo primo ingresso in carcere, è assolutamente smarrito, confuso. Oltre all”impatto claustrofobico e alla perdita della libertà, il detenuto deve apprendere velocemente i codici di sopravvivenza, scontrandosi con un mondo fatto di regole, linguaggi, codici di comportamento e sovente anche gerarchie. Per cercare di arginare il problema, sarebbe auspicabile l”esistenza di un presidio carcerario dedito ai cd. nuovi giunti, del quale però a tutt”oggi, nonostante le parole, non vi è traccia in Italia.
Analogo problema è quello dei suicidi “annunciati”.

Tantissime morti, tra quelle denunciate negli anni scorsi e fino ad oggi, si sarebbero potute evitare attraverso una costante opera di monitoraggio del detenuto stesso, sovente già affetto da patologie psichiatriche ed in cura farmacologica.
Il problema dei suicidi all”interno del carcere investe, o almeno dovrebbe investire, l”intera società civile, quella dei “liberi”: difatti, un sistema detentivo che non riesce a restituire un individuo rieducato, consapevole della gravità del gesto commesso e orientato ad una sistema di vita lecito, è da considerarsi assolutamente fallimentare.

Non può non considerarsi, difatti, che lo scottante tema del suicidio sia proprio lo specchio del fallimento del sistema carcerario: se la pena venisse scontata in condizioni “normali”, senza trattamenti inumani o degradanti, con l”ausilio di tutte quelle strutture (educative, sociali, legali) che dovrebbero farne parte per dettato costituzionale, la stessa società ne trarrebbe giovamento, facendo si che realmente il soggetto detenuto, una volta uscito fuori dal carcere, possa costituire una risorsa e non un grave peso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

BOOM DI IMMIGRATI IN UN PAESE CHE APPARE RAZZISTA

0

La paura del “diverso” non è un”invenzione. Secondo un recente studio delle Regioni su xenofobia e razzismo, la metà dei giovani italiani sono razzisti e xenofobi, solo il 40% è più o meno aperto alle novità e alle nuove etnie presenti nel Paese…

La maggior parte delle città della parte ricca e industrializzata del nostro pianeta sono ormai abitate da una grande varietà di individui, in parte membri di gruppi provenienti da regioni e continenti molto lontani. Da ciò derivano difficoltà sociali: di lingua, di regole interetniche di convivenza, di rapporti economici e relazioni. La complessità delle questioni implicate può essere dimostrata con la nascita di nuovi termini per indicare questa realtà di mescolanza e incontro, come “multirazziale”, “multietnico” e “multiculturale”, che non sono, nè termini neutri, nè privi di connotazione: il primo, infatti, presuppone l”esistenza di “razze”, oggi del tutto messa in discussione, mentre gli altri due contengono il rischio di congelare l”esistenza di “etnie” e “culture” diverse, quasi incompatibili, non mescolabili e potenzialmente in conflitto.

Il nostro mondo, soprattutto, quello occidentale ama definirsi e professarsi democratico, egualitario, tollerante e liberale, ma il dilagante multiculturalismo e le nuove migrazioni, uno degli effetti del trionfo dell”economia-mondo e della cultura materiale e consumistica che essa diffonde, non hanno fatto altro che determinare, aumentare e far regnare la paura per chi, per lingua, razza, cultura, sesso, religione e origine è “diverso”.

Pressochè ovunque, nel mondo odierno, la realtà sociale è caratterizzata da forti mescolanze culturali, e in questo processo è determinante il ruolo svolto dalla diffusione dei mezzi di comunicazione accanto all”espansione dell”economia capitalistica. L”inserimento di nuovi gruppi nei contesti istituzionali dei paesi di accoglienza è stato però in genere difficile per problemi economici, mancanza di organizzazione e competizione per le risorse. Tale fenomeno ha creato situazioni nuove per molti stati europei, prima piuttosto omogenei dal punto di vista culturale, linguistico e storico, e ha suscitato reazioni diverse, che hanno oscillato dal rifiuto alla solidarietà. Sono gradualmente emerse politiche diverse per l”inserimento degli immigrati: dal modello dell”assimilazione a quello dell”integrazione e della differenziazione.

La politica dell”assimilazione presuppone che vi siano principi universali validi per tutti e rispecchiati nel sistema normativo del gruppo dominante nella società in cui i migranti vanno ad inserirsi.
Il modello dell”integrazione ha, invece, l”obiettivo di creare una comunità nazionale unita nell”accettazione di principi comuni e allo stesso tempo nel riconoscimento della possibilità ai gruppi immigrati di esprimere li loro tradizioni culturali, linguistiche e religiose.
Il modello della differenziazione, infine, implica il massimo riconoscimento delle differenze culturali delle comunità e la presenza di una serie di spazi di autonomia per la loro espressione e realizzazione, riducendo al minimo gli elementi condivisi dalla società politica nel suo complesso.

Dalle varie politiche sociali che gli stati hanno adottato emergono in definitiva, nelle loro linee generali, due orientamenti opposti, su cui si è concentrata anche la riflessione teorica: il multiculturalismo e l”universalismo. La prospettiva del “multiculturalismo” si fonda sul riconoscimento del valore positivo delle differenze culturali e considera il loro confronto come una risorsa significativa per ogni contesto istituzionale, per i gruppi istituzionali e per gli individui.

La prospettiva “universalista” difende invece l”universalità di alcuni principi fondamentali, che ritiene debbano fondare tutte le forme di convivenza sociale indipendentemente dall”appartenenza culturale dei singoli. Se questa posizione sostiene l”uguaglianza di tutti i cittadini e attribuisce loro gli stessi diritti, quella multiculturale sostiene il diritto alla differenza dei gruppi che compongono una società contro ogni imposizione del gruppo dominante e incoraggia la possibilità di esprimere liberamente culture e identità, sebbene in settori del sistema sociale che non mettano in discussione le istituzioni dello stato.

