Pompei, 30enne tenta il suicidio: salvato da un carabiniere

Uno studente universitario 30enne, originario di Pompei, lo scorso venerdì in piena notte, ha tentato di togliersi la vita lanciandosi dal quinto piano dell’abitazione in cui vive. Dell’estremo gesto si è accorto in tempo il padre che ha subito tentato di dissuaderlo e di bloccarlo. Intervenuto anche un vicino, svegliato dalle voci dei due, ma a nulla sono valsi gli sforzi perché il ragazzo continuava a sporgersi pericolosamente dal balcone. Nel frattempo i parenti del ragazzo e i vicini hanno fatto allarmato il 112 per chiedere l’aiuto di una pattuglia dell’arma. Nell’appartamento, nel giro di pochi minuti, sono intervenuti i carabinieri della stazione di Pompei. Entrati in casa, i militari hanno parlato con il 30enne per tentare di tranquillizzarlo ma l’uomo all’improvviso si è sporto ancora di più oltre la ringhiera del balcone. A quel punto un carabiniere lo ha afferrato per un braccio e lo ha tratto in salvo. Nel ribellarsi, il 30enne ha anche morso e spintonato uno dei Carabinieri che è stato medicato in ospedale. Anche il 30enne è stato trasportato in ospedale e resta ricoverato.

Eccellenze nolane, l’agricoltura Eubiotica sul Vesuvio

Martedì 11 giugno alle ore 20, presso il museo archeologico di Nola, con la cooperativa sociale “Eccellenze Nolane” ecco l’agricoltura Eubiotica del Vesuvio. Basato su accurati studi scientifici, grazie alla collaborazione di ricercatori e agronomi, il piano complessivo di “Agricoltura Eubiotica” di Eccellenze Nolane è partito dalla necessità di recuperare terreni troppo sfruttati e di risanarli. A raccontare la strategia e il lavoro profuso sarà il presidente della Cooperativa, Giovanni Trinchese, affiancato da esperti del settore. “Abbiamo fatto solo una concimazione organica – sottolinea Giovanni Trinchese -senza l’utilizzo di alcun diserbante o fertilizzante chimico che avrebbe ucciso i microrganismi buoni”. L’obiettivo è stato raggiunto: oggi quei terreni sono fertili. Pronti a far nascere specialità autoctone dell’Agro-Nolano che sembravano del tutto scomparse. Oltre le coltivazioni dell’Antico pomodoro di Napoli (che porta il nome scientifico “Smec 20”) e di zucchine San Pasquale, i soci di Eccellenze Nolane stanno seminando, tra gli altri semi autoctoni, le papaccelle, la zucca napoletana lunga, la melanzana a grappolo, la cima di viola e la tonda di Scafati. Di questa sfida – che dopo due anni ottiene una prima significativa vittoria – il presidente di Eccellenze Nolane, Giovanni Trinchese, parlerà con Antonio Limone, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, Luigi Montano, uroandrologo, coordinatore del progetto di ricerca Eco Food Fertility, Riccardo Riccardi, agronomo. Al dibattito, coordinato dalla giornalista Brunella Cimadomo, prenderanno parte anche Giacomo Franzese, direttore del Museo Archeologico di Nola, e Lorenzo Vecchioni, presidente della Fondazione Festa dei Gigli. Per celebrare il Ragù del Cullatore e i prodotti eubiotici sono attese le preparazioni esclusive dello chef Paolo Barrale, stella della cucina e del maestro pizzaiolo pluripremiato Gianfranco Iervolino (pizzeria “450°” di Pomigliano d’Arco). Contemporaneamente al lancio del Ragù del Cullatore con l’Antico pomodoro di Napoli e del distretto Eubiotico, a New York City, Ciro Iovine di “Song ‘e Napule”, considerata dal Gambero Rosso migliore pizzeria al mondo fuori dall’Italia, servirà delle Montanare con l’uso degli stessi prodotti di Eccellenze Nolane.

Terzigno si rivela un “luogo” ideale per la presentazione del libro di V. Panarese:” E se Zeus fosse nato a Napoli?”

