I SETTORI ECONOMICI E LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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In che modo le organizzazioni criminali occupano i settori economici dell”economia legale e dell”economia illegale. “L”economia criminale”.

I settori economici dell’economia illegale, “dell’economia criminale” rispecchiano perfettamente l’opposto dei settori economici dell’economia legale. Basti pensare a come l’economia criminale si occupi dei settori che vanno dal settore primario al settore terziario dell’economia tramite i propri traffici illeciti, o tramite il controllo del territorio, o ancora tramite il riciclaggio di fondi provenienti da quella “domanda sottratta al circuito legale” (vedi articolo correlato)

• Primo settore:
o l’agricoltura: allevamento di bufale, Coltivazione dei campi per la produzione di sostanze illecite, predominio del mercato ortofrutticolo;
o la pesca: predominio del mercato ittico;
o lo sfruttamento delle cave e delle miniere: predominio nella gestione di cave per uso edilizio, come ha fatto notare più volte il Prof. Amato Lamberti in numerosi convegni, come del movimento terra;

• Secondo settore: che comprende
o l’industria : raffinerie di droghe, industrie tessili e manifatturiere, ecc;
o l’edilizia: holding criminali;
o l’artigianato: caseifici, forni del pane, e varie attivitĂ  di settore utilizzate come copertura per il riciclaggio;

• Terzo settore:
o produce e fornisce servizi illeciti, dove l’assenza del mercato legale dello Stato ne favorisce il profitto. Ad esempio: Caporalato e sfruttamento dei migranti, raccolta dei rifiuti, la gestione delle acque come nella regione Sicilia ecc.

Ovviamente non è possibile in questa sede elencare la miriade di attivitĂ  per settore economico che le organizzazioni criminali di tutto il mondo o soltanto italiane occupano e gestiscono, aumentando e garantendo il proprio profitto.

Il predominio sul mondo imprenditoriale locale avviene in molti modi, e tra questi – quando la ricerca del consenso con modi suadenti non serve a raggiungere lo scopo – sono compresi anche “minacce, danneggiamenti e incendi sui cantieri, esplosioni di colpi d’arma da fuoco contro beni di altri imprenditori, incendi di vetture in uso a concorrenti o a pubblici amministratori, minacce a mano armata, imposizione di un sovrapprezzo sui lavori ”.

Continua la conquista silenziosa di pezzi dell’economia legale, dato il continuo affinamento e perfezionamento del profilo aziendale delle attivitĂ  criminali.

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A SCUOLA BISOGNA FARE ATTENZIONE ALLE PAROLE

Una maestra è stata condannata per il reato di ingiuria: ha chiamato “Scioccherellino” un proprio alunno, durante la lezione, in presenza degli altri coetanei.

Il caso
Una maestra è stata condannata dal giudice di pace alla pena di euro 600 di multa ed al risarcimento del danno in favore dei genitori dell’alunno, per il reato di ingiuria previsto dall’articolo 594 del codice penale, per avere offeso il decoro dell’alunno chiamandolo “scioccherellino”.

Contra la sentenza, confermata dal giudice di appello, la maestra presenta ricorso in cassazione.
L’insegnante in sede difensiva sostiene di non aver avuto alcuna intenzione di ingiuriare il bambino, altrimenti avrebbe utilizzato termini più offensivi e avrebbe scelto il momento in cui il bambino era solo. La maestra sostiene , altresì, che la parola “scioccarellino” sia inidonea a ledere l’onore e il decoro di chicchessia.

La Corte rigetta il ricorso della maestra perché ha considerato offensiva del decoro l’espressione “scioccherellino”. La Corte ha precisato che la potenzialitĂ  offensiva di una determinata espressione non può essere valutata in astratto, ma deve essere contestualizzata ed apprezzata in concreto, in relazione alle modalitĂ  del fatto ed a tutte le circostanze che lo caratterizzano. Se l’epiteto in questione appare astrattamente debole di portata offensiva, deve però rilevarsi come nel contesto dei fatti fu idoneo a manifestare un disprezzo lesivo del decoro della persona, tanto più in quanto diretto verso un minore di etĂ  e in presenza dei suoi coetanei.

Inoltre, la richiesta invocata dalla maestra circa la modifica del provvedimento relativamente agli importi posti a suo carico a titolo di risarcimento dei danni è inammissibile, trattandosi di valutazione discrezionale riservata ai giudici del merito.

Con la sentenza del 24 ottobre 2011, numero 38297, la Cassazione ha ribadito un concetto fondamentale e cioè che un docente non può usare parole offensive e sconvenienti rivolgendosi agli alunni e che le parole non vanno valutate in astratto, ma nel contesto in cui esse vengono pronunciate.

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IL LAVORO. LA PRIORITÁ POLITICA DEL GOVERNO TECNICO

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C”è da augurarsi che il nuovo governo rilanci il lavoro in Campania, facendo attenzione alla dignitĂ  dei lavoratori. A Pomigliano intanto, tutto è pronto per la produzione della Nuova Panda Fiat. Di Don Aniello Tortora

È nato il nuovo governo. Solo tecnici, professionisti seri e professori di rango. Devono far quadrare il bilancio e rilanciare la crescita. L’economia ha avuto, purtroppo, la meglio sulla politica. E sui giornali non si parla d’altro, oltre agli spread, Btp-Bund, che aprono le notizie di radio e telegiornali. Non si parla, però, di alcune cifre, davvero molto drammatiche: si tratta dei tassi di occupazione, mai così bassi nel nuovo secolo. Della disoccupazione, a malapena contenuta. Del precariato ormai endemico.

Peggio: dell’inattivitĂ  divenuta sistemica. Non indici freddi, ma istantanee roventi della realtĂ , fotografie drammatiche, nelle quali sono fissati volti, persone giovani e anziane, famiglie e interi pezzi d’Italia. E allora, per il governo che proprio oggi ha preso forma, tra le emergenze da affrontare c’è una missione che merita di essere considerata come prioritaria: il lavoro.

In questi tre anni di crisi – grazie a un uso sapiente e massivo della cassa integrazione da parte dell’esecutivo uscente – si è riusciti a contenere l’ondata di esuberi e licenziamenti che ha caratterizzato la gran parte delle economie europee e mondiali. Ma la rete di protezione, pur allargata, non ha coperto tutti allo stesso modo. I giovani, gli autonomi, i diversi parasubordinati, hanno pagato per primi e a prezzo più caro, la recessione: restando senza posto e senza ammortizzatori. Quasi un terzo dei giovani è disoccupato, ma quel che è peggio, da noi solo 1 ragazzo su 5 lavora.