La tendenza a marcare “differenze” fra i gruppi, legata al bisogno fondamentale di identificarsi distinguendosi dagli altri, sta dando luogo ad allarmanti e incontrollate forme di discriminazione razziale, di conflitto etnico, di xenofobia e omofobia.

La stragrande maggioranza dei gruppi umani, infatti, tende anche all””etnocentrismo”, inteso come “concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono considerati e valutati in rapporto ad esso”. Questo sicuramente garantisce la coesione del gruppo e la sua solidità interna, ma crea, anche, come stiamo vedendo, aggressività, oppressione, rifiuto e violenza a carico degli altri ritenuti “diversi”, generando rapporti conflittuali proprio in nome delle differenze riconosciute, attraverso una costellazione di atteggiamenti che può essere considerata “razzismo“.

A volte, inconscia e repressa; altre, esplicita e violenta: in un modo o nell”altro, sempre, spaventosamente presente. Ci si guarda intorno e ci si accorge di essere immersi fino al collo in una realtà tremendamente ipocrita. “Razzista, io ? Non di certo!”, ci sentiamo ripetere da chi accenna, con celato orgoglio, ad un atteggiamento di disprezzo del “diverso”. Ci si illude di non esserlo, per reprimerne la sensazione, per sfuggire al giudizio severo di una società perbenista, eppure anch”essa nutrita di falsità.

C”è un disprezzo del “diverso” che risiede e irrompe nei tanti piccoli atti del nostro quotidiano, una forma di intolleranza inconscia, ma ugualmente pungente. Quella del XXI secolo è soprattutto una xenofobia che vive nel nostro linguaggio, nel modo di relazionarci con chi proviene da un”altra realtà. Ma non solo. C”è anche una paura dello straniero che porta ad agire al di fuori di ogni morale, con atti estremi, di sconvolgente crudeltà. In Italia, gli eventi degli ultimi giorni, sembrano essere diventati la voce altisonante di un razzismo che, in realtà, non è mai scomparso dalle coscienze. Sconvolti, o forse semplicemente straniati, ci troviamo di fronte ad episodi come quelli di ragazzi che “per scherzo” o “per noia” si divertono a dar fuoco ad immigrati, a manifestazioni e proteste apertamente razziste.

Ma cosa c”è dietro questa tremenda paura dell””altro” diverso da me? C”è un inesorabile e crescente senso di insicurezza, di inadeguatezza e d”incapacità ad accettare il nuovo, un senso, o meglio ancora, un complesso d”inferiorità che, spesso e volentieri, individua nello “straniero” l”origine principale degli sconvolgenti episodi di malavita, di violenza, aggressioni, criminalità e quant”altro caratterizzi la cronaca di questi ultimi anni, come se il male, fosse solo un”invenzione del “diverso” e della tolleranza dimostrata loro. Ma dietro tutto questo si nasconde, anche una miserevole, ignorante e malvagia incapacità a cogliere l”incredibile ricchezza che scaturisce dalla “diversità”.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

POST TANGENTOPOLI. L’ITALIA FLUTTUA

0

Gli anni “90 sono segnati dall”incertezza. I vecchi partiti scompaiono e sulla scena politica irrompe Forza Italia. Le nostre coste sono invase da migliaia di clandestini.
Di Ciro Raia

C”è in questo momento un vuoto della politica, dovuto alla disgregazione dei partiti. Le elezioni amministrative della primavera del 1993 decretano la vittoria di uomini, che nulla hanno a che vedere con le vecchie forze di governo. Il PSI scompare, così come il PLI ed il PSDI. La DC subisce un vero crollo, diminuendo i voti di oltre il 10%. Crescono soltanto il PDS (l”ex PCI, che ora si chiama Partito Democratico della Sinistra) –passato dalla segreteria di Achille Occhetto a quella di Massimo D”Alema-, la Lega Nord capeggiata da Umberto Bossi, il Partito della Rifondazione Comunista (nato da una scissione col vecchio PCI) di Fausto Bertinotti, la Rete di Leoluca Orlando.

Necessariamente il governo presieduto dal socialista Giuliano Amato, sostenuto dalla vecchia coalizione quadripartita DC-PSI-PSDI-PLI, è costretto a dimettersi. Alla guida del nuovo governo è chiamata, per la prima volta nella storia della Repubblica, una personalità indipendente, Carlo Azeglio Ciampi. Il nuovo primo ministro, superando le lungaggini burocratiche e le consultazioni dei partiti, in meno di 48 ore forma un governo ricco di personalità provenienti dal mondo della cultura, dell”università e dell”economia. È il cosiddetto governo tecnico, che tenta di sanare l”economia, di rilanciare la moneta italiana, di affrontare i problemi delle donne, dei giovani e quelli endemici del Mezzogiorno.

Nei vecchi partiti, come è immaginabile, regna una grande confusione. I vecchi notabili, intuendo di essere giunti al capolinea e di non essere più gli unici rappresentanti della realtà politica italiana, tentano con tutti i mezzi di prolungare la legislatura, che non ha più una vera maggioranza in Parlamento. Temono di non essere rieletti e, parecchi, di perdere l”immunità parlamentare, che, al momento, li preserva dal carcere. I vecchi notabili tentano anche di rinnovarsi, riciclandosi e tesserandosi in nuove formazioni politiche.

