Somma perduta: la masseria Duca di Salza di Somma Vesuviana

Abitata anticamente da illustri famiglie, mostra ancora oggi i segni del suo antico splendore. Attualmente la proprietà si trova in uno stato rovinoso e abbandonato.

Masseria Duca di Salza 1974

 Alle estreme pendici settentrionali del Monte Somma, al confine tra Somma Vesuviana e Brusciano, troviamo il solitario palazzo rurale appartenuto alla nobile famiglia Strambone, Duchi di Salza.

La presenza di questa famiglia – come riferisce il compianto Raffale D’Avino –  è già attestata nel 1555 con tale Giacomo, regio governatore e proprietario di beni in Somma.Era la stessa famiglia che possedeva pure, già nel 1561, lo iuspatronatosull’antica cappella gentilizia di San Giacomo nel borgo medievale del Casamale, divenuta successivamente Chiesa di S. Maria della Sanità e poi Collegiata.Questa famiglia si imparentò con quella dei nobili Scozio di Napoli con il matrimonio tra Giulio Strambone e Giovanna Scozio. Probabilmente in questo ameno luogo, nel XVIII secolo, nella più sana tranquillità, visse e tenne le sue riunioni letterarie la nobildonna e poetessa Costanza Scozio. Il catasto onciario della Terra di Somma del 1744 attesta, invece, che il palazzo era circondato da ben 180 moggia di terreno vitato e fruttatoed era fornito di una piccola cappella rurale dove si poteva ammirare una pregevole tela seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino. La proprietà passò, in seguito, ai signori Luigi Giusso e Giacomo Forquet e da questi ai Carrelli di Napoli e, ancora, alla famiglia Romano. Attualmente la proprietà appartiene alla famiglia Cocozza e si trova in uno stato rovinoso e abbandonato. Il complesso – continua Raffaele D’Avino – è a pianta quadrata e si svolge su tre piani, di cui uno è quasi del tutto interrato e due fuori terra e coperto in parte da un altro tetto a capriate con coppi.La facciata imponente si allunga per più di cinquanta metri tra i numerosi alberi di noci con una piatta linearità, interrotta solo dai vani delle aperture e sottolineata da un lungo cornicione che si raccorda alla copertura con una semplice curva aggettante verso l’esterno. La capienza delle cantine denota l’importanza del luogo adibito un  tempo a raccolta e a conservazione della frutta locale. Il piano terra è attraversato longitudinalmente da una stradicciola di campagna,  che attraversa il cortile e si protrae nell’ aperta campagna circostante. Il vasto cortile è adorno, al centro, di un pozzo in piperno lavorato. L’ imboccatura della cavità è a pianta quadrata ed è ben inserito nel sobrio contesto. Indicative sono alcune date scolpite: quella del 1633, incisa sull’ abbeveratoio, ricavato in un enorme blocco di piperno squadrato, non più sul luogo; e quella del 1682 visibile sulla parte nord dell’imboccatura del pozzo.

Masseria Duca di Salza 1975

Dal cortile si accede mediante un ampio scalone al primo piano. Entrando, sulla destra, vi erano i cosiddetti ambienti di rappresentanza con vaste sale ed un lungo salone, un tempo, riccamente decorato. La cappella gentilizia è ubicata in un ambiente nell’angolo del palazzo con l’accesso principale sulla facciata esterna. Particolare resta l’alta e caratteristica torre della colombaia, sita ad ovest, staccata dal palazzo che versa in un immeritato abbandono e del tutto pericolante. Sono poche le decorazioni vistose che si rinvengono nell’intero complesso e ciò denota una serena sobrietà dell’edificio. Dappertutto regna una linearità ed una compostezza – conclude D’Avino – tutta quattrocentesca, anche se si pensa che il tutto fosse stato eretto qualche secolo dopo. Il silenzio, oggi, è il solo padrone ed il solo abitante di questo immenso palazzo ancora in parte in buone condizioni. Basta chiudere gli occhi e miscelare per un attimo sogno e realtà: ecco ad un tratto una lenta mucca che attraversa il cortile polveroso, trainando un carretto dalle enormi ruote colmo di fieno e quasi all’improvviso, tra le racchiuse mura, rimbalza potente il nitrito di cavalli.

