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Somma Vesuviana, il sabato dei fuochi tra fede e tradizione

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Il brusco calo di temperature di questi ultimi giorni non ha scalfito minimamente l’entusiasmo di quanti oggi saliranno sul monte Somma per il  tradizionale “sabato dei fuochi”, ossia il primo sabato dopo Pasqua che dà il via   alla festa della montagna in onore della Madonna di Castello, affettuosamente battezzata dai sommesi Mamma Schiavona. Dal sabato dei fuochi al tre maggio, o tre della croce, le antiche paranze di Somma “vivono” la loro bella montagna e mostrano la loro devozione a Mamma Schiavona con canti, balli, preghiere, benedizioni. Alle prime luci dell’alba, i paranzari, con le loro famiglie e numerose comitive di amici, si danno appuntamento sulla piazzetta della Collegiata e da lì, tutti insieme, iniziano il viaggio verso la vetta, fino alla cima della montagna, fino alla piccolissima cappella che custodisce l’immagine della Madonna dall’aspetto  contadino, materno, protettivo.

E’ co nomm e  a man e Mamma schiavona che tanti anziani salgono, portando sulle spalle cibo, vino,  vettovaglie,  fino alla vetta senza avvertire alcun affanno e nessuna stanchezza. Tutto deve essere fatto secondo tradizione: dalla benedizione da parte del più anziano alla messa  solenne nella piccola cappella  dalla scelta del menù (rigorosamente senza carne)  al brindisi con il vino migliore, quello che viene dalle viti del monte Somma, dall’accensione dei falò all’imbrunire e alla discesa con le fiaccole fino alla Chiesa di Santa Maria a Castello dove, il più anziano, intona uno struggente canto/ preghiera a Mamma Schiavona. La tammorra, regina incontrastata della festa della montagna, scandisce il ritmo dell’intera giornata e libera da ogni paura e da ogni ansia quotidiana. Il sabato dei fuochi è un mix incredibile di sacro e  profano, di riti e di culti, di tradizioni e di fede. Il tutto in un’atmosfera di amicizia, di rispetto, di allegria. Triccaballacche, putipù, scetavaiasse, nacchere e tammorre per rievocare i suoni della nostra terra.; canti a figliola per non dimenticare le nostre radici contadine e danze popolari per sentirsi parte di un mondo semplice e ricco di valori. E’ sempre riduttivo scrivere e  raccontare i riti e i simboli di questa festa, per comprenderla  realmente  bisogna viverla, bisogna raggiungere il ciglio, toccare con mano quella grande e imponente croce di ferro che abbraccia e veglia sulla nostra città.

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