Il PSI, con la segreteria prima di Giorgio Benvenuto e, poi, di Ottaviano Del Turco, si disgrega e si disperde in vari gruppi e movimenti di diversa ispirazione.
La DC, dopo 50 anni, cambia nome e diventa Partito Popolare Italiano (PPI) con la segreteria prima di Mino Martinazzoli, poi, di Gerardo Bianco ed, infine di Franco Marini. Un gruppo di parlamentari democristiani fonda il Centro Cristiano Democratico (CCD). Una formazione trasversale, formata da gruppi laici e cattolici riformisti, fonda Alleanza Democratica (AD).
Umberto Bossi con la sua Lega Nord rivendica il federalismo; il MSI di Gianfranco Fini si propone con una nuova immagine e cambia il nome in Alleanza Nazionale (AN).

Preoccupato dall”avanzata del PDS e delle forze progressiste nelle elezioni amministrative, sostenendo che l”Italia ha bisogno di uomini efficienti per arginare il pericolo comunista, Silvio Berlusconi –magnate delle televisioni private- si propone alla guida politica del paese e fonda il partito di Forza Italia.
Agli inizi del 1994, il Presidente della Repubblica, Scalfaro, visto il perdurante disorientamento politico, scioglie le Camere ed indice nuove elezioni. Il risultato delle urne dà ragione a Berlusconi, che vince le elezioni e diventa presidente del Consiglio, con l”appoggio del partito di Fini e di quello di Bossi.

Ma la coalizione non dura a lungo. Dopo un interregno di un governo di tecnici, presieduto dal laico Lamberto Dini, subentrato al dimissionario Berlusconi, sono nuovamente sciolte le Camere.
Questa volta si fronteggiano due raggruppamenti: quello progressista, unito sotto il simbolo dell”Ulivo, con a capo Romano Prodi e quello moderato, comprendente le formazioni di centrodestra, sotto il simbolo del Polo delle Libertà, con a capo Silvio Berlusconi. La vittoria nelle elezioni della primavera del 1996 è dei partiti (PDS-PPI-Laici-Verdi-PRC) che sostengono Prodi, che diventa il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Alla scadenza del settennato di Oscar Luigi Scalfaro, nel maggio 1999, è eletto al Quirinale, con una larga maggioranza ed al primo scrutinio, Carlo Azeglio Ciampi.
Ora l”Italia è un paese che conta oltre 57 milioni di abitanti. Sostanzialmente è un paese di anziani. Sono diminuite le nascite ed è aumentata la durata media della vita. Ma è aumentata anche la mortalità dei giovani, la cui esistenza è minata dalla droga, dall”AIDS, dai numerosi incidenti automobilistici e da una lunga catena di suicidi (in media, quasi tre al giorno).

La disoccupazione resta una piaga endemica. Questa piaga colpisce, soprattutto, le popolazioni del Mezzogiorno, diventando praticamente esclusiva per i giovani. Ma altre piaghe si chiamano inquinamento, dissesto idrogeologico, criminalità, xenofobia, leghismo, emarginazione. Sembra che siano tornati i tempi delle navi per emigrare, ma con una novità: è l”Italia il paese in cui, legittimamente o clandestinamente, attraccano le imbarcazioni degli albanesi o dei ghanesi, dei capoverdiani o dei tunisini, che chiedono un posto di lavoro, un”occupazione per sfuggire alla miseria della propria parte. E, spesso, quell”occupazione è offerta (ed accettata) come manovalanza nell”esercito della delinquenza, dello spaccio della droga, della prostituzione.

Anche la cultura sembra attraversare un periodo di grande appiattimento. Dopo la morte, infatti, di personalità come Sciascia, Pasolini, Calvino, Moravia, pare che i luoghi deputati alla cultura siano solo i salotti televisivi, organizzati da conduttori e conduttrici molto contigui ai poteri politici. Quella stessa televisione che copre la giornata dell”italiano con 24 ore di trasmissioni su 24. Tra le reti nazionali e quelle private, c”è un vasto repertorio: notiziari, telenovele, pubblicità, film, megashow, cartoons, documentari. Forse, il deficit culturale deriva anche dallo scarso amore per la lettura.

A fronte, infatti, della pubblicazione dei quasi quarantamila libri annui, degli oltre centoventi quotidiani e dei quasi seicentocinquanta settimanali, gli Italiani leggono poco! Preferiscono seguire le imprese sportive degli idoli degli stadi o le vicende sentimentali degli interpreti delle telenovele. Nel 1997, però, il Nobel per la letteratura è assegnato a Dario Fo.

La delusione maggiore, poi, deriva dal mondo della formazione. Ancora moltissimi, infatti, sono gli abbandoni sia nella scuola di base che in quella superiore. Anche l”università, con un terzo di laureati rispetto agli immatricolati, si colloca ai posti più bassi tra tutti gli atenei europei. In effetti il deficit formativo dell”Italia è ancora abissale. Basta dare uno sguardo ai numeri: solo il 26% degli Italiani tra i 25 e i 64 anni completa un ciclo di istruzione secondaria, contro il 50% dei Francesi, il 64% degli Inglesi ed il 78% dei Tedeschi.

Sul piano della sanità diventa un problema sociale l”assistenza agli anziani multicronici ed ai disabili, due categorie spesso confinate nella solitudine e nell”emarginazione.
Il XXX Rapporto del Censis disegna, perciò, un paese che teme di affrontare i sacrifici richiesti dallo Stato, per stare a pieno titolo in Europa, in quanto non si sente garantito sul piano della previdenza, oltre che della sanità e della formazione. La domanda ricorrente pare che sia: quante rinunce sostenere, per essere, poi, “i cugini poveri” in Europa?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA PILLOLE DI “900

LA CAMORRA NON ESISTE. BASTA ESSERE OTTIMISTI:

0

La teoria esposta nel titolo è di un assessore della Regione Sicilia che, ovviamente, si riferisce alla mafia. Ma noi, che crediamo nella cicogna, siamo convinti che quel che vale per la mafia valga anche per la camorra.