Il sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri, e l’assessore alla Cultura, Genny Falciano, hanno voluto che le sale del Museo Archeologico ospitassero, sabato 8 giugno, la presentazione del libro di Virgilio Panarese. E così abbiamo potuto cogliere la significativa corrispondenza tra l’idea di Napoli su cui è costruito il romanzo e il mito eterno dei “luoghi” vesuviani, che Terzigno, con la sua storia e con il suo ambiente, rappresenta splendidamente.   Il protagonista del romanzo di Virgilio Panarese, un ingegnere quarantenne, torna a Napoli dopo aver trascorso molti anni in Inghilterra e, mentre costruisce il suo “presente”, ripercorre i luoghi della memoria, i vicoli, le piazze, il paesaggio, le “tavole” dove ha vissuto adolescenza e giovinezza. E scopre, prima preso dallo stupore, poi affascinato, che quegli edifici, quelle strade, quei personaggi che egli pensava di aver conosciuto in maniera definitiva, ora, nei colori, nei dettagli, nelle voci si presentano come diversi. Come nuovi. L’ingegnere, mentre cerca il suo passato, scopre un “mondo” sorprendente che merita di essere raccontato. Il libro di Panarese nasce dalla riflessione su un paradosso che ha sollecitato l’attenzione di molti “innamorati” di Napoli, Collodi, Fucini, Sartre, Achille Campanile: Napoli è una città “antica” che sembra prossima al tramonto, perché i suoi “luoghi” comuni, la sua musica, la sua luna, le sue voci pare che si stiano spegnendo: poi ti accorgi, all’improvviso, che quella magia non è morta, ma vive sempre, indossando una veste diversa, e però con la stessa capacità di incantare. E così scopri che credevi di aver capito e visto tutto di Napoli, e invece eri fermo alla superficie. Virgilio Panarese racconta la sua storia con una prosa e con uno stile in cui il realismo di certe descrizioni, il linguaggio della meraviglia davanti alla bellezza dei luoghi e le immagini dell’orgoglio e della malinconia che caratterizzano i napoletani autentici costituiscono una vera e propria sinfonia. Panarese sa, come lo sapeva Domenico Rea, che nel “teatro” eterno di Napoli mille napoletani non formano una folla, come accadrebbe in altre città, ma rimangono mille personaggi, diversi l’uno dall’altro, e capaci di comunicare la loro personalità con un gesto, con un sorriso, con una parola. Sabato mattina abbiamo subito “sentito” che Terzigno era un “luogo” ideale per la presentazione del libro di Virgilio Panarese, e che le sale del Museo Archeologico, destinate a custodire e a mostrare al pubblico gli straordinari reperti delle “ville” romane, rappresentavano, con l’evidenza del simbolo, questa corrispondenza di significati e di valori: lo ha detto anche lo scrittore nelle dichiarazioni rilasciate dopo la manifestazione. Tra le “ville” romane e il Vesuvio che incombe solenne e superbo si sviluppa una storia affascinante in cui ogni atto del passato rivive nel presente e ogni vicenda va a collocarsi nella dimensione eterna del mito: perfino i vigneti di Terzigno inducono a immaginare che nelle notti di luna Dioniso si aggiri lungo i filari. Lo ha detto chiaramente l’assessore alla cultura Genny Falciano: il Museo darà un contributo determinante non solo allo sviluppo culturale e turistico del territorio, ma anche alla definizione solida e profonda dell’identità “vesuviana” di Terzigno: un’identità complessa, che non si riduce alla battaglia contro il vulcano, ma tocca le categorie dello spirito e la concezione della realtà. E la presentazione del libro di Panarese, di “questo” libro, è un momento del percorso che conduce a un obiettivo così importante. Siamo certi che l’assessore Falciano non trascurerà il valore storico e culturale di alcuni quartieri della città, di case e di cortili che nella loro bellezza portano i segni manifesti della storia. Una splendida “mattinata” dedicata al piacere della cultura: un incanto di parole e di immagini, e poi la musica del Maestro Tagliaferro, e la saggia riflessione di don Gianluca Di Luggo sull’etica del saluto e sul rispetto delle persone. Che è, nonostante tutto, un valore eterno della civiltà  napoletana e vesuviana.  