In Germania sono 1 ogni 2, in Francia 1 su 3, persino in Spagna, che pure detiene il record europeo della disoccupazione, va un po’ meglio con 1 ogni 4. Ci sono poi 2,2 milioni di persone del tutto inattive: non studiano né lavorano né sono inserite in un programma di formazione. Altri 2 milioni e 764mila italiani – per più della metĂ  donne – pur essendo disponibili a lavorare non cercano più un posto, perché sono scoraggiati. E ancora ci sono i sottoccupati. E quelli che l’Istat classifica come occupati, ma hanno lavorato solo 1 ora nella settimana di rilevazione. E ancora cifre e ancora analisi che portano a conclusioni univoche: non possiamo permetterci un così basso numero di cittadini che lavorano e non possiamo più accettare disparitĂ  di trattamento tanto forti.

Il lavoro va assolutamente rilanciato, rivalorizzato, riportato al centro dell’azione politica. Anche nell’era di un governo ad alto tasso tecnico come quello del prof. Mario Monti. Le ultime misure adottate sull’apprendistato – contratto a tempo indeterminato con contenuto formativo e una flessibilitĂ  limitata ai primi anni – vanno nella direzione giusta. Ma non bastano: è necessario ricostruire un mercato del lavoro dove anzitutto non ci siano lavori di serie A per gli italiani e di serie B per gli stranieri, dove le occupazioni manuali abbiano pari dignitĂ  e valore e prevedano un salario equo rispetto a quelle intellettuali. Nel quale alle attivitĂ  in nero si fa una lotta serrata come e, se possibile, di più che all’evasione fiscale.

Un mercato, con ammortizzatori sociali universali, senza apartheid per i giovani e che non discrimini gli "anziani". Perché – e le imprese debbono assumersene la responsabilitĂ  – non si può spingere per l’innalzamento dell’etĂ  pensionabile e contemporaneamente considerare obsoleto o troppo costoso un dipendente cinquantenne.

Intanto a Pomigliano lunedì prossimo parte la Nuova Panda. Il nuovo modello giĂ  gira, camuffato, per le vie della cittĂ . Il 13 e 14 dicembre sarĂ  finalmente presentata a tutti. Pomigliano ha raccolto la sfida. Tranne la Fiom l’accordo è stato firmato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Accordo votato, poi, dalla maggioranza dei lavoratori di Pomigliano. Certo i problemi sulla dignitĂ  dei lavoratori rimangono ed emergeranno. Intanto anche i delegati sindacali Alenia hanno approvato l’intesa con l’Azienda. Ci auguriamo che il nuovo governo rilanci le politiche industriali in Campania e conservi le eccellenze che sono il fiore all’occhiello non solo di Pomigliano ma di tutto il mondo aeronautico.
(Fonte foto: Rete Internet)

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TOGHE IN SCIOPERO: LE RAGIONI DELLA RIVOLTA

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Gli avvocati penalisti incrociano le braccia e protestano contro l”uso ai fini investigativi dei dialoghi tra legale e assistito intercettati telefonicamente. Di Simona Carandente

Periodicamente, ad intervalli più o meno regolari, l’avvocatura nazionale è chiamata a confrontarsi con riforme di ampio respiro, che riguardano non solo la classe forense in senso stretto, ma tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si trovano a confrontarsi con la complessa macchina della giustizia e con le sue dinamiche. Il ruolo dell’avvocatura sta cambiando, e con esso una delle professioni più antiche ed affascinanti al mondo, nel fantomatico quanto teorico tentativo di favorire i privati cittadini, mettendoli al riparo dagli abusi dei loro legali, in un’ottica di liberalizzazione delle professioni e del mercato legale stesso che, allo stato, non appare però del tutto praticabile.

In questa settimana, e precisamente fino a venerdì 18, le toghe di tutta Italia incroceranno le braccia, astenendosi dal celebrare i processi ordinari, salvo quelli urgenti e con imputati detenuti: lo sciopero, tuttavia, non riguarderĂ  l’intera categoria, ma solo gli avvocati penalisti. Motivazione principale della protesta, proclamata dall’Unione nazionale delle Camere Penali, il tema delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con particolare riguardo alla captazione dei dialoghi intercorrenti tra legale e proprio assistito. Un percorso verso l’indebolimento, inesorabile e progressivo, del diritto alla difesa tecnica che non poteva non suscitare polemiche.

Nel manifesto programmatico diffuso in questi giorni dalla Unione Camere Penali, con lo scopo di essere distribuito dai legali ai propri assistiti, si leggono in forma estrema ma concisa le motivazioni della protesta: al cittadino farebbe piacere sapere che quello che comunica al proprio difensore, a mezzo telefono, potrebbe essere oggetto di attivitĂ  investigativa? Che qualcuno, nella fattispecie un pubblico ministero, potrebbe chiedere al difensore di rivelare il contenuto di tali conversazioni? Che il proprio avvocato si occupa, indifferentemente, di diritto penale, civile, tributario ed agrario, come un medico generico chiamato a curare una specifica patologia?

Domande retoriche, dalla risposta scontata, per le quali l’avvocatura cerca, con la proclamata astensione, di stimolare le coscienze ed invitare tutti ad un’attenta riflessione. Come accadeva, ed accade ancora oggi, per la complessa questione della separazione delle carriere: allo stato attuale, la commistione tra le figure di pubblico ministero ed organo giudicante è ancora fortissima, trattandosi di figure professionali dalla comune estrazione concorsuale, con forti commistioni l’una nei confronti dell’altra, che possono tramutarsi in vere e proprie ingerenze nella reciproche funzioni giudiziarie, con forti danni e ripercussioni sull’intero sistema giustizia. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL CASTELLO DI LAURO, UNA FORTEZZA TRA CIELO E TERRA

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Ospitata al castello di Lauro, nei pressi di Nola, la mostra “Castelli d”Irpinia, pietre tra cielo e terra”. L”iniziativa si collega ad un’altro evento: “Castelli d”Irpinia, set cinematografici tra natura e storia”.

Sin dagli albori della sua storia l’uomo ha sempre cercato, in qualche modo, di viaggiare indietro nel tempo. Che sia per scoprire le sue origini o per ripercorrere le tappe del suo passato, l’umanitĂ  è sempre stata incuriosita dalla Storia e non è un caso che essa si sia interessata, prestissimo, alla Storiografia.

La Bibbia stessa, uno dei testi più antichi al mondo, per fare un esempio, è, fondamentalmente, un libro di Storia. Quello di viaggiare nel tempo, in pratica, è un sogno ricorrente del genere umano. Nel corso dei secoli la letteratura, il teatro e l’arte hanno cercato di far rivivere all’umanitĂ  il suo passato, con risultati, tuttavia, mai del tutto “completi”. Intrecciando in se gli elementi basilari di queste discipline (parole, suoni e immagini), l’arte cinematografica ha prodotto, invece, un’esperienza visiva ed uditiva molto più realistica. GiĂ  dalle prime pellicole, inoltre, il cinema si è adoperato a ricostruire, fin nei minimi dettagli, fatti e avvenimenti storici, raccontandoci la Storia in una maniera tutta nuova.