Caro Direttore,
un mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene che io nella vita ho sbagliato tutto. Perchè, innanzitutto, non sono mai riuscito a capire in tempo dove soffiasse il vento (politico, si intende!); quindi, perchè ho insistito a fidarmi di persone di principio e di sani principi, ma lontani dal potere; infine, perchè sono stato sordo al richiamo (malia) del sangue e non gli sono mai stato di conforto nella sua dipendenza dai ruoli dominanti.

Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene anche –quando mi lascio coinvolgere, mio malgrado, nella discussione sugli ultimi fatti d”attualità- che le mediazioni ci sono sempre state e sono state sempre pagate, “sin dalla nascita del mondo, dal tempo dei Romani”. E sì, perchè, avendo egli frequentato una buona scuola (è anche laureato), è certo di poter affermare che il mondo nasce con la storia di Roma, si sviluppa nel medioevo ed arriva ai giorni nostri. Tra poco, forse, mi convincerò di questa scansione temporale della storia.

E non solo per come questa materia si insegna a scuola; ma perchè, ormai, tutti, ma proprio tutti, son convinti di poter presentare le loro sintesi storiche e su di esse intendono anche ragionare. Così che un altro mio carissimo amico, volendomi spiegare la storia della musica popolare, mi istruisce sempre sulle origini nell”antica Grecia, che passano attraverso i Borbone (ma egli dice, ovviamente, Borboni) ed arrivano sino a giorni nostri. Non c”è bisogno, purtroppo, dei tagli della Gelmini, per far diventare le persone dei bignami viventi!

Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, ha avuto un passato politico da democristiano, anche se i suoi genitori avevano marcate simpatie monarchiche, dopo averne avute anche mussoliniane. Si è lasciato, quindi, ammaliare dalle sirene di un granitico partito comunista. Guai, a quel tempo, ad affrontare l”argomento “destra”! Per lui esisteva solo ed unicamente la “sinistra”. Poi, dopo la diaspora comunista seguita alla caduta del Muro di Berlino, si è ritagliato una nicchia nel club dei “compagni pentiti”, che migrarono, piano piano, verso l”allora astro nascente della nuova destra, il cavaliere Berlusconi.

Al primo accenno di tentennamento dell”onnipotenza di Arcore, si è avvicinato (indeciso sulle sorti del Pd) a una piccola formazione inchiavardata nel centro di un cosiddetto “centro-sinistra”. Oggi, a conclusione delle sue sofferte scelte, esibisce i galloni di capitano di ventura nella destra di un cosiddetto “centro-destra”.
“Io saluto con deferenza ogni giorno personaggi di questa città che sono affiliati a cosche segrete e occupano posizioni di grande rilievo nell”amministrazione dello Stato. Ho lavorato con un questore che era incaricato del traffico di stupefacenti e che apparteneva all”organizzazione del grande spaccio. E non credere che ne facesse un mistero eccessivo o si sentisse male se a guardarlo c”era qualcuno come me che lo sapeva”. (Vittorino Andreoli, “Il Corruttore”, Rizzoli, 2009).

Caro Direttore, quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, è una persona rispettata e onorata; per lui si aprono le porte e i gabinetti (ministeriali). Giustificò, diciotto anni fa, Mario Chiesa; ha giustificato, negli anni, i tanti altri Mario Chiesa (lombardi, campani, vesuviani); oggi, assolve, come ovvio, gli innumerevoli Mirko Pennisi (lombardi, campani, vesuviani), per assolvere sè stesso!
Intanto, se si prescinde dalla capa tosta di quanti la pensano diversamente (io, fra questi) e, perciò, non hanno cittadinanza in questo paese o, comunque, sono esclusi dal suo futuro, una ragione della maledizione che incombe sulla nostra terra ci deve pure essere.

E, finalmente, qualcuno sembra sia riuscito anche ad individuare l”origine di questa calamità. Il professore universitario Mario Centorrino, iscritto al Pd e assessore alla Formazione della Regione Sicilia, agli Stati Generali dell”Autonomia (fonte Ansa del 13 febbraio 2010), ha svelato l”antidoto perchè la sfortunata isola si possa sottrarre al maleficio di una contaminazione mafiosa ed al luogo comune della malapolitica: “Non leggete più Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia; portano sfiga; nei confronti della Sicilia c”è bisogno solo di ottimismo!”.

Caro Direttore, mi obietterai che la madre degli ignoranti (come quella dei furbi o degli imbecilli) è sempre incinta. Però, se all”analisi-Centorrino “socio-letteraria” arridesse il successo, avremmo trovato –per analogia- l”origine dei veri mali della Campania.
E non sarebbe sorprendente se un politico delle nostre parti – magari anche quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione- innalzasse un inno all”ottimismo e invocasse l”ostracismo per, che so, Ferrandino, Compagnone, Ortese (tanto per citarne alcuni).

Immagina quanto sfortuna abbia potuto portare alla “Campania infelix” Ermenegildo Coppola, capo delle supplicanti di San Gennaro, (G. Ferrandino, “Pericle il nero”, Adelphi, 1998); oppure Arturo Licastro, che quando ritorna dal suo lavoro notturno e fa per aprire il portone di casa, alcuni suoi nemici gli piombano addosso e infuriano a morte con mazze d”acciaio, catene e pugni di ferro, (L. Compagnone, “Città di mare con abitanti”, Rusconi, 1973); o anche Anastasia Finizio, la figlia di uno dei primi parrucchieri di Chiaia, da sempre invaghita, invano, di Antonio Laurano (A.M. Ortese, “Il mare non bagna Napoli”, Vallecchi, 1967).