La foto di Enzo sul giornale

Domenica pomeriggio sono tornato a San Giorgio a Cremano per il funerale di un amico. La Chiesa era di fronte a uno degli ingressi di Parco Bacci. Quello che avevo visto sul giornale circa quattro anni fa, teatro dell’uccisione di un trentenne. Prima ancora di scorgere in un riquadro in fondo alla pagina la sua foto, avevo capito già che il giovane accoltellato a morte era Enzo, mio alunno a metà degli anni ‘90. Così come alunno della mia scuola è stato anche il suo presunto assassino, nel dopo terremoto. Per quasi vent’anni ho fatto l’insegnante e il preside nelle due scuole medie presenti nel quadrilatero formato da via De Gasperi, via Gramsci, via Botteghelle e via Marconi, con Parco Bacci, Sant’Agnello e Cortile Borrelli. Una zona socialmente complessa e piena di contraddizioni, tutte riversate nelle scuole. Di alunni difficili ne abbiamo avuto un sacco. Ma è evidente che non sto parlando di semplici alunni indisciplinati, maleducati, pronti alle marachelle e ai “filoni”, che non si applicano nello studio e disturbano la lezione, che approfittano delle debolezze di alcuni insegnanti per fare i comodi loro. Parlo invece di alunni capaci di mettere in crisi il sistema scuola, a volte i servizi sociali, e che richiamano spesso l’attenzione delle forze di polizia e del tribunale dei minori. A distanza di anni sono quelli che ricordo di più. Gli alunni bravi sono andati avanti con passo veloce grazie a loro stessi, alle loro famiglie e un po’ grazie a noi. Anche gli alunni meno bravi se la sono cavata in qualche modo, impropriamente aiutati da noi, visto il destino di parecchi di loro a divenire analfabeti di ritorno. Ma per gli alunni più difficili rimane il rammarico di non aver fatto quanto era nelle nostre possibilità, di esserci arresi troppo presto, alla fine di averli esclusi anziché includerli. Vigeva e vige la regola che chi non si adegua alla scuola, chi non risponde positivamente ai sempre scarni tentativi di recupero, viene messo fuori. Bisogna essere severi per la tutela della maggioranza degli studenti e per il buon nome della scuola, si dice ipocritamente. Quello che ancora mi rattrista e in certi momenti mi procura degli incubi è il non aver colto, il non aver capito, tutti i segnali che arrivavano in continuazione da questi alunni, veri e propri SOS, richieste di aiuto, nei modi e nelle forme più disparate. Perfino con le ribellioni o con il volersi mettere in mostra. Il non aver colto nei loro sguardi, oltre la sfida e lo scherno per le istituzioni, qualche volta un lampo di paura, di disorientamento, il rifiuto di un ruolo di duri che si vedevano costretti a svolgere. Non mi perdono il senso di liberazione che qualche volta abbiamo provato quando qualcuno di questi alunni se n’è andato, non ha frequentato più. E, quando magari compiendo reati più o meno gravi sono incappati nei rigori della legge, ci siamo detti: “Figurarsi che potevamo fare noi!”. Come se fossero nati votati alla delinquenza. Ricordo che, quando Enzo arrivò, portò il subbuglio nella nostra comunità scolastica. Insegnanti seri e motivati rimasero allibiti dinanzi ai suoi comportamenti e atteggiamenti, i compagni lo temevano rimanendo a distanza da lui. Incapaci di trovare una strategia educativa adeguata, pensammo di sospenderlo dalle lezioni con qualche frequenza. E con preoccupazione pensavamo, compagni e insegnanti, ogni volta a quando sarebbe rientrato. Lui si incattiviva con noi, e noi con lui. Poi una mattina, doveva “essere accompagnato per essere riammesso” si dice in gergo, lo portò a scuola il nonno. Lui e il nonno erano uguali a tutti i nonni e nipoti. Questo signore, in presidenza, cominciò a parlarmi del ragazzo, delle difficoltà che si vivevano a casa sua, del padre in carcere, dei suoi sbandamenti e delle sue insofferenze. Poi fece avvicinare il nipote, inaspettatamente docile, gli scoprì la schiena e mi mostrò tutta una serie di enormi lividi che il ragazzo aveva. Il padre dal carcere aveva pregato un amico di andare a dare una lezione al figlio perché si comportasse meglio. Mi rimase impresso lo sguardo del ragazzo, tra spavaldo e implorante. Lo stesso che ho ritrovato nella foto dei giornali. Enzo alla fine dell’anno fu bocciato. Io andai via per un distacco sindacale. Sentivo qualche notizia di lui da un collega che incontravo. Poi più niente. Diversi anni dopo lessi del padre ucciso in un agguato. Poi, a settembre del 2015 la notizia dell’omicidio e la sua foto sul giornale. Quando i nostri alunni difficili muoiono di morte violenta, allora non cerchiamo più alibi e giustificazioni per non averli saputo includere e quindi per averli esclusi, e ci assumiamo le nostre responsabilità. Quando dovevano stare a scuola e non nel posto sbagliato, come Giovanni, Cesare e tanti altri. Ma anche quando la scuola l’hanno lasciata da un pezzo e ormai hanno trent’anni, come Enzo. Usciamo fuori e piangiamo amaramente, perché questi ragazzi, a suo tempo, li abbiamo traditi anche noi. (fonte foto: rete internet)

