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THE HUNTER

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Un uomo affronta il dramma della morte della moglie e della figlia, colpite accidentalmente durante una manifestazione. La sua vendetta sarà un gesto folle che lo trasformerà in preda.

Dall’Iran arriva The Hunter, un film che ripropone i classici temi della vendetta e della fuga. La trama è molto esile: ad un uomo vengono ammazzate la moglie e la figlia durante una manifestazione. Sconvolto dalla perdita, l’uomo cercherà vendetta nel modo più imprevedibile, andando incontro a sua volta ad un’inevitabile rappresaglia.
I registi iraniani ci hanno spesso abituato a film dove il lirismo delle immagini accompagnava storie semplici in contesti molto realistici. Rafi Pitts cerca di costruire un film minimalista dove le parole sono rare e quasi superflue mentre tutto viene affidato, in teoria, alla potenza delle immagini e ai volti dei protagonisti. Ma non tutto fila per il verso giusto.

Partiamo con una nota di merito. Lo stile del regista iraniano è efficace e introduce perfettamente lo spettatore nei due ambienti che connotano tutta la trama. La prima parte, infatti, vede le strade di Teheran come protagoniste. Pitts filma una città caotica dove il silenzio tra gli uomini è totale. Le immense strade che tagliano la capitale del Paese sono un crocevia continuo di macchine che danno l’idea di vite destinate a non entrare mai in contatto le une con le altre. Il protagonista si aggira come gli altri per viali e giganteschi condomini, perlopiù in silenzio ed estraneo ad ogni forma di comunicazione, riuscendo a ritagliarsi qualche momento di felicità solo quando è con la propria famiglia oppure si dedica alla sua passione, la caccia.

Può essere letta, in questa Teheran enorme ma dove gli individui sono estranei gli uni agli altri, una testimonianza storica di un Paese difficile, animato da malumori sociali che fanno fatica ad emergere. In realtà, un’interpretazione politica del film di Pitts sembra eccessiva. Il regista piuttosto suggerisce come l’incomunicabilità sia una condizione propriamente umana e sceglie – più o meno consciamente – di lasciare ogni discorso politico o legato all’attualità al di fuori del film.
La seconda parte dell’opera cambia totalmente scenografia e ci porta sulle montagne impervie e boscose dove il protagonista, novello vendicatore, cerca la fuga mentre è braccato dai suoi persecutori. Dal paesaggio urbano passiamo a quello naturale.

La nebbia, gli alberi, i ruscelli, creano un quadro più armonico del caos cittadino; il bosco e le montagne sono lo sfondo di una “caccia” che, in quella cornice, assume un significato allegorico: in preda alle sue passioni, alla vendetta e al dolore, l’uomo dimentica le convenzioni sociali e fa emergere la propria natura violenta. La caccia diventa il simbolo della condizione umana, dove i rapporti sono regolati dalla violenza che di volta in volta mette di fronte il più forte al più debole.
Ma l’approfondimento psicologico fa crollare il castello del film. Sullo sfondo di una vicenda altamente emotiva (la morte di due innocenti) i personaggi sembrano muoversi in modo meccanico e apatico.

La debole caratterizzazione sfocia poi in toni da macchietta nel caso dei due poliziotti che danno la caccia al protagonista e portano addosso tutti i clichè del dualismo “poliziotto buono-poliziotto cattivo”, litigando in modo pretestuoso senza che una sceneggiatura decente riesca a supportarne i dialoghi.
Si arriva così al punto di vedere sulla scena dei manichini assai poco realistici, le cui relazioni seguono i capricci del copione senza che ci sia della sostanza sotto.
La debolezza della trama e dei personaggi trascina a fondo con sé, purtroppo, anche la bellezza delle immagini che, abbandonate a se stesse come piacevole inframmezzi, non riescono a reggere da sole la storia. Si passa, così, da un film che poteva essere molto manieristico ma comunque interessante ad una serie di riprese affascinanti che non nascondono il vuoto.

Non basta una bella carrellata nella nebbia di un bosco o la ripresa di una strada periferica a “creare” il racconto o la rappresentazione. Se non c’è un rapporto tra le immagini, le parole e le dinamiche che vediamo in scena, le belle inquadrature rimangono un esercizio di stile esterno al film.
Rafa Pitts, con questo The Hunter, dimostra indubbiamente di avere uno sguardo interessante che, nel caso specifico, risulta totalmente insufficiente ad affrontare la complessità di temi come la vendetta o il rapporto preda-predatore.

Regia di Rafi Pitts, con Rafi Pitts, Mitra Hajjar, Naser Madahi, Malek Jahan Khazai
Titolo originale: Shekarchi
Durata: 90 minuti
Uscita nelle sale: 17 giugno 2011
Voto 4/10

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