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Si avvicina l’autunno delle “sagre” e delle “fiere”: ricordiamo, con le poesie di Viviani e con i libri di D’Ascoli, qualche antico mestiere

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Raffaele Viviani e i geniali “canti della strada” sui mestieri “plebei”.La riflessione di Francesco D’Ascoli sul valore del rapporto tra le persone e le “cose”, gli oggetti usati ogni giorno.  Le molte funzioni di alcuni “antichi” mestieri, come  il “cavallaro”  e il “ferracavallo”.  Contrastanti versioni sull’attività del “carrafaro”e del “cacciavino”.  I venditori di “stentenielle”.

 

Ancora nel  primo decennio del ‘900 alla Fiera di San Gennaro, che si svolgeva, come oggi, nella prima metà di settembre, avevano uno spazio importante i Parisi, “cavallari” di Ottajano. Molti pensano, e qualcuno ha anche scritto, che i “cavallari” non erano altro che mercanti di cavalli: ma ci dicono le testimonianze dei vecchi che essi erano anche “apprezzatori” e “veterinari”, nel senso che riuscivano a valutare attitudini e stato di salute dei quadrupedi, e a suggerire, per ogni “morbo”, i medicamenti adatti. Le stesse cose facevano i “ferracavalli”, e cioè i maniscalchi:  quelli più esperti erano capaci di dedurre, dallo stato degli zoccoli degli animali e da come si erano consumati i ferri, se erano corretti la collocazione dei cavalli nei “tiri” di carri e di carretti e il modo con cui il cocchiere li attaccava al “timone”.  Dice Altamura che il “pannazzaro” era  quello che i toscani chiamano “cenciaiolo”: ma D’Ascoli lo corregge, spiegando che il cenciaiolo a Napoli si chiamava “pezzaro” o “sapunaro”, e dava piatti e sapone in cambio di panni usati, mentre il “pannazzaro” girava per i paesi vendendo panni e biancheria raccolti in un fagotto che nei paesi vesuviani chiamavano “bardinella”.

Il “carrafaro” alla fine dell’estate riparava botti e tini, preparandoli per l’imminente vendemmia: così  scrive D’Ascoli: e aggiunge che “il nome deve essere inteso come adattamento dialettale di “calafato”, giacché le “caraffe” non hanno nulla da vedere con questo artigiano.” Per lo Zazzera, invece, il “carrafaro”  è il “venditore di bottiglie e di bicchieri”, e dunque il termine si connette con “carrafa”, versione napoletana dell’italico “caraffa”. Per lo Zazzera il “cacciavino” era il “vinattiere”, mentre per D’Ascoli era il “garzone di vinaio, incaricato anche della consegna a domicilio del vino acquistato in quantità non minute”. Raffaele Viviani pare che dia ragione a D’Ascoli, poiché il suo “cacciavino” (l’omonima poesia è del 1919)  si lamenta del fatto che “pe’ saglì’ sta rariata / ce vo’ apprimma ‘na custata”: per  portare il vino lungo tutta questa scalinata è necessario rinforzarsi con una buona bistecca; ma il garzone si consola ricordando che porta al compratore non del vino sincero, ma “ na mistura”, un intruglio che è “d’’e varrile sciacquatura/ d’’e bottiglie sculatura”: e credo che non ci sia bisogno di traduzione.  Era, “’o tammurraro”, il suonatore di “tammorra”, che, nella poesia a lui dedicata da Raffaele Viviani, si lamenta del fatto che deve andare a suonare sotto la pioggia, e già prevede il danno: “ se ‘nfonna la pellecchia: / se spogna e s’arrepecchia; / se forma ‘na guallecchia, / comme a na panza ‘e vecchia /ca n’’è bbona cchiù a sunà’”:  si bagna la “pelle” del tamburo; si inzuppa d’acqua e si gualcisce, si forma un rigonfiamento come un’ernia,  o come la pancia di una vecchia, che non è adatta più a suonare. L’equivoca, sarcastica battuta finale fa capire quanto sia difficile rendere in italiano certi termini “visivi” della lingua napoletana, soprattutto quando a usarla è un genio come Viviani che ne conosceva tutte le versioni sociali e territoriali.

Altra figura storica di sagre e fiere era “’o ficurinaro”, il venditore di fichi d’ India, Ancora viva è, nei meno giovani, la memoria della “’mbizzata”, un gioco che consisteva nel far sì che un coltello, lasciato cadere dal giocatore dall’altezza degli occhi, andasse a piantarsi, diritto, in una “nanassa”, in un fico d’India: chi riusciva nell’impresa mangiava gratis il frutto infilzato, che quasi sempre era un “muscarellone”, un fico d’ India particolarmente dolce. Raccontava Francesco D’ Ascoli che a Ottaviano, durante le “feste” di San Michele e della Madonna del Carmine, venivano da Sant’Anastasia  due fratelli, Antonio e Giuseppe D’Urso, venditori di “stentenielle”, e cioè di “lampredotti”, intestini di agnelli arrotolati e cotti al forno. La ricetta l’avevano imparata dai pastori avellinesi che ogni anno portavano le loro pecore a svernare lungo gli alvei tra Madonna dell’Arco e Pollena;  ma il più famoso venditore del prodotto stava a Napoli, ed era noto a tutti come “ Ciccio ‘o stenteniello “: “verso mezzogiorno egli provvedeva, con i suoi manicaretti, a rifocillare gli operai che sospendevano il lavoro per riposare e consumare la colazione. Il grido caratteristico di Ciccio era: “s’arrobbano ‘e piatte, s’arrobbano ‘e piatte””. Sugli antichi mestieri Francesco D’Ascoli ha scritto “C’era una volta Napoli”, un libro costruito su una luminosa idea: la cura ossessiva con cui i nostri nonni conservavano gli oggetti e, quando si rompevano, cercavano in ogni modo di ripararli, non era dettata solo dalla povertà; era anche ispirata dalla certezza  che gli oggetti che essi usavano ogni giorno, le “cose”, facevano parte della loro storia personale, e “parlavano” di questa storia.

Filippo Palizzi interpretò in modo mirabile questa “filosofia” nella figura del “solachianiello” che correda l’articolo.