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Si riapre il dilemma sulla “paternità” di quadri conservati nelle chiese di Ottaviano. Quanto è ampio questo patrimonio di arte?

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Inediti documenti di archivio spingono a domandarci quanto sia ampio il patrimonio d’arte delle Chiese di Ottaviano, e se sia stato valutato correttamente, dal punto di vista artistico, il corredo di marmi, di ceramiche, di calici e di reliquiari. Si riapre il dilemma sull’attribuzione della “ Deposizione” della Chiesa del Rosario. Si rinvia il discorso su Palazzo Medici, sulla costruzione e sui “rifacimenti” delle chiese, sulla fondazione e sui lavori della Chiesa di San Gennaro in San Gennarello.. Ma a chi interessano queste cose? Il ruolo e la responsabilità delle scuole. La storia del “munaciello”.

 

Gli archivi campani e toscani e i documenti su orafi, fabbri, “riggiolari” e “basolari” ci invitano a non trascurare i marmi, i pavimenti, e i reliquiari, i calici e gli ostensori conservati nelle chiese di Ottaviano: e quando l’Amministrazione del sindaco avv. Capasso aprirà sui “social” il sito destinato a raccontare le storie e a descrivere il valore dei “tesori” della città, io chiederò agli amministratori di non dimenticare gli “oggetti” dei corredi sacri, che in non pochi casi sono preziosi, non solo per la materia, ma anche per il genio degli “artigiani”. Ovviamente, questi “oggetti” vanno protetti; altrimenti toccherà anche ad essi il destino che toccò alla magnifiche collezioni di paramenti sacri: un maligno “munaciello”, in una notte di luna, li farà scomparire. Questo “munaciello” ama a tal punto l’arte che non gli mettono paura nemmeno la cenere e i lapilli del Vesuvio. Durante l’eruzione del 1906 fu lui a portar via dal Municipio la spettacolare collezione di monete bizantine che era esposta in una splendida sala? O le monete si “squagliarono” al calore dei lapilli? Non c’è più nulla da fare per il coro ligneo della Chiesa del Rosario e per le tombe dei principi di Ottajano, che da “principi” si fecero seppellire. Giuseppe I Medici, per esempio, portava al dito l’anello con pietre che toccava, per privilegio, ai Reggenti della Vicaria – i ministri di Grazia e Giustizia del Vicereame di Napoli -, e Luigi de’ Medici portava sul petto le “croci” e le “medaglie”, in oro e in argento, delle onorificenze che gli erano state concesse dalla Francia, dagli Asburgo d’Austria, dallo zar di tutte le Russie…Ma lasciamo stare questo argomento: ci sto scrivendo un “giallo”.

Chi è l’autore del quadro la cui immagine correda l’articolo, e che si trova nel “coro” della Chiesa del Rosario? Il Previtali pone questa “Deposizione” tra le opere più significative di Francesco Curia, il più grande pittore napoletano prima dell’arrivo di Caravaggio, autore, in Santa Maria la Nova, di quell’ “Apoteosi del nome della Vergine” che Renato Ruotolo giudicò “una vera e propria antologia della pittura napoletana “ degli ultimi anni del ‘500. L’analisi del Previtali ha convinto anche me: ma alcune carte di Michele I Medici, nonno di Luigi, inducono a credere che non avesse torto Francesco Abbate quando assegnò l’opera a Ferraù Fenzoni. Lo stesso Abbate attribuì il quadro di destra del coro, “L’Adorazione dei Magi”, a Andrea Boscoli: è la sola opera di questo eccentrico pittore che si trovi a sud di Roma. Si credeva – credevo – che la splendida “Adorazione” l’avesse portata a Ottajano, da Roma, Alessandro de’ Medici, quando tornò nel feudo dopo la morte dello zio, papa Leone XI. E invece alcuni atti testamentari ci dicono che l’opera viene direttamente da Firenze. Infine, il quadro di Nicola Maria Rossi, “Madonna con Santa Apollonia e Maria Maddalena” – un dipinto di notevole qualità stilistica – venne donato alla Chiesa del Rosario da Vincenza dei Caracciolo di Avellino, moglie di Giuseppe III Medici e madre di don Luigi: la sua dote comprendeva anche opere d’arte, e tra queste il quadro di Nicola Maria Rossi. I quadri della Chiesa di San Michele, soprattutto l’” Incredulità di San Tommaso” e la “Flagellazione” meritano un discorso a parte. Deve essere riscritta la storia della Chiesa di San Gennaro in san Gennarello. Un discorso a parte pretende la Chiesa di San Giovanni, e  una lunga “chiacchierata” impone il Palazzo Medici: per esempio, che fine ha fatto la collezione di reperti archeologici che era custodita nel Palazzo ancora nel 1883? Dove si trovano le statue di “togati” romani che dalla terrazza si affacciavano su Ottaviano ancora nel 1970, ma risultavano scomparse già tre anni dopo?

Ma i nuovi documenti costringono a rivedere tutta la storia della costruzione e dei vari “rifacimenti” delle Chiese: una storia anche di architetti ottajanesi – architetti del Settecento e dell’Ottocento, ovviamente – una storia ora bella, ora brutta. Vale la pena raccontarla ?  Non so. So, da tempo, che la storia vera della nostra città ci interessa poco, e che poco facciamo perché questo interesse diventi più intenso. La colpa non è delle Amministrazioni: la colpa è nostra, nostra di noi che cerchiamo documenti e scriviamo di storia locale, di noi che siamo stati docenti o ancora lo siamo, di noi che consentiamo che ai ragazzi venga negato il diritto di conoscere la storia vera di un “luogo” che è unico al mondo: “unico” lo giudicarono Goethe, Dickens, Melville, Nietzche, Benjamin.

Scusate se è poco.