Foto di Raffaele D’Avino

76esima Mostra del Cinema a Venezia: successo di “Martin Eden” di Pietro Marcello

Alla 76esima Mostra d’Arte Cinematografica, dal 28 agosto al 7 settembre 2019, organizzata dalla Biennale di Venezia, è stato un successo anche per il film girato a Napoli, “Martin Eden” scritto, prodotto e diretto da Pietro Marcello. Interpreti principali, Luca Marinelli (Martin Eden), Jessica Cressy (Elena Orsini), Carlo Cecchi (Russ Brissenden); Coautore, Maurizio Braucci; Coproduttori, Peppe Caschetto, Dario Zonta e altri; Montaggio Aline Hervè e Fabrizio Federico; Fotografia, Alessandro Abate e Francesco di Giacomo; Scenografia, Luca Servino e Roberto De Angelis; Costumi, Andrea Cavalletto; Musiche, Marco Messina, Sasha Ricci e Paolo Marzocchi; suono, Stefano Grosso; Effetti speciali, Luca Bellano. La proiezione, lunedì 2 settembre, è stata salutata con 9 minuti di applausi.

Il regista nato a Caserta nel 1976, ex studente in pittura dell’Accademia della Belle Arti di Napoli, autodidatta, fra i fondatori del partenopeo DAMM di Montesanto, era già transitato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sua 64ª edizione, con il documentario del 2007 “Il passaggio della linea”, prodotto da Indigo Film in collaborazione con RAI 3, sulla vita dei viaggiatori a bordo dei treni italiani, fra cui Arturo il novantenne europeista.

Dopo il pluripremiato primo lungometraggio del 2009, “La bocca del lupo”, prodotto dalla Indigo Film, Avventurosa e Fondazione San Marcellino, storia di vinti ma di un vero amore.

Nel 2019, 110 anni dopo l’uscita del romanzo di Jack London, Pietro Marcello sbalordisce il Lido di Venezia con il suo cinematografico “Martin Eden” che qui ha le sembianze di un marinaio napoletano che con la sua storia attraversa il Novecento nella libera trasposizione originata dalla lettura del capolavoro della letteratura USA avvenuta venti anni fa su suggerimento dell’amico Maurizio Braucci a Pietro Marcello.

Tra il 1906 e l’inizio del 1907 Jack London, (all’anagrafe John Griffith Chaney London, California, San Francisco 1876 – Glen Ellen 1916) scrittore, giornalista, drammaturgo all’apice del successo, salpato da San Francisco, a bordo del costoso “Snark”, produce molte pagine del suo “Martin Eden” e da allora dover scrivere al ritmo di “1000 parole al giorno per 365 giorni l’anno” per coprire le spese di realizzazione di due sogni: l’acquisto di un ranch per una vita stanziale e il possesso di uno jacht per un giro del mondo.

Il romanzo tratta la parabola della vita di un giovane marinaio di San Francisco che ad Auckland, in un crescendo di sacrifici e carriera, di illusioni e sogni realizzati, di accelerazione dell’ascensore sociale fino all’autodistruzione, il tutto alimentato dalla sete di cultura e dall’arte della scrittura. Come la vita dello stesso Jack London, a tratti, anche degli stessi sceneggiatori, Pietro Marcello e Maurizio Braucci, cioè “Quella di chi si è formato attraverso la cultura incontrata lungo la propria strada”, come affermavano in conferenza stampa da Venezia il giorno del debutto. “E per questo stesso motivo, condividendo similari esistenziali percorsi formativi – ha svelato il sociologo Antonio Castaldo – una volta convocato dall’agenzia “Klab4”, ho accettato di prendere parte al film “Martin Eden”, anche come figurante, cortocircuitando su quel set cinematografico, in sintesi londoniana, i ricordi del libro letto in gioventù; la non realizzata aspirazione di far parte della gente di mare; gli anni di vita fra Sud e Nord Italia e Germania;  la vita quella di studente lavoratore presso l’Università di Napoli; quella frammentariamente riuscita dell’attività attoriale; quella più compiutamente dispiegata nella professione giornalistica; quella del gratuito servizio per la coesione e l’identità della comunità di appartenenza; infine della via dell’autorealizzazione, della costruzione sociale e mai dell’autodistruzione”.