Somma Vesuviana, al 3° Circolo Didattico una manifestazione sulla legalità

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Al 3^ Circolo Didattico di Somma Vesuviana gli alunni delle classi quinte, nella serata di martedì 4 giugno 2019, si sono esibiti in una manifestazione di fine anno avente come tema: “La legalità cresce sui banchi di scuola”.

Mediante un linguaggio semplice e genuino gli alunni , opportunamente sensibilizzati dalle insegnanti Rosa Allocca, Giuseppina Rianna , Grazia Cozzolino e Francesca Giugliano hanno lavorato durante l’anno scolastico sui  temi della criminalità, del bullismo, del femminicidio, dell’immigrazione ed integrazione e della disoccupazione, attraverso recitazioni, balletti e una cartellonistica molto vivace e coinvolgente. Sono stati emulati gli immortali esempi di vita dei giudici Falcone e Borsellino, di Don Peppe Diana e di Siani, che hanno combattuto, in prima linea e senza essere stati sfiorati dalla paura per le conseguenze che si sono, poi, verificate, le ingiustizie e i soprusi contro la dignità umana.

La finalità formativa è stata quella di timbrare in ogni alunno la consapevolezza e la primordiale necessità del rispetto delle regole che impreziosiscono il genere umano e che lo indirizzano verso un alto livello di responsabilità e di convivenza civile e democratica. Gli alunni hanno comunicato la necessità di credere negli esseri umani, nella consapevolezza che in ognuno di noi deve necessariamente esserci la capacità di saper accettare fraternamente il proprio simile, di essere solidale e di rispettarlo nelle sua sacra costituzione di dignità umana , che non va affatto calpestata con violenze e soprusi, che quotidianamente si apprendono dai mezzi di comunicazione e nella realtà circostante.

Le tematiche trattate sono state, poi, sintetizzate nell’esposizione del CARTELLONE DELLA LEGALITA’ e i futuri cittadini del domani hanno commosso tutti nel dire che l’ ingiustizia si combatte seminando in ognuno di noi i germi dei valori etici, morali e civili e  deve essere fatto nel  rispetto delle regole in famiglia, a scuola, nelle comunità scolastiche e in tutte le agenzie educative e di ricreazione. Hanno ribadito che dobbiamo aver cura di avere sempre ordinato, lindo e ben tenuto il bel vestito della legalità e, se si dovessero verificare oltraggi ad esso, non dobbiamo far finta di non vedere ma dobbiamo avere il coraggio di denunciare.