Ma così vanno le cose, purtroppo. Le uniche passioni condivise in questo nostro paese sembrano essere quelle dell”assurdo, dell”illogico, dell”irrazionale. Passioni che, spesso, diventano addirittura virtù e non sono nemmeno vietate dalla legge. Anche se, come si dice? “Quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor” (Il pudore spesso vieta che si faccia ciò che la legge non proibisce).
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

PER FARE LA RIVOLUZIONE IN CAMPANIA

0

Le recenti vicende che riguardano Bertolaso accendono un faro anche sulla politica campana. Qui, la vera rivoluzione è affermare il legame indissolubile tra legalità, trasparenza, efficacia ed efficienza dell”azione politica e amministrativa.

Le recenti vicende che hanno riguardato Bertolaso, la Protezione civile, gli interventi straordinari a L”Aquila e a La Maddalena, hanno riacceso un dibattito che sembrava superato da anni sul rapporto tra legalità ed efficienza. Molti sono infatti i sostenitori della tesi che, per un amministratore pubblico, il raggiungimento di risultati rapidi e, quindi, la dimostrazione di capacità di governo e di efficienza amministrativa, sia molto più importante del rispetto di regole burocratiche -i famosi lacci e lacciuoli- che ritardano la soluzione dei problemi e, in aggiunta, non sono comprensibili dai cittadini e quindi dagli elettori.

Negli ultimi anni, proprio in virtù della tesi del primato dell”efficienza e dei risultati, rispetto alla rigida osservanza di regole e di procedure con funzione di controllo della legalità e della trasparenza, si sono privilegiati i poteri commissariali, anche a favore di Sindaci e presidenti di Provincie e di Regioni.

In pratica, quando un problema presentava i caratteri dell”emergenza da risolvere rapidamente, fossero i rifiuti, il traffico, le periferie, il rischio di fallimento di un teatro lirico, la realizzazione in tempi rapidi di interventi per rendere possibile una manifestazione internazionale, o si individuava un soggetto cui attribuire poteri che consentissero la velocizzazione di tutte le procedure, comprese quelle relative a gare ed appalti, ma in particolare il superamento di autorizzazioni, come quelle ambientali e urbanistiche, che richiedevano il parere favorevole di più soggetti e, quindi, tempi non brevi per il raggiungimento di un accordo, o si attribuivano questi poteri al pubblico amministratore già titolare del problema e della sua soluzione.

A parte il fatto che, spesso, in particolare in Campania e nel Mezzogiorno, le strutture commissariali invece di essere la soluzione più rapida del problema sono diventate esse stesse un problema per ragioni legate alla loro struttura operativa e alla necessità di consolidare e perpetuare un approccio fondato su rapporti discrezionali e privi di trasparenza, il ricorso ai poteri commissariali è diventata la regola, nelle amministrazioni interessate, non per raggiungere più rapidamente i risultati ma, unicamente, per superare i vincoli amministrativi e procedurali della legislazione ordinaria, soprattutto in materia di appalti, gare, forniture, consulenze e incarichi.

Legalità ed efficienza non sono, in realtà, nè in contrasto nè inconciliabili. Gli esempi di come si possano coniugare rispetto delle regole e delle procedure e raggiungimento dei risultati in termini di efficienza e di efficacia potrebbero essere tanti, a cominciare da quelli che mi hanno visto direttamente impegnato come amministratore sia al Comune che alla Provincia di Napoli. Il problema vero è che, per troppi amministratori, l”importante non è dare rapidamente soluzione a problemi della collettività, ma piuttosto quello di trovare l”escamotage che consenta l”aggiramento o il superamento delle normative esistenti.

L”esempio delle società miste è quello più macroscopico: in presenza di una normativa che vietava assunzioni nella pubblica amministrazione, la si è aggirata con assunzioni affidate ad un soggetto privato e costi scaricati, in vario modo, sulla pubblica amministrazione.
Un modello di gestione della cosa pubblica che è chiaramente insostenibile dal punto di vista dei costi, come dimostra l”esplosione dei deficit in tutti i Comuni, ma è anche perverso perchè tende a valorizzare, anche presso gli elettori, oltre che presso gli imprenditori e i professionisti che vivono di rapporti inconfessabili, gli amministratori che della ricerca degli escamotages, dei sotterfugi, della discrezionalità fanno la loro forza e il loro modo di fare politica.

La vera rivoluzione, in Campania, sarebbe quella di affermare, a cominciare dai candidati alla presidenza della Regione, e poi praticare, il legame indissolubile tra legalità, trasparenza, efficienza ed efficacia.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

I REQUISITI MINIMI DI LEGALITÁ IN UNO STATO DEBOLE

Il potere politico deve rispettare alcune condizioni per promuovere ed educare alla Legalità. La Chiesa da tempo denuncia il mancato rispetto dei requisiti minimi. Il ruolo dei credenti.
Di Don Aniello Tortora

Stiamo assistendo in questi giorni (ove ve ne fosse stato ancora bisogno!) ad un vero regresso etico nella “cosa pubblica”. Non voglio entrare nel merito della questione-Bertolaso (sarà compito della Magistratura perseguire la verità dei fatti), ma il quadro socio-politico che ne viene fuori è veramente inquietante. Se tutto quello che si legge sui giornali corrisponde a verità, corruzione e illegalità diffusa “feriscono”, ancora una volta, inesorabilmente, l”agire politico-sociale.