In questi giorni, fra il cinema marcelliano che si esprimeva a Venezia e la realtà politica nazionale che riverberava da Roma si incontravano poetica e valori, simboli e azioni, arte e vita, in tutta la loro potente positiva esemplarità, nella nomina del nuovo Ministro alle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, ex bracciante, attivista sindacale, impegnata nella politica, ora nell’incarico governativo, alla quale vanno in primis, la solidarietà per i vili attacchi social subiti perché non è laureata né diplomata,  e poi gli auguri di buon lavoro a lei e all’intero Governo con tutti i Ministri insieme al Presidente Giuseppe Conte.

Il sociologo Zamprotta a Maurizio De Giovanni: “Insieme salviamo Napoli”

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Il sociologo Carmine Zamprotta, autore del pamphlet “La città insensibile” (Graus Edizioni), intervistato dal quotidiano Articolo21.orgrisponde all’accorato appello dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni che, nei giorni scorsi, ha fatto seguito alla voce del proprio figlio Giovanni che su sul social network Facebook ha sottolineato come la sua famiglia, in un solo anno, ha subito un furto in casa, due furti di scooter, un tentato furto d’auto e una tentata rapina a mano armata e tutti nei quartieri cosiddetti della “Napoli bene” di Posillipo e del Vomero.

Maurizio De Giovanniha chiesto di “scendere in campo e unire le forze, per provare a cambiare o a migliorare il senso civico della cittadinanza, perché Napoli non è una città che si abbandona”.

Carmine Zamprotta, da sempre impegnato in progetti di recupero di minori a rischio della periferia partenopea e in passato anche come consulente del Tribunale dei minori, si è immediatamente unito alle dichiarazioni dello scrittore con la seguente dichiarazione: “L’appello di Maurizio De Giovanni giunge in un momento fondamentale, occorre risvegliare le coscienze di chi vive in città, a partire da una nuova classe dirigente che operi con il contributo di quell’intellighenzia rimasta in silenzio sino ad ora. Si, è giunto il momento di fare fronte comune, al di là di steccati e delle poche ideologie che ancora resistono. Napoli è una città unica nel genere, che nessuno dovrebbe abbandonare, occorre una netta presa di coscienza da parte di tutti affinché si produca un recupero del territorio, a cominciare dalle aree poste ai margini della città. Il riscatto sociale, politico e culturale sarà possibile solo quando tutti insieme, nessuno escluso, decideremo di marciare nella stessa direzione. Solo allora Napoli sarà libera e salva dalle ipocrisie”.

Sono chiare le parole di Zamprotta, l’intellighenzia napoletana deve “superare gli steccati ideologici e camminare nella stessa direzione per salvare Napoli risvegliando le coscienze”.

Ci si auspica, quindi, la possibilità che a queste dichiarazioni ci sia un seguito concreto fatto di idee e persone tutte unite dall’obiettivo comune che si chiama Napoli.

 

“La città insensibile”, Graus Edizioni, con prefazione di don Tonino Palmese, presidente della Fondazione Polis, affronta in maniera lucida e dettagliata, le problematiche di una città “insensibile” di fronte all’ascesa al potere della criminalità organizzata e sorda ai bisogni della società.

Sant’Anastasia, inizio anno scolastico: la lettera del sindaco e dell’assessore Beneduce agli alunni

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Inizierà l’anno scolastico per tutti i plessi degli Istituti Comprensivi nei primi tre giorni della settimana prossima, con la novità per il I° e II° Comprensivo della nuova dirigenza.

Lasciano, infatti, il I° Comprensivo la Dirigente Maria Capone per fine rapporto ed il II° Comprensivo la Dirigente Maddalena De Masi per trasferimento, ed assumono l’incarico la prof. Adele Passaro al I° Comprensivo e la prof. Pasqualina Varchetta all’ Istituto che, secondo la nota USR Campania Reg. Uff.. U. 0017026 del 25/07/2019, ha assunto la nuova intitolazione: Istituto Comprensivo “Leonardo da Vinci”, lasciando invariate le denominazioni dei plessi Santa Caterina, Boschetto ed Elsa Morante.

Come consuetudine l’Amministrazione rivolge l’augurio per il nuovo anno scolastico con una lettera, firmata dall’ass. alla P.I. Bruno Beneduce e dal sindaco Lello Abete, che riportiamo integralmente.

“Cari studenti, un altro anno scolastico ed un’altra meravigliosa avventura vi attende.

Anche quest’anno desideriamo rivolgere a voi tutti, un saluto ed i più sinceri auguri di buon lavoro perché  questo anno scolastico possa contribuire a costruire quel meraviglioso ed unico edificio che è la vostra vita.

