È uscito nelle sale il nuovo film di Parenti che si ispira alla storica saga di >Amici miei. E scoppia il dibattito tra chi si indigna per il modo in cui è stato usato il nome di un classico del nostro cinema e chi si mostra più flessibile:
Una premessa è d’obbligo: chi scrive non ha visto e non ha intenzione di andare a vedere il film di Parenti nelle sale dal 16 marzo, prequel di una saga che – cominciata nel 1975 con Amici miei diretto da Monicelli – risulta un punto di svolta dell’ultimo periodo della commedia all’italiana, genere del quale rappresenta uno degli episodi più maturi. E lo è nella misura in cui è riuscito a penetrare nel costume italiano, introducendo espressioni e comportamenti che occupano da allora un posto speciale nell’immaginario collettivo.
Questo è uno di quei casi nei quali avere dei preconcetti può rivelarsi cosa buona e giusta. I motivi del rifiuto sono essenzialmente due: non si può prendere in prestito, a cuor leggero, il nome di un cult e, soprattutto, non si può stravolgerne il senso, maltrattarlo e ridicolizzarlo.
I miti vanno ascoltati, osservati. Sono eterni perché non smettono mai di avere qualcosa da dire. Assecondare chi li tira giù dall’Olimpo per farne un frullato e “attualizzarli” dovrebbe essere considerato, nella maggior parte dei casi, un crimine contro l’umanità.
D’altronde le categorie dei prequel/sequel e dei remake, al cinema, sono tradizionalmente dei campi minati.
Il remake è un’operazione sempre complessa. Occorre rileggere il film di riferimento con personalità, affinché l’operazione possa avere un senso, ma senza stravolgere l’originale. Si tratta di un equilibrio difficile da raggiungere; un buon remake dovrebbe conservare il significato e la struttura del film di partenza, ma riproporlo con un linguaggio diverso che identifichi il regista. Molti autori, anche importanti, sono inciampati nella trappola del remake: da Solaris di Soderbergh (riproposizione riuscita a metà del capolavoro della fantascienza del russo Tarkovskij) a Ladykillers dei Coen (dal classico La signora omicidi), la lista di remake celebri è lunghissima e anche nei casi più riusciti raramente il rifacimento è risultato superiore all’originale.
Ancora più complicata, se possibile, la costruzione di un buon prequel/sequel (un film che analizza gli antefatti o gli eventi successivi rispetto ad una pellicola realizzata in precedenza). Prendere un’opera e analizzare quanto è accaduto “prima” o “dopo”, da un lato offre al regista una maggiore libertà di movimento ma dall’altro lo espone al pericolo di stravolgere il senso dell’originale, facendo imbestialire fan e critici tendenzialmente attaccati ai loro capolavori come a dei feticci intoccabili. Anche in questo caso la lista sarebbe infinita e conterrebbe opere più o meno riuscite. Famoso, in negativo, 2010 l’anno del contatto, sequel di 2001 Odissea nello spazio: un film capace di annientare la filosofia e il mistero del capolavoro di Kubrick.
In queste operazioni il clamore è assicurato. Basti pensare al caos che si è scatenato in rete tra gli appassionati, con un misto di attesa e paura, alla notizia di un possibile sequel del cult della fantascienza Blade Runner. L’unico dato certo è che, economicamente, questi film in genere fanno tornare i conti: il nome dell’originale attira le folle.
Questo Amici miei: come tutto ebbe inizio conferma il successo dell’investimento economico: 2° al box office, senza fare sfracelli, ma con buoni risultati.
Purtroppo, c’è anche un contenuto con il quale confrontarsi. L’originale del 1975 era un ritratto amaro di un gruppo di amici cinquantenni, attaccati alla giovinezza perduta e per questo irrimediabilmente patetici.
Un film epocale, che introduceva nella commedia classica italiana un linguaggio più malinconico, sofisticato (nonostante l’apparenza scherzosa), sullo sfondo di un’Italia immortalata in un momento di forti criticità economiche e sociali.
Quanto di tutto questo sarà riproposto nel prequel, che trasporta le vicende dei protagonisti nella Firenze del Quattrocento? È davvero possibile immaginare che il tridente delle meraviglie De Laurentiis-Parenti-De Sica, fautore di tanti Natali in giro per il mondo all’insegna di una comicità tutta tette, sederi e parolacce inserite a caso, riesca a giustificare in qualche modo l’utilizzo di quel glorioso nome? La risposta è no. E per capirlo sono sufficienti due minuti di trailer.
Questo è l’ennesimo “Natale a…”, in versione primaverile, con l’aggravante di scomodare un mito a fini commerciali o – se non vogliamo essere maliziosi – di riproporlo in modo vergognoso.
Non è fondamentalismo, mancanza di elasticità o snobismo da cinefili. È sentirsi offesi per un’operazione che prende in prestito un momento straordinario del nostro cinema per sfornare un altro cinepanettone fuori stagione e richiamare qualche curioso in più attratto dalle sirene del nome.
E non si parli di “omaggio”. Come potrebbe una comicità trita e volgare recare omaggio alla sottile e amara ironia dell’originale? Semplicemente, non può.
Perché il mito sta in alto per antonomasia, è irraggiungibile. E mai dovrebbe essere trascinato nel fango dai comuni mortali.
(Fonte foto: Rete Internet)