Avendo, potendo, pagando

Ennesimo successo di pubblico e di critica della Compagnia Teatrale Omega di Cercola condotta dall’attore regista Francesco Amoretto anche fondatore del Gruppo. La compagnia ha messo in scena la divertente commedia AVENDO POTENDO PAGANDO di Nino Taranto e Gaetano di Maio presso la sala Teatro del circolo Combattenti e reduci Sez. Cercola, presidente avv. Mario di Tuoro, vice Aldo Improta. LA kermesse è stata rappresentata in due serate anche alla Rassegna Teatrale Città di Saviano presso L’AUDITORIUM del luogo con l’organizzazione del gestore Giovanni Palladoro e il Comune stesso. Rappresentava la compagnia il tenente colonnello Luigi Renzi del CONSOLATO AMERICANO. Altra fortunata rappresentazione è stata destinata ancora in due serate presso la sala Teatro nel’Istituto Sant’Anna a Cercola, responsabile Gianni Palladino di Associazione CIELI APERTI. La trama: la famiglia di Michele Assante non attraversa momenti felici in situazioni economiche. Il suo lavoro di Sensale di matrimonio non è redditizio, i debiti crescono, la moglie non vuole sapere ragioni. Lui decide di farla finita e decide di essere investito da un bus dal quale ne esce illeso. Viene informato dal fratello Nicolino che se fosse rimasto scemo avrebbe preso una pensione e avrebbe potuto vivere finalmente senza pensieri. L’idea è allettante. Michele ci riflette e si finge scemo e anche pazzo. Da questo momento risate fino alla fine a divertimento del pubblico accorso fino a ogni ordine di posto. La parola alla regia: “sono semplicemente contento delle interpretazioni dei miei ragazzi, i quali hanno saputo con maestria coprire i ruoli a loro assegnati. Bravi tutti”. Attori in scena: Mario Borrelli. Anna Alboreto. Anita Cristiano. Marco Errico. Stefano Gallo. Rosaria Gabellone. Mary Catapano. Fortuna Manferlotti. Christian Maglione. Marco Todisco. Marco Vittozzi. Liana Riccio. Paola Bagnoli. Francesco Amoretto. Luigi Sigillo. Ringraziamenti: ass. Regia: Mario Borrelli. Costumi e trucchi Anna Alboreto. Costruzione e allestimento Scenografie Marco Vittozzi. Collaborazione scenografie: Anna Alboreto. Marco Errico. Pasquale Cozzolino. Stefano Gallo. Marco Todisco. Marta Borghese. Pasquale Punzo. Trasporto: ditta Arcangelo Damiano di Volla. Microfoni e luci Rosario Mastrogiacomo. Direttore di scena Antonio de Falco. Ha presentato le serate la bella e brava Antonella Cerbone. Prossima replica presso Il teatro del CONSOLATO AMERICANO sito a Lago di Patria.

Brusciano, l’ex vicesindaco Salvati interviene sulla maggioranza che non c’è e una grossa bugia di Montanile

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Non è stato nominato l’assessore al Bilancio. Sette consiglieri hanno chiesto il rimpasto “Non si può più far parte di una Giunta che non è sorretta dalla maggioranza: sette consiglieri comunali di maggioranza hanno fatto richiesta scritta al sindaco Giuseppe Montanile di procedere ad una verifica/rimpasto di Giunta”, così Vincenzo Salvati mette in evidenza le profonde crepe del quadro politico di Brusciano, rassegnando anche le dimissioni da vicesindaco. “Il sindaco ha detto una clamorosa bugia. Nelle motivazioni allegate alla lettera di dimissioni ho chiarito il motivo politico che mi ha spinto a lasciare ed invece Montanile vuole far credere che si tratti di motivi personali e lavorativi. La verità è che il disagio di stare dentro un esecutivo bloccato e privo di slancio ha prevalso. Altro che ragioni personali: si tratta di una bugia bella e buona”, prosegue Salvati “Il sindaco fa finta di niente e non provvede ad avviare la verifica, così come non provvede alle tante esigenze della nostra Brusciano, sempre più in difficoltà e sempre più abbandonata dall’amministrazione comunale. Si può amministrare senza prestare ascolto ai cittadini?”, si chiede Salvati, che aggiunge: “Tra le tante inefficienze, si può pensare di non nominare un assessore al Bilancio (fulcro dell’azione amministrativa)? Eppure il sindaco finora non lo ha fatto e non ha alcuna intenzione di farlo” “Il mio impegno politico continua con lo stesso entusiasmo: il movimento #terranostra è onorato di rappresentare in consiglio comunale e nelle sedi opportune le richieste dei cittadini e di agire per il vero bene di Brusciano”, conclude l’ex vicesindaco.