Sappiate affrontare con forza, coraggio ed entusiasmo le asperità e le difficoltà che incontrerete fino a giungere ai risultati sperati e meritati.

Siate i migliori studenti che riuscirete ad essere, per diventare i migliori cittadini che sarete  domani.

A voi docenti, vera anima e fondamento prezioso del processo di diffusione della cultura e del sapere, auguriamo di assolvere con la consueta capacità il difficile  ma gratificante compito di alimentare  i talenti, le passioni e i sogni dei ragazzi, di renderli consapevoli della bellezza e della potenza della cultura affinché  formino liberamente le  loro coscienze.

Compito che assolverete in questo anno scolastico, come nei precedenti, con passione, dedizione e capacità professionale.

A tutte le Dirigenti scolastiche ed in particolare  a quelle che da quest’anno guidano i nostri Istituti Comprensivi, cui rivolgiamo un sincero benvenuto, auguriamo di profondere tutta la loro energia e competenza,  in sinergia con i collaboratori scolastici, col personale ATA e con tutte le componenti del mondo scolastico,  al fine del raggiungimento degli obiettivi auspicati, nella consapevolezza che il loro conseguimento non può prescindere dalla collaborazione di tutti.

Infine, ai più piccoli che muovono i primi passi nella scuola, auguriamo di conservare  la potente energia delle meravigliose sensazioni ed emozioni che proveranno in questo giorno, con la speranza che il loro sguardo sul mondo sia sempre sereno e pieno di curiosità”.

Omicidio Cerciello Rega: la procura militare sta accertando responsabilità del collega, Andrea Varriale

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La procura militare ha aperto un fascicolo e sta indagando per appurare se vi siano profili di responsabilità di Andrea Varriale, il collega del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ucciso a Roma nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorso.

LA CHAT. Varriale ha dato infatti più di una versione e diverse contraddizioni sono al vaglio degli inquirenti. Ma c’è anche una chat su whatsapp che testimonia come i due carabinieri sapessero perfettamente che Sergio Brugiatelli non era una vittima di scippo.

LA PISTOLA. Nel primo verbale, Andrea Varriale sostiene di aver avuto con sé l’arma. Sentito dal pm sementisce la prima versione e ammette che non aveva la pistola. C’è da dire che i carabinieri, come tutti i militari, sono obbligati a portare sempre l’arma d’ordinanza, anche quando svolgono una operazione in borghese. L’arma, ma anche il tesserino e nel marsupio di Mario Cerciello Rega non c’era nemmeno quello, mancavano peraltro anche le manette.

IL PERSONAGGIO DISCUTIBILE. Sergio Brugiatelli non era una vittima, ma un personaggio coinvolto in uno spaccio – truffa. E i carabinieri lo sapevano. Un’ora prima di essere chiamati dai colleghi in borghese a piazza Mastai, Cerciello Rega e Varriale hanno già un quadro della situazione. È il maresciallo Mauro d’Ambrosi a mandare a Varriale alle 00,15 una foto di Sergio Brugiatelli e Natale Hjort.  E Cerciello al telefono con la centrale spiega di sapere perfettamente chi sia l’uomo che denuncia l’estorsione: «L’amico già l’abbiamo fermato aveva fatto una “sola” ad una persona».

Sono molte le ombre sulla vicenda, ma le responsabilità di Varriale che si dovranno accertare sono relative soltanto alle modalità con cui è stata condotta l’operazione e alla versione non veritiera che ha fornito in prima istanza, cosa molto grave per un pubblico ufficiale. Le registrazioni delle telefonate dimostrano invece come il collega abbia tentato in ogni modo di soccorrere Mario Cerciello Rega. Un’arma avrebbe di sicuro fatto la differenza. In ogni caso, sulla condotta della difesa di Elder e Hjort questi particolari conteranno molto.

La festa di Piedigrotta nel racconto di Mastriani: musiche e tarantella, il re, i soldati, e le “dame” affacciate ai balconi per farsi ammirare

I balconi affittati a prezzi elevati lungo le strade percorse dal corteo reale e dai soldati. Il culto del dio Pan e la festa della fecondità. Anche Garibaldi si recò al santuario di Piedigrotta. Le tarantelle e il suono dei putipù e degli scetavajasse respingono il malocchio: la “scampagnata” e il consumo di fichi. La splendida descrizione che Francesco Mastriani “compose” – è una prosa sinfonica – nel  1856.

