
Amico sì, ma sempre carabiniere. Il legame, che in verità si sarebbe saldato negli ultimi anni, tra il maresciallo Semprevivo e Celestino Allocca non impedì che il militare indagasse sulla famiglia dell’attuale candidato sindaco di Forza Italia quando a Somma Vesuviana il “Re” era ancora Allocca padre: Raffaele detto Ferdinando.
Somma Vesuviana, anno 2013: aver scoperto di essere ammalato non aveva impedito a «Re Ferdinando» di candidarsi per la terza volta alla carica di sindaco e di affrontare una delle più brutte campagne elettorali della storia cittadina. La più brutta prima d’ora, pardon. Non aveva più la forza di un tempo, non aveva nemmeno più il simbolo di Forza Italia che un’alleanza tra due consiglieri regionali, Carmine Mocerino e l’allora in carica Paola Raia, era riuscita a soffiargli il marchio dalla bandiera tricolore sotto il naso. Accanto a lui, in tutti i comizi, c’erano sempre i suoi due figli, medici come tradizione di famiglia voleva: Celestino e Francesca. E accanto gli restarono fino alla fine, quando a febbraio di quell’anno la malattia ebbe la meglio sul vecchio «leone». Gli successe il suo vice, Salvatore Di Sarno, che oggi sfida, nella singolar tenzone di queste strane e avvelenate elezioni, il figliolo del suo sindaco. Poco dopo, in una Somma che non riesce da tempo a godere di una pax amministrativa, i consiglieri comunali sfiduciarono Di Sarno consegnando la città al commissariamento e a nuove elezioni pochi mesi dopo. Celestino avrebbe voluto candidarsi e percorrere la strada tracciata dal genitore già allora, ma non andò così: nell’agone politico scesero Pasquale Piccolo, poi divenuto sindaco di Somma conquistando la vittoria contro Antonio Granato (Forza Italia, adesso nelle file di Allocca) e altri avversari che restarono al palo, compreso quel Giuseppe Auriemma che era all’epoca ed è ancora segretario del Pd.
La consiliatura dell’avvocato Piccolo è terminata pochi mesi or sono, dopo continue ed estenuanti frizioni con la sua ex maggioranza che lo hanno portato alla scelta di dimettersi per avere le mani libere e ricandidarsi senza coloro che – a suo dire – gli avevano impedito di governare. Ed è allora che Allocca junior, i motori già scaldati da tempo, non ha sentito ragioni e ha deciso di scendere in campo riuscendo a conquistarsi pure il riscatto di vedersi assegnare il simbolo di quella Forza Italia che il papà non aveva più potuto utilizzare. Ha dalla sua quattro liste ma non sarà comunque una passeggiata affrontare le due formazioni dell’ex sindaco Piccolo e dell’ex vice di suo padre, Salvatore Di Sarno, sei liste. Senza contare le sorprese che potrebbero arrivare dal M5S di Ciro Sannino e dalla coalizione di due liste del commercialista e già assessore ad Ottaviano, Salvatore Rianna.
Sconta un po’ il dottore Allocca, fisiatra, il suo essere guascone e una certa intemperanza. Non pensava però certo di dover giustificare l’amicizia nata negli anni con quello stesso maresciallo dei carabinieri, Raimondo Semprevivo, che su di lui aveva indagato anni or sono. Fu proprio il comandante della locale stazione dell’Arma, infatti, ad avviare le indagini sul giovane rampollo del primo cittadino in seguito alla denuncia di due costruttori che avevano raccontato ai militari di non essere mai riusciti ad incassare i soldi che il Comune doveva loro per diversi appalti. Raccontarono al comandante Semprevivo, che negli anni non si è mai tirato indietro né di fronte alla politica né di fronte alla camorra, di essersi rivolti a Celestino e ad un allora assessore perché facessero pressioni. Ma raccontarono anche che per fargli incassare la somma dovuta avevano chiesto loro una tangente. Accuse pesantissime che si sciolsero come neve al sole in tribunale dove, grazie ad intercettazioni che provarono inequivocabilmente l’innocenza del figlio del sindaco e del suo assessore, furono entrambi assolti con formula piena «perché il fatto non sussiste». Dopo quattro lunghi anni in cui la famiglia Allocca, che ha moglie e due figlie, fu messa a dura prova.
E ancora sulla politica locale si trovò ad indagare Raimondo Semprevivo quando nell’inchiesta Blusky – esattamente un anno fa, maggio 2016 – vennero fuori intercettazioni in cui il boss ‘O bersagliere del clan D’Avino, Giovanni (storico affiliato del clan Alfieri e cugino del più noto Fiore) ricopriva il maresciallo d’improperi a colloquio con la sua compagna in carcere. E alla donna diceva, nel corso delle settimane in cui in città ferveva la campagna elettorale per le amministrative 2013 che Allocca padre “non era buono, era un perdente” (ndr, non fu lungimirante e Allocca divenne sindaco per la terza volta in sette anni) ma proprio nelle fila del “re” si era candidata sua nipote e il boss spiegava alla compagna come fare per avvisare gli avversari di Allocca che, nonostante la candidatura, il suo voto era loro.«Ha detto Giovanni mio- devi dire – che non c’è nessun problema». Dopo la diffusione di quelle intercettazioni, il consigliere regionale Carmine Mocerino, citato con altri politici locali nei colloqui in carcere (ma mai indagato né sospettato), parlò di strumentalizzazioni e plaudì all’azione delle forze dell’ordine, ribadendo il suo impegno di sempre nel lavorare per rafforzare l’argine contro le infiltrazioni della criminalità organizzata.