Napoli, il cardinale Sepe accanto agli operai della Whirlpool

C’é attesa alla Whirlpool di via Argine dove  oggi il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, sarà tra gli operai per “condividerne, nella preghiera, la sofferenza, le attese e la forte determinazione nella difesa del posto di lavoro”.La celebrazione eucaristica é prevista alle ore 11,30. Concelebra don Tonino Palmese, vicario episcopale. Intanto, nello stabilimento di via Argine, prosegue il presidio dei lavoratori che, a turni di 50, passano le notti in fabbrica. Quella che si apre lunedì sarà un’altra settimana importante. Martedì alle 14 c’é il Consiglio comunale straordinario monotematico.Al termine una delegazione di consiglieri porterà a via Argine l’ordine del giorno approvato. Per il nuovo round al Mise, mercoledì 12, i lavoratori sono pronti a un nuovo sit-in nella Capitale.Proprio gli operai della Whirlpool apriranno venerdì 14 a Napoli il corteo di Fim Fiom e Uilm per lo sciopero generale dei metalmeccanici.Comizio di chiusura con la segretaria generale Fiom, Francesca Re David.

Gli ex voto devozionali di Santa Maria a Castello: una testimonianza di fede

Tra i verdi pendii del Monte Somma sorge l’antica chiesetta di Santa Maria a Castello, che da ben quattro secoli è meta di un ininterrotto pellegrinaggio e di un’intramontabile venerazione.  Sono numerosi i miracoli e le leggende aventi per protagonista la Mamma Schiavona, così denominata dai contadini locali. I numerosi ex voto generano nei fedeli una forte emozione e una  profonda commozione.   Il culto della Madonna di Castello è accomunato al mistico cerchio delle sette Madonne sorelle: la tradizione del popolo campano venera, infatti, sette Madonne in Santuari diversi dove vengono onorate e idoleggiate con riti e preghiere differenti. Le sette Madonne prendono il nome dai luoghi a cui sono legate o dagli attributi che le caratterizzano e sono: la Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia, la Madonna di Castello di Somma Vesuviana, la Madonna delle Galline di Pagani, la Madonna dei Bagni di Scafati, la Madonna dell’Avvocata di Maiori, la Madonna di Materdomini di Nocera Superiore e la Madonna di Montevergine. La tradizione, orale e scritta, rievoca numerosi miracoli concessi dalla Mamma Schiavona di Castello, così denominata dai contadini locali. A ciò si affiancano i numerosi ex-voto custoditi nelle sale interne della chiesa. Questo cospicuo patrimonio votivo, analizzato dallo scrivente nel 1993 sulla rivista Summana 28, era fino ad allora scarsamente conosciuto, non essendo mai stato oggetto di una vera ricerca e di uno studio particolare, ne essendo mai stata effettuata una sistematica catalogazione. L’uso di fare offerte alla divinità è certamente molto remoto e da ciò trae origine e si sviluppa lentamente in numerose civiltà la consuetudine dell’ex- voto. Nell’antica Roma, oltre alla precatio (preghiera) e alla devotio (devozione), si aggiungeva il votum (voto), che consisteva nel compiere una data cosa purché gli dei ne concedessero prima un’altra. Non è un caso che nel mondo romano i primi ex-voto li troviamo nei santuari di età repubblicana e imperiale. Gli oggetti votivi di Santa Maria a Castello sono stati creati nel tempo con forme e materiali diversi: pittura su vetro, su tavola e su tela; fotografie sbiadite; sbalzi in argento; metalli