Grazie a straordinari effetti speciali, costumi e attrezzature minuziosamente riprodotte e, soprattutto, set estremamente veritieri, la “macchina da presa” si è rivelata, nel corso degli ultimi cento anni, una vera e propria “macchina del tempo”. In questo senso la location di un film in costume diventa fondamentale. L’ha capito SEMA, l’Agenzia di Comunicazione per la promozione del territorio campano, che ha affidato a Giuseppe Ottaiano il compito di curare la mostra fotografica “Castelli d’Irpinia, set cinematografici tra natura e storia”, ospitata, lo scorso ottobre, a Castel Sant’Elmo a Napoli, nell’ambito del Napoli Film Festival 2011. Per valorizzare le fortezze dell’avellinese, splendide e numerose, si è pensato bene di porre l’attenzione di “chi fa cinema” sui magnifici manieri sparsi ovunque su tutto il territorio irpino.

L’intento è quello di riuscire a fare di questi castelli dei set cinematografici per film di carattere storico (e non solo), in modo da aumentare l’affluenza dei visitatori e incrementare il turismo in tutta la regione. Un altro evento, sempre organizzato da SEMA, dal titolo “Castelli d’Irpinia, pietre tra cielo e terra”, si è svolto, col medesimo intento, al Castello Lancellotti di Lauro, uno dei castelli più suggestivi della Campania. Il maniero, protagonista della mostra a Castel Sant’Elmo e in passato, negli anni’50, set del film “Il maestro di Don Giovanni”, con Gina Lollobrigida e Errol Flynn, non poteva che essere il punto d’incontro di queste due straordinarie iniziative di valorizzazione territoriale.

Non si sa con esattezza quando il castello fu fondato, ma si ha notizia di un “Castel Lauri” giĂ  nel 976 d.C. È certo, comunque, dai documenti della Cancelleria angioina, che fu dimora, dal 1277, di Margherita de Toucy, cugina di Carlo I d’Angiò. L’impianto rinascimentale della fortezza è frutto dai lavori di ampliamento e di restauro iniziati, dopo il 1582, dalla famiglia Pignatelli, allora proprietaria della reggia. Ma poco rimane di quelle modifiche. Il castello fu, infatti, quasi totalmente devastato, nel 1799, durante la Repubblica Napoletana, dall’incendio che le truppe francesi appiccarono per punire i lauretani, filo-borbonici e anti-repubblicani.

Ciò che oggi possiamo ammirare dell’edificio, dunque, è il risultato della ricostruzione avviata nel 1872, dopo quasi un secolo di abbandono, dal principe Filippo Massimo Lancellotti. È da quel momento che la fortezza comincia ad acquisire le caratteristiche attuali. Furono proprio i lavori di rifacimento, che si protrassero fino al 1909, a dare vita a quel magnifico ed eterogeneo gioco di stili che contraddistingue oggi il Castello Lancellotti. Qui, in effetti, si mescolano, piacevolmente, elementi romanici, gotici, rinascimentali e barocchi. Con un criterio quasi filologico, il castello fu ricostruito “in stile”, preservando, dove possibile, le parti originali. Una location incantevole, degna di un film e di una rivalutazione doverosa.

Una rivalutazione che, nel caso del Castello Lancellotti, va avanti ormai da anni. A differenza di molte altre fortificazioni, sparse in tutto il territorio campano (e non solo irpino), infatti, quello di Lauro è un sito ben conservato, tutelato e valorizzato. Grazie soprattutto all’assiduo lavoro dell’Associazione Pro Lauro, che ha dato vita ad un ricco programma di eventi, il castello è tornato ad essere, a giusta ragione, come un tempo, il centro della vita cittadina.
(Fonte foto: Rete Internet)

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QUARTO FLEGREO: LA MINIERA D”ORO DELLA CAMORRA

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Questo lembo di terra è arrivato a 40mila abitanti in pochi anni, frutto di una cinica speculazione edilizia. Tanti sono i giovani, che in un blog hanno scritto le 10 ragioni per non comprare casa a Quarto. Di Amato Lamberti

Quarto è un Comune della provincia di Napoli. Viene indicato anche come Quarto Flegreo perché è situato nell’area dei Campi flegrei, ma anche come Quarto Campano per differenziarlo da altri Comuni che in altre regioni portano lo stesso nome che sta ad indicare la distanza, quattro miglia, da una grande cittĂ . Nel maggio del 2011 aveva 40.387 abitanti e da anni registra una crescita esponenziale. Nel 2001, 36.543 abitanti; nel 1991, 30.587 abitanti; nel 1981, 18.741 abitanti; nel 1971, 8.395 abitanti. Una crescita costante e tumultuosa senza una ragione che giustifichi questa urbanizzazione accelerata: nessuna fabbrica, nessuna industrializzazione, nessuna concentrazione di servizi avanzati.

Solo la speculazione edilizia può dare ragione di questa crescita. Tra l’altro il Comune sorge tutto all’interno della piana di Quarto che, secondo alcuni studiosi, non è altro che un cratere originatosi da una esplosione verificatasi circa 11.000 anni fa. Cratere prima trasformatosi in lago e poi in palude bonificata solo in epoca recente. Una collocazione, quindi, non ottimale, a causa degli alti tassi di umiditĂ . Ma la speculazione edilizia non va per il sottile nella scelta di un territorio da urbanizzare selvaggiamente. Naturalmente quando si dice speculazione edilizia si dice cemento, scavi, movimento terra, imprese edilizie, ma anche piano regolatore, Piano di fabbricazione, varianti urbanistiche, cambio di destinazione d’uso dei suoli. Si dice dunque impresa ma anche politica e pubblica amministrazione.

A Quarto il cemento è stato sempre fornito a tutti i costruttori da una sola ditta, la CA.FA.90, dopo che le concorrenti erano state tutte allontanate con attentati agli impianti e alle betoniere. Una impresa di grandi dimensioni con 80 betoniere e nove silos di proprietĂ  di Giuseppe Polverino, detto “’o barone”, per i suoi modi e per il suo stile di vita. Per la magistratura un “colletto bianco” del clan di Lorenzo Nuvoletta che da sempre governa tutta l’area Marano-Quarto-Pozzuoli-Villaricca-Giugliano-Qualiano, lasciando anche spazio a cosche criminali di più basso profilo predatorio. Più di 200 sono le imprese edilizie registrate a Quarto. Lavorano tutte anche al di fuori del territorio di Quarto, facendo addirittura concorrenza ai “casalesi”, grazie proprio al “governo” dei Nuvoletta.

Un governo che si realizza grazie alla costruzione di un intreccio strettissimo con le Amministrazioni locali. A Quarto, secondo i carabinieri, questo intreccio muoveva un business di 30 miliardi di lire l’anno, con la complicitĂ  di una classe politica addomesticata e “competente” (nei posti chiave si sono succeduti sempre ingegneri, geometri, costruttori), pronta a garantire attraverso la commissione edilizia il meccanismo del silenzio-assenso sulle licenze. Senza un Piano regolatore generale e con un Piano di fabbricazione risalente al 1959, era assicurata anche la piena “copertura” legale.