Tutto questo non può non interpellare i cristiani, oggi, come sempre. La Chiesa ha affrontato il tema della legalità in alcune storiche occasioni, soprattutto negli anni novanta, in piena tangentopoli. Il 10 novembre 1990, a Napoli, Papa Giovanni Paolo II affermò: “Non c”è chi non veda l”urgenza di un grande recupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì, urge un recupero di legalità!”. Le parole profetiche del Papa furono subito raccolte dalla Conferenza dei Vescovi italiani, che emanò il 4 ottobre 1991 una nota pastorale intitolata “Educare alla legalità – Per una cultura della legalità nel nostro Paese”.

In quel documento la Chiesa italiana metteva in risalto come la caduta del senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani è fattore che mette a rischio la giustizia e la pace nel nostro Paese. Quanta attualità in quel messaggio! Ma cos”è la legalità? Essendo l”uomo destinato a vivere in una società, è indispensabile che la vita sociale sia regolata da leggi (secondo l”antico brocardo: ubi societas ibi ius): se tali regole mancano oppure se non sono rispettate, la forza prevale sulla giustizia. La legalità viene perciò definita come il rispetto e la pratica delle leggi e viene considerata condizione fondamentale perchè vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.

Dunque ed infine, se cade il senso di legalità, ciò può essere dovuto a due fattori fondamentali:
– il modo di gestire il potere e di formulare le leggi;
– il modificato senso di solidarietà tra gli uomini e la loro moralità.

Cosa deve fare il potere politico per promuovere un autentico senso di legalità, per educare alla legalità? Deve, secondo la Chiesa, assicurare il rispetto di alcune condizioni:
– l”esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo antepongano il bene comune agli interessi particolari;
– la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
– la stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;
– l”applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono.

Nella società del 1991 la Chiesa denunciò il difetto di questi requisiti minimi, evidenziando in particolare che:
– lo Stato è divenuto sempre più debole: affiora l”immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio;
– le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto.

Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e di ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce nè forza;
– le violazioni della legge non hanno spesso un”effettiva sanzione o perchè sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perchè le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito. Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l”opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge.

C”è da chiedersi, dunque, se oggi, nel 2010 sia cambiato qualcosa con riferimento all”esistenza delle condizioni minime appena menzionate. Il tema è di scottante attualità ed è continuamente e abbondantemente dibattuto. Se dunque oggi, nel 2010, nulla è cambiato rispetto al 1991, urge recuperare la necessità che siano i cittadini stessi, ed in primis i cristiani, a formarsi una coscienza attenta al rispetto della legge. In altre parole, il rispetto della legge deve oggi più che mai essere assicurato da un”opera di educazione svolta dalle nostre comunità, dalla base.

Di fronte all”eclissi della legalità è necessario promuovere moralità e legalità, la prima intesa come “libera accoglienza interiore ed esteriore di ogni giusta norma” e la seconda quale “comportamento in linea con la normativa vigente, qualunque essa sia”. È necessario tener presente quanto diceva il Concilio Vaticano II sul punto: “Sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell”uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali” (Gaudium et spes n. 30). Insomma, ai credenti è chiesto di farsi all”interno dell”attuale società coscienza critica e testimonianza concreta del vero senso della legalità.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN FENOMENO IN AUMENTO: IL MINORE CHE COMMETTE REATO

0

Il malessere giovanile staziona nella nostra società e spesso esula dalla provenienza socio-culturale del minore. Nel nostro Ordinamento il processo al minore ha un rito diverso rispetto a quello ordinario.
Di Simona Carandente

Le statistiche parlano chiaro: sono sempre più i soggetti minorenni che, da soli o più spesso in gruppo, sono dediti alla commissione di reati.
Secondo recenti studi è in aumento il numero di minori rei di spaccio di sostanze stupefacenti, rapine a mano armata, violenza sessuale di gruppo o “semplici” furti, spesso in gruppi numerosi ed in danno di soggetti deboli, perlopiù coetanei o compagni di scuola.

Sarebbe troppo semplicistico poter analizzare, in questa sede, le cause del malessere giovanile che imperversa nella nostra società, e che sovente esula dalla stessa provenienza socio-culturale del soggetto minore, raggiungendo forse picchi particolarmente elevati solo nel caso di minori extracomunitari, privi di una reale guida e spesso completamente allo sbando.
Il nostro ordinamento positivo, nella consapevolezza di dover differenziare il trattamento processuale da destinare al minore, regola attraverso la legge n.448 del 1988 l”intero impianto normativo dedicato al processo a carico di imputati minorenni, con delle previsioni che differenziano tale rito rispetto a quello ordinario.

Innanzitutto, è previsto che il processo venga trattato da giudici altamente specializzati in materia, con presenza di componenti privati onorari, in modo da poter garantire non solo la legalità della procedura, ma soprattutto la multidisciplinarietà delle valutazioni sulla personalità del minore. Analoga specializzazione è prevista per il Pubblico Ministero, per le sezioni di Polizia Giudiziaria e per i difensori da destinare alla difesa di ufficio.
Anche per quel che concerne le misure cautelari personali, la scelta di quella in concreto applicabile prevede, nel processo minorile, un differenziato novero di opzioni: a parte quella estremamente afflittiva, ovvero la custodia cautelare in carcere, differenti sono le risposte del sistema di fronte al minore che delinque.

Al minore, ad esempio, possono essere impartite delle prescrizioni con affidamento ai servizi sociali, obbligando lo stesso a tenere i comportamenti imposti dal giudice; può essere ordinato di permanere in casa per un dato periodo di tempo, con limiti analoghi a quelli previsti in regime di arresti domiciliari; può essere altresì imposto il collocamento in comunità, in un”ottica di recupero lontano dagli ambienti criminali.
Nel processo minorile, volto comunque a restituire alla comunità civile un minore “rieducato” e cosciente del disvalore sociale di quanto commesso, rivestono un ruolo fondamentale non solo i servizi sociali, chiamati a monitorare l”intero percorso del minore stesso, ma anche i genitori, destinatari di molti dei provvedimenti emanati dell”autorità giudiziaria.