vari e lavori in legno. La maggior parte delle tavolette lignee sono temporalmente datate all’ inizio del Novecento, mentre qualcuna è dell’Ottocento: la tradizione votiva abbracciava un lungo periodo, forse già a partire dalla fine del Seicento. Moltissimi esemplari della collezione furono irrimediabilmente perduti dopo eruzioni, incendi e calamità. Collocati nei locali annessi alla chiesa, tuttora possono essere ammirati nello loro profonda bellezza. L’intera collezione si arricchisce, inoltre, di innumerevoli fotografie d’epoca, inumidite e sbianchite dal tempo. In effetti, con la scoperta della macchina fotografica, il cui uso fu divulgato negli anni ’20 del Novecento a Somma, la tavoletta pittorica venne parzialmente sostituita da riproduzioni fotografiche. Nell’ex-voto pittorico, in special modo, l’autore incaricato si sforzava di rappresentare, più realisticamente possibile, l’episodio per farlo rivivere intensamente nel fedele osservatore. I soggetti trattati sono raggruppati nelle seguenti tre tipologie: medicina e chirurgia, infortunistica e calamità. Interventi chirurgici, malattie, guarigioni, strumenti ortopedici, incidenti di caccia e da arma da fuoco, incendi, ritorno da guerre, sono questi i temi ricorrenti del voto devozionale. Il pittore di tavolette, che più ricorre, è l’artista sommese Vito Auriemma alias Vitillo (1887 – 1944). La didascalia annessa, e proposta in modo visibile, comprende generalmente il nome e cognome del miracolato con la data dell’evento. Le sigle, invece, che si trovano per lo più chiuse in un riquadro, oppure scritte nella parte bassa, rinnovano le espressioni comuni a divozione di o per grazia ricevuta. Fissa in riquadro di nuvole chiare (nube teofanica) appare, costante, l’immagine della Vergine di Castello assisa in trono. L’ex voto più antico (vedi foto), molto malridotto e mancante di alcune parti, è un dipinto su vetro recante nella parte bassa la caratteristica sigla V.F.G.A. (Votum fecit et gratiam accepit). La scena del dipinto raffigura l’intercessione della Mamma Schiavona per una donna ammalata, giacente in un letto, assistita e confortata dai familiari e dai medici.  Il miracolo più eclatante, ancora oggi ricordato dagli anziani del posto, è raffigurato, invece, in un ex-voto fotografico. L’immagine ritrae la miracolata Rosa Granata, distesa nel suo letto, in piena sofferenza con accanto un prete e i suoi familiari. La tradizione orale contadina ci attesta che la ragazza era stata posseduta dal demonio e, messa al cospetto della Vergine, era guarita dopo aver espulso attraverso il vomito una grande quantità di spilli. Oggetti votivi sono anche i vestiti nuziali, le trecce capelli, riproduzioni anatomiche, piccole bare. Quest’ultime venivano offerte in dono da coloro che si ritenevano scampati alla morte, soprattutto bambini. I capelli, invece, per lo più disposti in trecce, avevano nella ritualità contadina un significato sacrificale particolarmente elevato. L’acconciatura di lunghe e abbondanti chiome era il motivo di vanto per la donna dell’epoca: l’offerta in voto era un atto di dedizione molto profondo e personale. L’argomento, comunque, necessiterebbe ancora di un più accurato studio con opportune comparazioni con altre produzioni nei diversi santuari mariani della zona, tra cui Madonna dell’Arco. (FONTE FOTO: A.ANGRI/ C.GIBOTTA)