Il 10 aprile del 1992 il Consiglio Comunale di Quarto viene sciolto perché “presenta fenomeni di infiltrazione della criminalitĂ  organizzata…in quanto sono emersi inequivocabili elementi di collegamenti diretti e indiretti di taluni amministratori del Comune di Quarto con la criminalitĂ  organizzata e forme di condizionamento degli amministratori stessi…ad opera della potente organizzazione camorristica facente capo al noto Lorenzo Nuvoletta e al suo sicario Mattia Simeoli, giĂ  condannati per associazione mafiosa e che la criminalitĂ  organizzata ha finalizzato negli ultimi anni i propri interventi nel settore dell’edilizia”.

Ed inoltre, recita sempre il decreto di scioglimento, “L’infiltrazione camorristica all’interno degli organi elettivi del Comune di Quarto, soprattutto per quanto attiene al controllo del settore edilizio nella zona, ha da tempo determinato una serie di attivitĂ  amministrative palesemente illecite, che si sono concretizzate nell’adozione di deliberazioni consiliari strumentalmente collegate al rilascio di concessioni edilizie illegittime, nella emanazione di numerosi pareri favorevoli da parte della commissione edilizia nel rilascio di numerose concessioni edilizie del tutto illegittime e destinate a favorire persone estranee all’amministrazione, appartenenti ad associazioni camorristiche, nonché taluni amministratori locali preventivamente premuratisi di impossessarsi, con contratti di permuta, dei suoli interessati alle concessioni stesse”.

In relazione a tutto ciò, il giudice delle indagini preliminari emette ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del sindaco Di Falco Francesco, degli assessori Russolillo Enrico, Salatiello Pasquale, Apa Leopoldo, nonché dei consiglieri comunali Giaccio Carlo Mario, De Fenza Giacomo, Carandente Sicco Giovanni, Catuogno Francesco, per i reati di associazione a delinquere e di abuso in atti di ufficio. Nei confronti dell’assessore Russolillo Enrico viene contestato anche il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, in quanto “risulta essere il principale protagonista delle iniziative relative al programma di speculazione edilizia attuato dall’amministrazione in carica”.

Al sindaco Di Falco vengono anche contestate concessioni edilizie palesemente illegittime, concesse, su sua semplice comunicazione,” in favore di tale Mallardo Giovanni, cognato di Nuvoletta Ciro, notoriamente affiliato al “clan Nuvoletta” e di Simeoli Antonio, fratello di Simeoli Mattia, giĂ  in precedenza indicato quale braccio destro di Lorenzo Nuvoletta”. Un intreccio che dimostra chiaramente come, a Quarto, la camorra fosse diventata la forma della politica.
Il 9 gennaio del 1993 vengono sequestrati beni immobili per oltre cinquanta miliardi di lire al boss emergente Giuseppe Polverino considerato l’erede del patriarca Lorenzo Nuvoletta nella gestione delle attivitĂ  illecite nella zona di Quarto e nella zona a cavallo tra Marano e Camaldoli.
Nel settembre del 1995 si celebra il processo al clan Polverino e agli amministratori collusi.

Nel corso della sua requisitoria il rappresentante dell’accusa ha sottolineato come fosse venuta a crearsi una sorta di "convergenza di interessi" tra la criminalitĂ  organizzata e la classe politica interessata all’affare. La malavita controllava il mercato del calcestruzzo, attraverso una serie di societĂ  finite tutte sotto i riflettori dell’antimafia, una parte del mercato edilizio e le estorsioni sui cantieri, abusivi e non. I politici invece agivano a colpi di delibere, la maggior parte delle quali annullate dal Coreco perché illegittime. Strutture amministrative, come la Giunta comunale e la commissione edilizia, si erano trasformate, secondo il PM Paolo Mancuso, in una organizzazione a delinquere.

La situazione oggi è la seguente: alle ultime elezioni amministrative, 2011, per il rinnovo del Consiglio Comunale, un candidato consigliere, Armando Chiaro, coordinatore del PDL a Quarto, arrestato nell’ambito di una vasta operazione contro il clan Polverino, viene eletto, pur in stato di detenzione, con ben 385 preferenze. Il Chiaro era giĂ  stato arrestato in passato, con l’accusa di essere un elemento di spicco del clan, con il ruolo di prestanome per intestazioni fittizie di immobili e imprese. Anche un altro candidato, nella lista Noi Sud, al Consiglio comunale, Salvatore Camerlingo, cugino e fiduciario del boss Salvatore Liccardi, viene arrestato. Il risultato di tutta questa storia è una situazione di grande degrado urbanistico, ma ancor più sociale e civile, come denunciano soprattutto i giovani.

Quarto, anche per la sua crescita tumultuosa, è il Comune con il maggior numero di giovani in Italia, quasi tutti altamente scolarizzati. Nel blog “Quarto Flegreo cesso del mondo” un gruppo di giovani ha pubblicato le dieci ragioni per non comprare casa a Quarto Flegreo. Sono indicazioni che testimoniano di una grande consapevolezza non solo dei problemi ma delle loro cause, su cui i politici locali dovrebbero riflettere. Non conviene comprare casa a Quarto, perchè:

1. la casa è costruita con cemento della camorra, e quindi con materiali depotenziati e scadentissimi; 2. si vivrĂ  sempre nella monnezza; 3. il valore della casa diminuirĂ  nel tempo invece di aumentare; 4. non avrete mai un accesso ad Internet degno dell’Europa; 5. I collegamenti con Napoli faranno sempre schifo; 6. La qualitĂ  della gente è destinata a peggiorare; 7. L’educazione scolastica dei vostri figli sarĂ  una merda; 8. non potrete mai bere con sicurezza un bicchiere d’acqua dal rubinetto; 9. Avrete un aumento del rischio tumorale e soffrirete di allergie e riniti; 10. Di notte non dormirete mai. Qualunque bar di questo fetente di paese, attiva il karaoke notturno e molti sforano i limiti di legge dei decibel e degli orari.

Naturalmente appena pubblicato il decalogo sul blog si è scatenata la corsa all’integrazione o alla formulazione di un nuovo decalogo, per cui i motivi per non comprare casa a Quarto sono giĂ  diventati una cinquantina e penso che continueranno a crescere. A parte la provocazione da parte dei giovani, che sicuramente avrĂ  fatto imbestialire un sacco di gente, viene fuori un quadro sconsolante di una cittĂ  che ben merita il nome di “Camorra City” affibiatogli dai giovani e ripreso dalla stampa locale e nazionale. Speculazione edilizia e qualitĂ  della vita non vanno mai d’accordo. Così come non vanno d’accordo camorra e sviluppo civile.