Alcuni procedimenti speciali, quali il cd. patteggiamento, il procedimento per decreto e l”oblazione rimangono preclusi nel procedimento a carico di imputati minorenni: questi difatti, precludendo ogni accertamento in merito alla personalità del minore, ritenuto peraltro non pienamente maturo, sarebbero incompatibili con le stesse finalità del processo.
Istituto peculiare del processo penale minorile è inoltre il perdono giudiziale: si tratta di una causa di estinzione del reato che trova applicazione, pressochè esclusivamente, nei confronti del minore che delinqua in misura sporadica ed eccezionale, sul presupposto che questi si asterrà in futuro dal commettere altri reati. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

NEL MONDO DELLE “DIVERSE ABILITÁ”

0

Non è affatto vero che i giovani sono insensibili nei confronti di chi ha “diverse abilità”. Come sempre succede, per capire l”altro occorre un intervento serio e intenzionale. In questo, la Scuola è insostituibile.
Di Annamaria Franzoni

Lo scorso Mercoledì, nel laboratorio di Scuole Aperte al Mercalli, ci siamo lasciati con il gioco, a metà strada tra una sorta di role-playing ed un dibattito, svolto dalle operatrici del C.I.S.S. (Cooperazione Internazionale Sud Sud).
Le dott.sse Alessia Agrippa e Tilde Molaro, infatti, attraverso un”attività dinamica e partecipativa, hanno fornito ai nostri allievi semplici strumenti per rapportarsi in modo equilibrato e responsabile con le diversità.Il gioco proposto ha aiutato i partecipanti a far emergere stereotipi, preconcetti e pregiudizi che talvolta ci impediscono di incontrare realmente l”altro.

Durante l”incontro di questa settimana sono partita proprio da quei dubbi, da quegli interrogativi e da quelle incertezze per stimolare una riflessione collettiva ed individuale sul tema del pregiudizio e della discriminazione legata alla diversità fisica o meglio alla “diversa abilità” nel corso del laboratorio di riflessione che ha fatto seguito alla visione del film “Rosso come il cielo” di Cristiano Bortone (2005, ITA) .
Il film è ambientato negli anni “70 e racconta la storia di Mirco Mencacci, un bambino appassionato di cinema, che per un fatale incidente perde la vista, ma non la sua passione per il cinema, tanto che, nonostante le avversità dei tempi a ricevere un”istruzione adeguata, riuscirà a diventare uno dei più rinomati esperti del settore del cinema italiano.

Mentre scorrevano i titoli di coda e le emozioni dei giovani spettatori erano elevatissime, li ho invitati a restare un po” al buio e, dopo essersi disposti in posizione di circle time , a chiudere gli occhi. Intanto potevano sperimentate la loro capacità tattile passandosi di mano in mano tavolette braille, schede didattiche per bambini non vedenti , un sillabario braille e altri materiali di lettura , scrittura , disegni a rilievo.

Quando abbiamo acceso le luci abbiamo tirato fuori le emozioni più belle , legate a mondi ignorati e sconosciuti: è emerso principalmente che il non vedente non è un cieco, ma una “persona” con abilità diverse; anzi , testualmente , “non è lui ad essere diverso”, ed ancora è stato sottolineato che questa storia ci insegna quanto sia in dispensabile lasciare all”educando la libertà di comunicare nel modo in cui egli ritiene giusto.
Sulle foglie dell”abituale Albero delle emozioni, intanto, prevalevano la tenerezza, il dolore la rabbia, la speranza, il dispiacere, ma come sempre la speranza!

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

“DIGITAL NATIVES” E “DIGITAL IMMIGRANTS”

0

La mutazione antropologica dei nostri giovani comporta che la scuola dovrebbe andare a: scuola. Prosegue il dibattito semivero su quale lingua italiana insegnare ai giovani.
Di Giovanni Ariola

“Ma vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad una mutazione antropologica. È cambiata la forma mentis dei nostri ragazzi che sono stati definiti digital natives”.
Con queste parole terminava il dialogo di 15 giorni fa. Lo riprendiamo da dove ci siamo fermati: il digital natives (IL DIALOGO PRECEDENTE).

La solita anglomania – lo interrompe visibilmente infastidito e con una punta di lieve sarcasmo il prof. Eligio – chi sarebbero questi digital natives?
Così definisce lo scrittore americano Marc Prensky (New York, 1946), in un suo articolo del 2001, i ragazzi di quest”ultima generazione che sono nati e cresciuti nel nuovo contesto tecnologico e che hanno avuto, tra i primi giocattoli, cellulari e telecomandi, e che usano con facilità e naturalezza tutti gli strumenti tecnologici che hanno invaso le nostre case in questi ultimi venti trent”anni, dalla playstation e dai videogiochi al computer, ad internet, ai telefoni cellulari con la relativa messaggistica, all” MP3 ecc.
Ormai tutti o quasi tutti hanno imparato ad usarli questi strumenti: – osserva ironico il prof. Eligio.