 

Non ci dobbiamo meravigliare del fatto che a Napoli “la ricorrenza del Nascimento” della Beatissima Vergine si celebra in quella “grotta di Pozzuoli” in cui, secondo la tradizione, e forse anche secondo il “Satiricon” di Petronio,  si svolgevano i riti orgiastici in onore di Pan, nume della fertilità maschile. Fu decisione strategica del  Cristianesimo costruire chiese sui templi pagani e “cristianizzare” quelle feste degli dei antichi che erano diventate un radicato costume sociale, e dunque non solo non era facile, ma risultava anche controproducente cancellarle del tutto. Nel 1856 scrive Francesco Mastriani che il santuario nella “grotta di Pozzuoli” è frequentato per tutto l’anno solo da “pescatori, marinai ed altra gente di questa povertà”, ma l’8 settembre il luogo si trasforma: diventa “ricchissimo di pompa, di onori, di gente infinita” che accorre a visitarlo, e anche il re e i membri tutti della famiglia reale “si prostrano  riverenti e umili ai piedi di quella Donna che con occhio così benigno guarda a questa bella parte d’Italia e vi spande le grazie della sua efficace protezione”. Il caso volle che proprio  il 7 settembre di quattro anni dopo Garibaldi entrasse da conquistatore nella città di Napoli, da poco abbandonata dal suo ultimo re: e dopo la visita al Duomo e alle reliquie di San Gennaro, il generale si recò anche al Santuario di Piedigrotta: per non offendere i sentimenti religiosi dei Napoletani. Mastriani  definisce “unica al mondo” la festa di Piedigrotta, poiché “ in verità non sappiamo di altra festa che riunisca tutti gli elementi sociali in una così bella manifestazione di ossequio alla religione”: e infatti già molti giorni prima dell’8 settembre arrivano a Napoli folle di “ospiti di ogni ceto, e massime degli uomini di campagna” i quali abbandonano per poco tempo il loro lavoro per partecipare, con tutta la famiglia, a questa festa “civile, militare e religiosa”, “istituita dall’immortal Carlo III per il recupero del regno”.

“Gruppi innumerevoli di contadini dalle fogge più curiose e svariate” sfilano lungo Toledo, Santa Lucia, il Chiatamone e la Riviera di Chiaia fino al Santuario di Piedigrotta, e intanto raccontano ai loro figli le storie e le memorie della “più memorabile delle feste napoletane” e li esortano, come essi stessi erano stati esortati dai loro genitori, a trasmettere questi racconti ai loro figli. Dopo la visita al Santuario, inizia la parte “clamorosa” della festa. “Le moltitudini” incominciano  “a sperperarsi nelle adiacenti campagne”,  e i loro movimenti sono già passi di danza, accompagnati dagli scetavajasse, dai putipù, dai triccheballacche e dalle tammorre, e cioè da quegli strumenti al cui suono una lunga tradizione attribuisce il potere di mettere in fuga il demonio e i seminatori del malocchio.  Lo stesso potere  gli antichi lo attribuivano al dio Pan, al flauto e alla zampogna.. E per sottolineare certe corrispondenze, ricordiamo che durante questa festa i contadini erano soliti mangiare fichi, da sempre augurio simbolico di vita felice e prosperosa. Tornano anche altri piaceri: lungo le strade in cui sfilano il re, la sua guardia del corpo, e il corteo militare, tutti i  “balconi, terrazzini e terrazze sono coperti da ampie tende destinate  a schermire dai raggi del sole le più gentili damine, che hanno tanto sospirato il ritorno del dì otto settembre, per vedersi fatto segno agli sguardi di una sempre crescente calca di giovani.”  Su queste terrazze si fittavano anche le sedie, a un prezzo elevato: non c’era un varco da cui non spuntasse un “folto gruppo di teste umane”: tutti volevano vedere “l’amato Sovrano e i regali principi”. Anche il mare partecipava alla festa, perché le navi napoletane e quelle forestiere si “ornavano di graziose bandiere, quali abiti di gala”. Nel racconto di Mastriani i soldati diventano i protagonisti della festa, perché tutti, napoletani e forestieri, ammirano “l’irreprensibile aggiustatezza delle loro marce e fermate, del bel contegno marziale congiunto in esse ad un aspetto di compunzione e di umiltà religiosa”.