A Quarto si registra una altissima percentuale di sale scommesse, di centri benessere, di ristoranti, di pizzerie, di bar, di paninoteche, oltre che di sportelli bancari, che dovrebbero testimoniare di un diffuso benessere economico, ma è altissima anche la percentuale di furti, rapine, aggressioni che a volte sconfinano in ferimenti e uccisioni. La qualitĂ  della vita è pessima e i rischi per la salute, a causa dei rifiuti tossici seppelliti e tombati sotto le case e i palazzi, a partire dalle neoplasie, sono elevatissimi, come testimoniano molte ricerche epidemiologiche. Nelle “camorra city” – e sono tante sul nostro territorio si vive male, anche quando si ha qualche soldo in tasca.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

L’UOMO ITALICO DELLA PROVVIDENZA

La figura più recente dell’Uomo Italico della Provvidenza è uscita di scena sabato scorso. Ma giĂ  ha promesso di tornare: un Cincinnato dei giorni nostri. Di Carmine Cimmino

Viviamo in un’epoca in cui non si crede in niente, neanche nei prestigiatori (J. Cocteau)
“ Sarò la tua Claretta Petacci “ (l’on. Barbara Mannucci all’on. Berlusconi (letto sulla Rete )

In “Autunno di un patriarca“ di Gabriel Garcia MĂ rquez i cittadini di una repubblica sudamericana, governata da un patriarca-dittatore, non sanno che faccia egli abbia, e da quando eserciti il potere, e se sia ancora vivo. Fin dall’infanzia sono stati abituati a credere che egli esistesse veramente, solo perché qualcuno raccontava di aver visto accendersi i lampioncini del palazzo presidenziale in una notte di festa, e perché un cantore girovago giurava di aver recitato in sua presenza i versi di Ruben Darìo e di essere stato pagato con un’oncia d’oro: ma il cantore era cieco, e dunque non poteva garantire di aver visto veramente il patriarca – dittatore- presidente.

Ma una sera di gennaio agli occhi dei cittadini si presenta una scena stupefacente: una vacca sta affacciata al balcone centrale della casa del patriarca – dittatore e tranquilla contempla il tramonto: “una vacca sul balcone della patria, che iniquitĂ  si devono mai vedere, che paese di merda…”, e come ha fatto ad arrivare fin lassù? ha dovuto arrampicarsi per le scale, ha calpestato i preziosi tappeti, e nessuno se ne è accorto, nessuno l’ha fermata? Ma abbiamo visto bene, era proprio una vacca, affacciata a quel balcone? Infine, spinti da un improvviso moto di coraggio, i cittadini si azzardano a entrare nel palazzo presidenziale: lo stupore cresce ad ogni passo: le stanze sono vuote e silenziose: qua e lĂ  si vedono solo i segni polverosi di un passato assai remoto.

Il patriarca-tiranno può essere morto anche da un secolo: e nessuno se ne é accorto. Quando sabato sera il telecomando, bloccandosi, mi ha costretto a sentire, uno dietro l’altro, il sig. Giuliano Ferrara e il sig. Bersani che diceva: “Berlusconi l’abbiamo mandato via noi del PD“, sono andato di corsa a rileggermi le prime 20 pagine del romanzo di MĂ rquez : sono una meraviglia letteraria, e risultano un ottimo rimedio naturale contro i contorcimenti di stomaco che di questi tempi vengono scatenati dai blablabla televisivi.

L’Uomo della Provvidenza è il personaggio mitologico più importante della storia degli Italiani, che, come è noto, sono profondamente cattolici, soprattutto di domenica, e dunque credono nei disegni della Provvidenza, e, godendo da sempre della benedizione particolare dei Papi, sono da sempre convinti di occupare un posto speciale in quei disegni: d’essere, insomma, dei raccomandati. Perciò, quando le cose si ingarbugliano, noi non ci preoccupiamo più di tanto: anzi, ci facciamo una bella risata: verrĂ  l’Uomo della Provvidenza e metterĂ  tutto a posto. VerrĂ  da dove la Provvidenza ha deciso che venga: dall’ Italia, dalla Padania, o anche dall’estero. Ufficialmente, il primo Uomo Italico della Provvidenza fu Carlo VIII, re di Francia.

Lo chiamarono in Italia gli Stati in cui allora l’Italia era divisa, perché mandasse via da Napoli gli Aragonesi, che stavano sullo stomaco a tutti, soprattutto ad Alessandro VI Borgia, il Papa papĂ  di Lucrezia e del duca Valentino. Fu una marcia trionfale: le cittĂ  si aprivano, i popoli si inginocchiavano davanti alle bandiere di Carlo su cui campeggiava il motto missus a deo, mandato da Dio, e, per non perdere tempo, i francesi segnavano col gesso le case requisite per la truppa: e “guerra del gesso“ fu chiamato questo viaggio di liberazione. Nel febbraio del 1495 Napoli accolse l’Uomo della Provvidenza con la tradizionale sobrietĂ  napoletana: il popolo tutto gli andò incontro, esultando e piangendo per la gioia, sventolando rami d’olivo e intonando il Te Deum laudamus.

Tutti gli intellettuali italici, che, come si sa, sono stati, sono e saranno sempre immuni da ogni forma di servilismo, fecero a gara nell’inneggiare a Carlo “iustissimo et pio / che ci ha de man de Faraoni cavati / d’amor, di libertĂ  ci ha coronati.”. Carlo come Mosè. Ma poiché è difficile, anche per gli Uomini della Provvidenza, dire di sì a tutte le richieste, pochi mesi dopo Carlo da Mosè divenne Faraone: un barbaro venuto a saccheggiare l’Italia con la sue bande di malfattori, un vaso pieno zeppo di ogni possibile vizio: per di più era anche brutto, “era – scriveva un cronista – lo più scontrafatto homo che viddi alli dì miei.”. Barbaro, storto e incline, troppo, ai piaceri di Venere: preparandosi a fuggir via da Napoli il re non dimenticò di infilare nel bagaglio un album con le immagini delle più belle donne italiane.

Intanto i napoletani battezzavano come “morbo gallico“ la sifilide, che i francesi chiamavano “morbo napoletano“. I signori italiani, che avevano invitato il re a venire in Italia, andarono ad affrontarlo in campo aperto a Fornovo. Era il 6 luglio del 1495: lungo le rive del Taro ingrossato dalle piogge si combatté una battaglia che è la perfetta “battaglia italiana“, un monumento definitivo al carattere nazionale. Ne parleremo.

L’Uomo Italico della Provvidenza è Uno, ma ogni volta che entra sulla scena della storia ha una maschera diversa. Il patriarca-dittatore di MĂ rquez viene proclamato dagli adulatori “impavidi“ “correttore dei terremoti, delle eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio“ e dispone che l’orologio del campanile batta mezzogiorno non a mezzogiorno, ma alle due, così la vita sembra più lunga: tuttavia non è capace di costruire un cosmo immaginario e di far credere alle masse che sia reale. Quale che sia la maschera, l’Uomo Italico della Provvidenza è sempre un prestigiatore inimitabile.