Le patate ‘mpacchiuse”, un piatto calabrese celebrato da un “pannazzaro” ottajanese, non “pacchista”, ma con la “bardinella”

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L’epica storia dei “pannazzari” vesuviani, talvolta anche “pacchisti” che andavano a vendere biancheria e corredi nel Cilento, in  Basilicata e in Calabria. La “bardinella”, i “pali” e gli “zaraffi”.  La saggia conoscenza di usi, costumi e “piatti”. Un piatto semplice, “le patate ‘mpacchiuse”, racconta, con le sue varianti, la storia di una civiltà.   Ingredienti: patate grosse, olio extravergine, peperoncino, uno spicchio d’aglio, sale. Le patate, lavate e sbucciate, vanno tagliate in dischi non troppo sottili. In una  padella versate l’olio, immergete lo spicchio d’aglio, fatelo dorare, toglietelo, e collocate i dischi delle patate, aggiungete sale e peperoncino. Il segreto sta nel movimento della mano che  mescola le patate, di tanto in tanto, dopo aver sollevato il coperchio. Il piatto è pronto quando le fette sono  “’mpacchiuse”,  e cioè convenientemente dorate da entrambi i lati, e “appiccicate”.  Così vanno messe nel piatto, e scolate dall’olio.  Un tempo, al posto dell’olio si usava la sugna: e il  termine “’mpacchiuse” indicava non solo l’”appiccicarsi” delle fette, ma anche l’intensità del grasso, poiché la parola calabrese ricorda una parola del greco antico che significa “denso, grasso”. Il peperoncino aveva allora la funzione di rendere più leggero e pungente  il sapore denso e molle della sugna.  Alcuni, a metà cottura, aggiungono anche cipolle rosse di Tropea tagliate a fette, o peperoni tagliati in liste sottili.   Era ottavianese, Giovanni, ottavianese di San Lorenzo: giudicava necessaria la precisazione, perché a suo dire gli Ottavianesi si dividevano in tre tribù: Ottavianesi di San Giovanni, della “Piazza” (che è piazza Annunziata), e di San Lorenzo. Le tre tribù avevano usi e costumi diversi, e lui spiegava le differenze come un consumato etnologo. Ma di questo parleremo in un altro articolo, anche perché zio Pippone, anche lui etnologo di prima classe, non condivideva il giudizio che il suo amico dava sui “Sangiovannari”.  Giovanni faceva il “pannazzaro” viaggiatore, con un furgoncino di un bianco indefinibile, che conosceva tutte le strade del Cilento e della Calabria. Raccontava che in certi luoghi parcheggiava la vettura, ne tirava fuori la “bardinella” e “si faceva” anche tre chilometri a piedi, per raggiungere i casolari e le masserie dei clienti. Non sopportava di essere chiamato “pacchista”, sebbene riconoscesse che non tutti i “pacchisti” erano maliziosi imbroglioni. E’ una battaglia – diceva-, vendere biancheria e corredi, in certi luoghi: le donne, i loro genitori e i loro mariti partono dal presupposto che vuoi fare il “pacco”, e perciò prima si difendono, e poi passano al contrattacco, e il “pacco” cercano di farlo loro a te. I racconti di Giovanni erano lezioni di psicologia, di teatro e di arte della guerra. Prima di mostrare la biancheria, distribuiva alle signore i confetti che si producevano a Ottaviano, le addolciva. Giovanni era ritenuto un “pannazzaro” abilissimo, forse perché aveva uno sguardo e un sorriso limpidi e aperti. La sera, appoggiato al muretto di via Cozzolini, raccontava agli amici di San Lorenzo le imprese dei “pacchisti” autentici  che incontrava nelle trattorie di Sapri e di Aieta,- ne diceva i nomi, commentando con una maliziosa “zinniata”, e gli amici rispondevano, “zinniando”, “li conosciamo”,- parlava degli “zaraffi”, e cioè degli imbrogli, e dei “pali”, dei “braccini”, dei pacchi di cambiali che riempivano gli armadi, e concludeva lamentandosi  del fatto che l’epoca dei “pannazzari” e della “bardinella “era al tramonto. Mi spiegò poi il prof. D’Ascoli che il nome “bardinella” veniva da “barda”, la gualdrappa di cuoio che copriva i cavalli, e che mio zio Pippone chiamava “vvarda”, con la “v” rinforzata, proprio come Peppino Cutolo, il mitico fondatore e direttore del giornale “La Bardinella”. Giovanni ammirava i calabresi, che “hanno una parola sola”, ma, con l’abituale pignoleria, aveva trovato differenze anche tra i calabresi del mare e quelli della montagna. E poi le sue lunghe lezioni sui “piatti” di Calabria, sulle virtù magiche del peperoncino e della cipolla rossa di Tropea: i peperoncini li portava per gli amici, ma qualcuno non era convinto delle loro “virtù”. Due piatti, le patate “’mpacchiuse” e le alici “schiattate”, non li ho potuto dimenticare, perché un ristorante di Bagni di Scafati, “Santulillo”, di cui molti Ottajanesi erano clienti abituali, li teneva in menù. Leggo da qualche parte che le patate “’mpacchiuse” sono il piatto del buon umore. Forse è vero. Forse è merito delle patate, e dei loro succhi “diabolici”, forse il ricordare i tempi che furono un poco immalinconisce, un poco rasserena. E’ una serenità solida, che nemmeno il telegiornale con le sue facce riesce a dissolvere.