Ma dopo aver reso omaggio a Ferdinando II e alla truppa, Mastriani ci ricorda che Piedigrotta è, soprattutto nella “vigilia”, la festa di “canti, suoni e balli”: le “forosette”, e cioè le ragazze vivaci e audaci, intrecciano le danze “al suono di nacchere e tamburelli, e la tarantella classica e tradizionale spiega in questa congiuntura la grazia dei suoi passi, che sono tutta una storia d’amori.”. E’ la festa dei “torronari”, che mettono i loro banchi nei pressi delle chiese e vendono “giocherelli di pasta di miele e mandorlati “ che hanno la forma di “cerchi, cavalli, castelletti e figure di uomini e donne”. Mastriani conferma che “presso il popolo minuto” nei contratti matrimoniali le donne pretendevano che i mariti si impegnassero a condurle alla festa di Piedigrotta almeno una  volta.

E noi, dopo aver letto questa splendida pagina, ci chiediamo perché su Mastriani sia sceso l’oblio.

 

Ercolano, nascondeva hashish in borsa: arrestata 45enne

I carabinieri della stazione locale di Ercolano hanno arrestato una 45enne del posto per detenzione di stupefacente a fini di spaccio.
I militari l’hanno fermata in strada per un controllo e, notata la sua aria agitata, l’hanno perquisita. La donna portava nella borsa 3 panetti di hashish del peso di un etto l’uno. E’stata quindi bloccata, poi la perquisizione è proseguita nella sua abitazione dove, in un mobiletto della cucina, sono stati scoperti altri 39 panetti e 460 euro ritenuti provento illecito.
I 4 chili e 100 grammi di hashish ed il denaro sono stati sequestrati.
La donna è stata tradotta nel carcere femminile di Pozzuoli.

Somma Vesuviana, mezzo chilo di marijuana in casa: 21enne in manette

Un 21enne di Somma Vesuviana, Luigi Giuliano, già noto alle forze dell’ordine, è stato scoperto dai carabinieri della stazione locale in possesso di mezzo chilo di marijuana. Il ragazzo aveva nascosto la droga in casa e anche in luoghi comuni del condominio.
Lo stupefacente è stato sequestrato, il 21enne arrestato: dovrà rispondere di detenzione di stupefacente a fini di spaccio.
Terminate le formalità è stato tradotto ai domiciliari.

“Basta roghi”, in centinaia in marcia ad Acerra

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Centinaia di partecipanti alla marcia contro i roghi tossici di rifiuti si sono concentrati in piazza Castello, ad Acerra. La manifestazione è organizzata dal Comitato “Basta roghi” con l’ adesione di diverse associazioni della “Terra dei Fuochi” e dell’ area vesuviana.

“C’è stato un calo di tensione sui roghi nella ‘Terra dei Fuochi” – affermano gli organizzatori – e gli incendi di rifiuti, spesso provocati da piccole imprese che lavorano a nero e smaltiscono a nero, sono ripresi”.

“C’è da fare luce sugli incendi, con ogni probabilità dolosi, scoppiati in diversi impianti di stoccaggio rifiuti”, aggiungono i manifestanti.

Il 6 settembre ad Acerra ha chiuso per manutenzione l’unico termovalorizzatore esistente in Campania. Lo stop durerà 35 giorni. Il Comitato “Basta roghi” respinge l’idea di nuovi inceneritori che sarebbero “inquinanti”.

(FONTE FOTO: ILMATTINO)

Le “orecchiette “pugliesi divennero napoletane in un celebre “piatto” della “Taverna del Pallonetto”: le orecchiette con gli scampi..

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Piatto dell’eros, del piacere e della voluttà: simbolo del desiderio che non viene appagato sono le orecchiette che si spezzano. Le orecchiette pugliesi agli scampi erano presenti nel menù della “Taverna del Pallonetto”, mitico luogo in cui si poteva gustare tutta la cucina napoletana del pesce. Alberto Consiglio e il “sentimento del gusto”, aspetto essenziale della gastronomia di Napoli. 