La “figura“ più recente di tale Uomo è uscita di scena sabato. Con poca gloria, ovviamente. Non so se sia un’uscita definitiva: credo che ci sarĂ  un rientro, per un ultimo “a solo“. TornerĂ , l’Uomo Italico della Provvidenza, nei panni del Vecchio saggio, i capelli bianchi, una maschera di rughe eleganti, l’espressione forte e vigorosa: un Cincinnato, insomma. Non andrĂ  nel salotto di Vespa, ma nei programmi di cucina, decreterĂ  il bando per i piatti troppo sofisticati, che non si addicono a un tempo di crisi, promuoverĂ  le zuppe e le minestre di una volta, e difenderĂ  l’aglio e la cipolla. Non dirĂ  barzellette, se non quelle previste ufficialmente dal Programma Secolare: combattere i privilegi, combattere le caste, combattere le mafie, combattere l’evasione fiscale, combattere gli sprechi. Eccetera, eccetera.

Poi si sveglierĂ  dal sonno, scosso da una voce che dalla strada gli grida: “Te ne devi andare. Ti chiedo scusa. Lo prevede il gioco.”. Allora l’Uomo chiamerĂ  gli amici, gli amici veri, e sceglierĂ , come prevede il gioco, quelli che lo devono tradire. Perché il gioco continui. L’Uomo della Provvidenza, nell’allontanarsi dalla scena, vedrĂ  venirgli incontro una gentile fanciulla, che appassionata gli griderĂ : Voglio essere la tua Claretta Petacci. L’Uomo la saluterĂ  con fredda cortesia, e intanto spingerĂ  la mano nel fondo più fondo della tasca dei pantaloni, a macchinare il più antico segno di scongiuro.

Ma chi è questa? Ma che Petacci? Ma non ha capito niente? Alberto Sordi avrebbe detto: Pussa via.
(Foto: Quadro di J.Ensor, Le strane maschere, 1892)

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COSA ACCADRÁ DOPO? DILEMMI E APORIE

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Il dialogo di questa settimana del prof. Giovanni Ariola,si sofferma sul cinismo dei centri di potere ed economico e sugli egoismi dei politici nostrani.

Il prof. Piermario è tornato finalmente dalla Libia, precisamente da Bengasi dove ha lasciato carissimi amici, provati tutti chi più chi meno dalla guerra, e tanto lavoro da fare. È turbato, inquieto, roso da dubbi lancinanti su tutta la vicenda della guerra civile, del prima e del dopo, sulle motivazioni dell’intervento della NATO e sulle finalitĂ  nascoste di questa operazione c.d. umanitaria.

Ha appena finito di leggere il libro di Paolo Sensini (“Libia 2011”, con prefazione di mons. Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, Ed. Jaka Book, Milano, 2011) che svela retroscena a dir poco sconcertanti, con la tesi, sostenuta da alcuni osservatori, di una presenza di Al-Qa‘ida nelle truppe rivoluzionarie che hanno rovesciato il governo del Colonnello, che potrebbe influenzare e dare una impronta terroristica e fondamentalistica allo scenario politico che si è andato delineando nel dopo Gheddafi (o dopogheddafi). Ancora più inquietante l’altra tesi strettamente correlata con la prima, che i paesi Nato, in primis gli USA, fossero ben consapevoli della composizione delle forze ribelli in campo e ciò nonostante avrebbero dato il loro appoggio, che si è concretizzato in una lauta fornitura di armi anche sofistificate, ripetendo così un clichè che era stato seguito prima in Afghanistan al tempo dell’occupazione sovietica e in seguito in Iraq.

Ecco perché è così restio a rispondere alle domande che i colleghi gli rivolgono sulla sua esperienza in quella terra ormai non più uno “scatolone di sabbia” come la definì circa cento anni fa Francesco Saverio Nitti, ma uno dei paesi più ricchi del continente nostro dirimpettaio e del Medio Oriente per i suoi giacimenti di oro nero.
Ora è intento a leggere un brano del diario che il filosofo francese Bernard-Henry Levy ha pubblicato alcuni giorni fa in Francia con il titolo “La Guerre sans l’aimer” per le edizioni Grasset. Tra l’altro lo ha colpito e ora gli martella la mente una domanda che l’intellettuale rivolge al presidente Sarkozy : “Cosa accadrĂ  il giorno dopo la vittoria?”. È così assorto che non s’accorge dei colleghi né ode il loro saluto.

– Piermario – lo scuote, toccandolo su una spalla, il prof. Geremia – capisco il tuo dispiacere ma dovresti reagire, metabolizzare, rimuovere…se ti può aiutare, parlane con noi…
– “Tu vuo’ ch’io rinnovelli/ disperato dolor che ’l cor mi preme/ giĂ  pur pensando, pria ch’io ne favelli.” Ho visto tanti morti…e bambini barbaramente trucidati…Purtroppo, lo so bene, le rivoluzioni e le guerre in determinati momenti storici sono una necessitĂ  ma alla fine a chi giova tutto questo orrore? E penso ai tanti crudeli burattinai di turno che tramano, ordiscono e muovono le fila per i loro interessi.

– Sono questioni – osserva il prof. Carlo – che chiamano in causa i centri di potere politico ed economico del nostro mondo globalizzato, la cinica spartizione delle risorse del pianeta: ormai siamo ad un incontrollato libero mercato e lo slogan in voga è “arraffi chi può” e chi può… arraffa e detta le regole
– Noi Italiani ne sappiamo qualcosa – commenta amaro il prof. Eligio – costretti come siamo a render conto all’Europa…

– Da lamentare – continua il prof. Carlo – che manca in Europa una direzione politica unitaria, che stabilisca regole e linee di comportamento da valere per tutti e alla fine abbiamo l’impressione non infondata che alcuni paesi dell’Unione contino più degli altri, ma questo avviene non perché quei paesi più forti prevalgano, piuttosto perché gli altri sono troppo deboli e soccombono. Di qui la necessitĂ  per i deboli di riacquistare forza e credibilitĂ  per potersi sedere alla pari con i partners europei e insieme fronteggiare le sfide del mercato globale.

– Questo dovrebbero capire i nostri politici – ribatte il collega Eligio – Invece, più la situazione peggiora e più i vari schieramenti partitici s’imbozzolano nel loro particulare e s’invischiano in inutili quanto esiziali bizantinismi

– Dici bene – concorda il collega Geremia – stiamo assistendo ad un tragico balletto linguistico, che sarebbe comico se non ci costasse “lacrime e sangue”, per usare un luogo comune: “un passo indietro”, “un passo di lato”, ancora “un passo avanti”, qualcuno giĂ  parla del “sentiero dei passi perduti”…Ho udito anche un neologismo orribile “i passindietristi” (coloro che hanno consigliato e consigliano al premier di fare un passo indietro, insomma di sparire una buona volta, risalendo alle alte sfere da cui è graziosamente disceso) che fa da pendant con l’altro mostro lessicale “malpancisti” (alias gli scontenti, o i ribelli o i traditori…Che scialo sinonimico!)