C” è una profonda differenza – ribatte convinto il prof. Piermario – tra le nuove generazioni, i digital natives appunto, e quelle precedenti, che il Presky chiama digital immigrants, ossia immigranti nel mondo digitale, e nel dire precedenti non mi riferisco soltanto a lei e al prof. Carlo qui presente, ma anche alla generazione nostra, mia e di Michele, dicevo che è cambiata la forma mentis dei nati tra la fine del secondo millennio e l”inizio del terzo. Voglio leggervi un passo da questa rivista che ho trovato nella scuola dove insegno:

“Secondo l”approccio psico-tecnico di Derrik de Derckhove, erede intellettuale di Marshall McLuhan, le tecnologie di elaborazione delle informazioni “configurerebbero” i nostri emisferi celebrali delineando sostanziali modifiche neuronali, fisiologiche, cognitive e creando le cornici che circoscrivono le modalità con cui intendiamo il mondo e reagiamo ad esso. La frattura tra genitori e figli non sarebbe perciò soltanto culturale, ossia relativa alla comunicazione e condivisione dei valori, ma anche cognitiva, psicologica ed emotiva, il che spiegherebbe la distanza e la disaffezione degli studenti di oggi per la trasmissione alfabetica del sapere. Infatti, nel tempo libero e nei diversi contesti della vita sociale essi interagiscono senza sforzo con i nuovi media e le odierne tecnologie, ma in aula sono annoiati e demotivati dall”approccio “libresco”, preferito invece dai “nativi analogici” che transitano nella società informazionale da migrantes”. (Filippo Cancellieri, “Nativi digitali: tra mito e realtà”, in “Dirigere la scuola”, A. 9, n. 12, 2009, p. 7).

Insomma noi ci siamo adattati alla nuova strumentazione della comunicazione elettronica ma conserviamo la forma mentis della precedente educazione alfabetica.
Il pericolo anche abbastanza serio è che ci si convinca che la nuova strumentazione tecnologica sia la panacea dei mali che affliggono la scuola, non solo ma che su questa base si fondi un atteggiamento che incoraggi i ragazzi ad abbandonare la lettura del libro – osserva ancora, stavolta con tono serio e preoccupato il prof. Eligio.
Il rischio maggiore – interviene il dottorino – è, secondo me,che possa verificarsi nel ragazzo una web-dipendenza:

Sono rischi reali e l”autore dell”articolo che ho citato poco fa li sottolinea ma lo stesso avverte, citando le parole di F.Pedrò, responsabile del progetto “New Millennium Learners”, che nella scuola dobbiamo sentire il “dovere di attrezzarci per conoscere quello che sta avvenendo nell”universo giovanile. Se non capiamo i ragazzi e il loro mondo non riusciremo in alcun modo ad educarli. Non basta :aggiungere nuovi linguaggi modernizzanti a quelli verbali e iconici della tradizione didattica pre-digitale:vanno esplorate le possibilità cognitive degli strumenti ipermediali:integrando la logica sequenziale con quella simultanea e reticolare”. (Ib. p. 9)

Sono pienamente d”accordo – interviene il prof. Carlo, rimasto in silenzio ma nel contempo in ascolto attento – con quest”ultima affermazione anche se condivido le preoccupazioni espresse da Eligio e da Michele. Sono tuttavia molto fiducioso che si troverà una soluzione e si sceglierà il percorso giusto da seguire. So che numerosi studiosi, pedagogisti ed esperti delle varie scienze dell”educazione continuano tenaci, nonostante le condizioni avverse in cui viviamo, il loro lavoro di ricerca e forniranno indicazioni preziose.

Bisogna riflettere anche sulla proposta dello studioso di cui parlavo prima, di Marc Prensky, che ha scritto in proposito due libri molto interessanti, l”uno nel 2006: “Dont bother me, mom. I”m learning: How computer and videogames are preparing your kids for twenty first century success“, tradotto in Italia dalla casa editrice Multiplayer nel 2008 con il titolo “Non mi rompere, mamma. Sto imparando“, un altro: “Digital game – based Learning“, pubblicato nel 2007 e non ancora tradotto in Italia. La proposta dello studioso statunitense, provocatoria ma significativa, è quella di strutturare l”apprendimento fondandolo sui giochi che utilizzino tutte le tecnologie multimediali e che siano capaci di incontrare gli interessi dei ragazzi e di motivarli al raggiungimento delle mete formative.

Ritengo sbagliato – osserva scettico il prof. Eligio – questo comportamento da parte degli adulti, eccessivamente protettivo e impegnato ad assecondare e soddisfare i desideri dei ragazzi piuttosto che ad educarli all”osservanza dei loro doveri. Risultato? Io vedo nella maggior parte dei giovani di oggi e ancora di più in quelli di domani, che qualcuno ha a ragione definito “bamboccioni”, i nuovi marchesini Eufemio, cresciuti nella bambagia e spesso ignoranti.
Ah, ah! Il marchesino del grande Giuseppe Gioachino Belli “:con ferma voce e signoril coraggio – cita il prof. Carlo – senza libri provò che paggio e maggio/ scrivonsi con due g come cugino”.
“E finalmente il marchesino Eufemio –
continua il prof Eligio con tono alquanto stentoreo – latinizzando esercito distrutto,/ disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.

No, per favore, – sbotta il prof. Piermario, visibilmente indignato, come si evince dal colore rosso del suo viso – non è più tempo di latinorum e di stereotipi postmodernisti. È vero, i ragazzi vanno svegliati se dormono o, se non dormono già, fare di tutto per tenerli svegli. Ma noi adulti dobbiamo fare la nostra parte. Resistere contro le forze retrive, conservatrici, anacronistiche. Io continuerò a litigare con i miei colleghi perchè prendano coscienza dei tempi nuovi che stiamo vivendo e diventino essi stessi artefici di svecchiamento senza aspettare che le riforme piovano dall”alto, specialmente quando dall”alto piovono proposte risibili che di riforme hanno, per pura e riprovevole millanteria, solo il nome.