 

Orecchiette con gli scampiIngredienti: orecchiette di pasta fresca 500gr., scampi 300gr.; pomodorini “pachino” 250 gr.; rucola 50gr.; ½ bicchiere di vino bianco; olio aglio sale q.b.Incidere su entrambi i lati gli scampi, poi disporli in un tegame con olio e spicchi di aglio; far soffriggere per pochi minuti e versare il vino bianco ( o il brandy); quando il vino evapora, aggiungere i pomodorini tagliati e far cuocere per circa dieci minuti, in attesa che le orecchiette raggiungano il punto della perfetta cottura. Quando l’ hanno raggiunto, amalgamare il tutto e sull’ “amalgama” far piovere un trito di rucola. C’è chi gradisce anche un pizzico di panna o uno spruzzo di parmigiano.

A prima vista, è il piatto dell’amore sensuale, del desiderio. Lo osservi, incominci a gustarlo e pensi che dentro ci siano l’estate, il mare, la forza creatrice della natura, la Nuda Bellezza ( o la Bellezza Nuda, compresa quella che si manifesta sulle spiagge e nelle strade assolate). La suggestione viene dalla forma delle orecchiette, da tutto ciò che si dice sui poteri afrodisiaci della rucola e degli scampi. E dal brandy. L’autore della ricetta suggerisce, per la preparazione, vino bianco o brandy. Io preferisco il brandy, perché credo che sia più adatto del vino a raffinare e a smagrire la densa morbidezza e gli umori della polpa degli scampi, anticipando l’ azione di contrasto del tono amaro della rucola e orientandola verso il particolare sapore del pomodoro “pachino”.

Dunque, piatto dell’amore, ma anche dell’ ombra dell’amore, che è la sofferenza; piatto del desiderio, sì, ma condito dalla paura che questo desiderio resti inappagato, che sulla strada che porta all’obiettivo ultimo spuntino, all’improvviso, e uno dietro l’altro, gli ostacoli.

Ci avverte del pericolo l’orecchietta, che se non è di prima qualità, si rompe, e non è una bella cosa; ci avverte la rucola, che è erba ambigua: i Vesuviani, per esempio, attribuivano all’ “arucola di Spagna” solo la virtù di mitigare la tosse, e con l’aiuto della senape, di contrastare lo scorbuto. Ci avverte la corazza dello scampo, che protegge la polpa dalle armi culinarie e impone a chi vuole conquistarla, questa benedetta polpa, pazienza e destrezza nell’uso di forchetta e coltello. Ci avvertono, soprattutto, le chele, a cui noi abbiniamo fatalmente l’immagine delle forbici e l’idea del taglio e del troncamento. Arrasso sia… E’ l’ambiguità simbolica di aragoste, scampi e loro parenti. In nome del desiderio intenso che non è agevole appagare questo mirabile piatto può essere abbinato a quasi tutte le canzoni napoletane, perché pare che a Napoli solo l’amore infelice e il desiderio disperato abbiamo ispirato poeti e musici della canzone. Le “orecchiette”, tipo di pasta pugliese, divennero definitivamente napoletane grazie a Gennaro Polizzi e a Nicola Fortini che furono i “conduttori” della Taverna del Pallonetto e crearono e trasmisero ai loro eredi uno strabiliante menù di piatti a base di pesce: spaghetti alle vongole, zuppe, fritture di triglie e di calamari, e le orecchiette agli scampi: Nicola Fortini aveva imparato a trattare il tipo di pasta in una taverna del porto di Bari, in cui aveva lavorato. In realtà, già alla fine del ‘500 G.B. del Tufo parlava delle “strascinate e dei maccheroni incavati” della Puglia: a proposito di “strascinate”, un cronista del “Poliorama pittoresco” raccontava, in un articolo del 1838, che i clienti si divertivano ad osservare la destrezza e la velocità con cui le donne della taverna incavavano la pasta con un coltello a punta larga.

Ma doveva essere un’esperienza straordinaria mangiare  vermicelli a vongole, orecchiette agli scampi, lasagne e zuppa di soffritto in un luogo come il Pallonetto di Santa Lucia, tra i chiassosi giochi degli scugnizzi, mentre la luce si rifletteva sui panni stesi ad asciugare, e il profumo dell’acqua sulfurea del Chiatamone si svolgeva nell’aria ora con intensità, ora delicatamente.  In questo “teatro” si manifestava e si realizzava quel “sentimento del gusto” che Alberto Consiglio considerò carattere essenziale e inimitabile della cucina napoletana. Ma di questo parleremo prossimamente.