– È davvero insopportabile – continua il prof. Eligio – questo continuo violentare il linguaggio. Alcuni commentatori di eccelsa cultura di cui fanno spudoratamente sfoggio, hanno sfoderato termini specialistici per descrivere e anche rappresentare la realtĂ  attuale…l’hanno definita “cataforica”, volendo intendere una condizione a mezzo tra la sonnolenza e il coma…Altri, filosofeggiando, parlano di una realtĂ  aporetica, ossia dominata da una dubitatio (dubbio, incertezza) generalizzata rigurgitante di dilemmi, trilemmi e perfino polilemmi (“si dimette o non si dimette?”, “si dimette ma…resta o si dimette e… sparisce”, “governo tecnico, elezioni anticipate o nessuna delle due?”, “Monti, Alfano, Maroni, Dini – sic – o, perché no, Scilipoti come nuovo capo del governo? …e così lunga via enumerando).

– Ora che siamo giunti ad un capolinea e si parla della fine della seconda repubblica (passerĂ  questa alla storia come l’epoca del berlusconismo e dell’antiberlusconismo?) – riprende il prof Geremia – ora che prende piede la possibilitĂ  di uscire dalla crisi, nominando un governo di tecnici con a capo il prof. Mario Monti, si è giĂ  scatenato un putiferio
– Sono giĂ  cominciati – ribatte il collega Eligio – gli attacchi mediatici e speriamo non si metta in moto la famigerata macchina del fango (bella metafora per campagna diffamatoria a mezzo stampa o anche “metodo Boffo” per antonomasia).

Ho giĂ  letto su un giornalucolo la frecciata malevola di un opinionista di grido che oggi come oggi ha ancora voglia di scherzare: “come può fare un Monti quello che non è riuscito a fare un Tre-monti?”. Un altro avverte l’illustre economista che è pericoloso accettare (lui Monti) l’invito del Colle e stia attento che da Monti si può scivolare a valle… Perfino ho udito un prete (forse ispirato dallo Spirito Santo) ventilare, e sventolare, sogghignando divertito, l’ipotesi che Monti potrebbe entrare a Palazzo Chigi papa e uscire cardinale, anzi perfino semplice sacerdote…C’è pure un mio conoscente, un poveraccio, invece, che è rimasto e se ne sta tuttora basito dal turbinio di belle notizie che gli si rovesciano addosso, e si limita a mormorare “Chi ’a vo’ cotta e chi ’a vo’ crura…che babbilonia! (= Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda …Che baraonda, che confusione!).

– Cari colleghi – non può far a meno di intervenire il prof, Piermario – state riferendo un chiacchiericcio becero, petulante spesso qualunquistico…anche in una situazione così drammatica non si può accettare tutto quello che ci sarĂ  ammannito, per usare un eufemismo…non bisogna derogare da certi principi né si possono tradire i valori per i quali si è sempre combattuto, quindi apriamo gli occhi e capiamo cosa veramente sta succedendo, soprattutto siamo pronti a impedire che a pagare questa crisi siano i soliti deboli

– Hai ragione caro Piermario – dice preoccupato il collega Carlo – ma ora ci troviamo in un mare tempestoso, cerchiamo prima di non affondare, poi penseremo come poter salire su un’altra nave più solida e più giusta per tutti, a costo di costruirne una nuova.
(Fonte foto: Rete Internet)

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A SCUOLA SI ANTICIPANO LE “PULIZIE DI PRIMAVERA”

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Le dimissioni di Berlusconi porteranno anche un cambio del ministro della Pubblica Istruzione. È vero che il centro-destra ha badato solo a tagliare la spesa, ma col centro-sinistra le cose non andarono diversamente. Di Ciro Raia

Da qualche giorno si vive un clima da “cambio di governo” in tutto il Paese. Nonostante la drammatica e preoccupante situazione delle Borse, serpeggia, ovunque, una moderata speranza di cambiamento. Nella scuola c’è un’atmosfera particolarmente vivace, perché -più delle implicazioni personali per valori, ideologie, cultura, modi di esporsi e partecipare orientati verso il centrodestra o verso il centrosinistra (ma anche, marcatamente, verso la destra o verso la sinistra)- si respira un vento (una quasi certezza) da “cambio di ministro”.

Si sa, alla fine di ogni esperienza, le colpe dello sfascio sono sempre dei vertici e, nella fattispecie, del ministro in carica. Si chiami Maria Stella Gelmini o Beppe Fioroni, Letizia Moratti o Luigi Berlinguer fa lo stesso. C’è da dire, però, che, pur se ogni giorno investiti da continua mancanza di senso, solo raramente si è messa in discussione la deludente politica scolastica governativa degli ultimi quindici/venti anni, considerandola una diretta emanazione di un sistema governativo coscientemente così costruito! Dalle stanze del centrodestra, infatti, la politica nei confronti della scuola (pubblica) è emersa come animata solo da una volontĂ  punitiva: i docenti fannulloni e vacanzieri impenitenti, l’organizzazione aziendale con i pacchetti produttivi, la subordinazione gerarchica, gli standard d’apprendimento livellati e la valutazione meritocratica.

L’esatto contrario dell’altra sponda, il centrosinistra, dalle cui stanze, invece, ha spirato sempre l’aria di una politica scolastica di tipo eccessivamente rivendicativo, del tutto inadeguata a tradursi in occasione di rinnovamento serio, programmato e non demagogico.
Il piano di intervento scolastico del centrodestra dell’ultimo decennio ha avuto un solo leitmotive: il risparmio, la riduzione della spesa. Basta, per questo, rileggere la motivazione del ritorno al maestro unico nella scuola primaria (L. 169/2008), giustificata, unicamente, dall’esigenza di perseguire “gli obiettivi di razionalizzazione di cui all’articolo 64 del dl 25 giugno 2008, n.112”.

Precedentemente, negli anni di avvicendamento alla guida del Paese, quando era toccato al centrosinistra, non è che le cose fossero andate molto diversamente. Più fumo che arrosto, più forma che sostanza, più dichiarazione di intenti che riforme sensate e convinte: la demagogia degli organi collegiali, un poco chiaro concetto di collegialitĂ  (corresponsabilitĂ , unanimitĂ , maggioranza o altro?), il concorsone e i gradoni, una frettolosa revisione dei curricoli.
Forse, è inopportuno ma vero pensare che nessuno dei due schieramenti politici, negli ultimi quindici/venti anni, ha mai avuto in mente una sana e corretta politica per la scuola. Destra e Sinistra si sono contrastate, quasi sempre, contrapponendosi nelle scelte, abolendo (non migliorando) quanto fatto dagli altri, revisionando programmi e sistemi, abbandonandosi alla micidiale logica dello spoil system.

Una logica, quest’ultima, che, oltre a contrapporsi a quella del merit system, ha generato una distribuzione di incarichi, cariche e responsabilitĂ  unicamente agli affiliati della parte politica che aveva vinto le elezioni. Una sorta di “vae victis (guai ai vinti!)”, un monito per gli sconfitti: ai vincitori spetta il bottino! Così, è capitato che in poco più di un decennio si siano succeduti tre tentativi di riforme ordinamentali (riforma dei cicli di Berlinguer, riforma Moratti [2004] e riforma Gelmini), tre indirizzi programmatici (i contenuti essenziali del 2000, le Indicazioni Nazionali del 2004 e le Indicazioni per il curricolo del 2007) e tre riforme della valutazione della professione docente (il concorsone di Berlinguer, il tutor della Moratti e l’incentivazione (la premialitĂ ) ai docenti migliori della Gelmini).

In questa continua partita a dama, però, mentre le pedine bianche o nere (dipendeva da chi era al governo!) di Viale Trastevere si muovevano sulla scacchiera della politica, in contemporanea, è capitato che si sia perso di vista il progetto di scuola tracciato dalla Costituzione Repubblicana e imperniato sull’istruzione obbligatoria e gratuita, per almeno otto anni, come diritto e dovere di ogni cittadino! Si sono persi di vista, purtroppo, la scuola intesa come bene comune e l’alunno, che deve essere l’unico e privilegiato fruitore, con i suoi diritti, con i suoi doveri, con i suoi bisogni.

Allora è, forse, per questo che in questi ultimi giorni, in ogni scuola italiana si sta vivendo un clima di speranza, quasi, da pulizia di primavera. È come se si stesse, infatti, prossimi ad aprire le finestre, ad arieggiare la casa, a battere i tappeti e a spolverare i mobili. Ma non è solo con la speranza che può cambiare la scuola. Sono troppi i guasti prodotti negli ultimi anni e la scuola non è altro che lo specchio di una societĂ  in decadenza, senza ideali, senza motivazioni, senza risorse e senza cultura. Ci sarĂ  pure qualcuno che l’ha voluta ridurre così?

Spesso c’è venuto fatto di parlare del padrone che vi manovra. Di qualcuno che ha tagliato la scuola su misura vostra. Esiste? SarĂ  un gruppetto di uomini intorno a un tavolo con in mano le fila di tutto: banche, industrie, partiti, stampe, mode” (Don Milani, Lettera a una professoressa, 1967). Diabolico, forse, è stato accettare, sostenere e, talvolta, difendere le logiche e le giustificazioni di quel “gruppetto di uomini intorno a un tavolo” per contiguitĂ  partitica, per simpatia, per fede o solo per vigliaccheria. Però, è confortante, ora, prenderne atto: sta riemergendo, di nuovo, la speranza che qualcosa possa cambiare, nella societĂ  come nella scuola! Ed insieme sta riprendendo quota la voglia di reinveistire nell’arma formidabile dell’istruzione (in struere= costruire su).

Nei corridoi e nelle sale delle scuole continuano, però, le litanie contrapposte: “Preside, ci sono molti ragazzi non hanno ancora i libri, non studiano, non capiscono, rallentano l’apprendimento dei pochi bravi, necessitano di immediati provvedimenti punitivi, non mi lasciano finire il programma…”. E subito un altro coro rincara: “Preside, sono disoccupato, se avessi i soldi non comprerei i libri a mio figlio? Preside, abbiamo uno sfratto in corso; mio figlio non vuole più venire a scuola, perché si sente respinto, non si sente accettato, gli hanno giĂ  detto che sarĂ  bocciato”.

Credo che la scuola potrebbe fare moltissimi progressi se cercasse i modi per aiutare gli studenti a realizzare il loro potenziale invece di etichettarli quando non lo fanno”? (Carol Dweck, 2000). Non fosse altro che per questo, perciò, che è assolutamente necessario che le nuove politiche scolastiche, siano molto meno aziendalistiche e si sforzino di dare, invece, un senso concreto a parole come istruzione, educazione, formazione. Un impegno, insomma, teso a costruire una scuola, che cerchi seriamente di eliminare gli errori (tempi, spazi, strutture, programmi, metodi e conoscenze inadeguati, individualismi) e smetta di condannare unicamente gli erranti (gli alunni che perde e/o boccia).
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’IMPRENDITORIA NEI TERRITORI CON ORGANIZZAZIONI CRIMINALI (PARTE II)

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Cosa può succedere quando l”imprenditore continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione in presenza di organizzazioni criminali sul territorio.

Nel precedente articolo si è discusso delle modalitĂ  di adattamento che l’imprenditoria può assumere quando vive nelle zone con una qualunque concentrazione di organizzazioni criminali, che influenzano il comportamento operativo delle imprese.
Come detto non tutte le imprese reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali:
• Vi è chi chiude l’attivitĂ ;
• E vi è chi continua a lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione.

Per ciò che riguarda la seconda tipologia, rispetto alla modalitĂ  di adattamento alla presenza di organizzazioni criminali sul territorio, nel libro di R. Cantone e G. Di Feo “I Gattopardi” si mostra per l’appunto la suddetta tipologia di comportamento dell’impresa, che può avere due sottomodalitĂ :
• Chi diventa più competitivo sul mercato, riciclando denaro sporco tramite la propria impresa;
• E chi invece utilizza le organizzazioni criminali instaurando un franchising, tramite una forma di estorsione classica, dove i clan impongono l’assunzione di familiari in cambio di protezione.

In quest’ultima sottomodalitĂ , il soggetto solitamente mantiene un basso profilo. È un soggetto estremamente razionale, calcolatore, il quale tende ad essere sfuggevole e asociale.
Una immagine che non rispecchia il profilo tipico di un imprenditore, secondo l’immaginario comune.

Il magistrato Raffaele Cantone nel succitato libro afferma che in un indagine con la Guardia di Finanza, si è notata “una mappa della diffusione che non assomiglia ai classici esordi aziendali: in genere le aziende tendono a concentrarsi, anche per rendere più semplici rifornimenti e gestione. Mentre queste attivitĂ  risultavano disperse in più territori”.

Nell’esempio riportato ci troviamo di fronte ad un imprenditore del petrolio, che rientra nella seconda sottomodalitĂ  comportamentale di adattamento, per il quale i camorristi erano un vero e proprio service. Gli garantivano servizi. La protezione era uno di questi. Nessuna societĂ  lecita offre prestazioni simili: una copertura rischi completa.
“In pratica in questo caso ci troviamo davanti a un nuovo modo di fare imprenditoria in cooperazione con la mafia: l’imprenditore non è una vittima ma un partner consenziente”.

In questi casi non è semplice contestare il reato di associazione mafiosa né tantomeno il concorso esterno. Dato che il soggetto, il nostro imprenditore, non è inserito in un clan di riferimento specifico, ma è un imprenditore che in qualche modo utilizza i clan.

Una figura inedita. Non è un riciclatore esterno al clan e non è nemmeno un affiliato o un favoreggiatore. Siamo ai confini, del concetto di associazione a delinquere.
Un caso difficile da individuare dato il carattere borderline del modo di agire dell’imprenditore.

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