“Il ribaltone”, un genere in cui gli Italiani furono Maestri. Secondo la metafora “teatrale”, martedì in Senato, il premier Conte ha adottato la tecnica dell’”aprosdòketon”, della “sorpresa”, una tecnica preziosa, ma che può essere anche controproducente per una “spalla” che si propone all’improvviso come primo attore. Le difficoltà del ministro Salvini, il misterioso silenzio del ministro Di Maio. Gli “interpreti” del PD fanno capo a molte scuole di recitazione. Resta aperto il discorso sui “gusti” e sulla preparazione culturale del “pubblico”.
Dal punto di vista tecnico la “pièce” andata in scena martedì al Senato può classificarsi come un “ribaltone”, un genere in cui gli Italiani- diceva Indro Montanelli – hanno espresso un’arte eccelsa, poiché “il ribaltone l’avevamo nel sangue, ne possedevamo la scuola più alta”, e abbiamo saputo chiamarlo con nomi amari, delicati o ironici, a seconda dei casi: il “connubio” di Cavour, il “trasformismo” di Depretis, il “consociativismo”, le mirabili “convergenze parallele” di democristiana memoria. Il capolavoro – così lo definì Sidney Sonnino, suo artefice- si realizzò nel maggio del 1915, quando, scatenatasi la guerra tra gli imperi d’Austria e Germania da una parte, “e l’intesa anglofrancorussa” dall’altra, “l’Italia riuscì a restare per oltre un mese contemporaneamente alleata degli uni e dell’altra”. Ma anche i critici più esperti non saprebbero individuare la natura della “pièce” che molti Italiani hanno seguito e commentato, martedì 20, in diretta “fb”. La colpa alcuni la attribuiscono al mediocre livello degli interpreti: ma non si può escludere che tutto dipenda o dall’impreparazione, o da una giornata di “vena moscia” che può capitare anche agli attori più grandi. Non mi riferisco ai temi e ai contenuti degli “assolo” e dei monologhi: la politica mi interessa poco, soprattutto quando fa molto caldo. Mi interessa il livello delle “interpretazioni”: uso il termine in segno di omaggio a Cicerone, il quale metteva sullo stesso piano gli attori sul palcoscenico, gli avvocati nei tribunali, e i politici che parlavano in Senato o davanti agli elettori. Del resto, nel mondo antico attori, avvocati e politici seguivano lo stesso corso di studi: sì, nel mondo antico, i politici studiavano.
Il capo del governo, l’avv. Giuseppe Conte, tra le armi che la retorica gli metteva a disposizione, ha scelto quella dell’aprosdòketon, la “sorpresa”. L’”attore” che fino ad ieri aveva recitato, diciamo così, da “spalla”, sempre a voce quieta, e con molti silenzi, martedì ha usato, contro il ministro Salvini, che gli sedeva accanto, i toni della polemica, dell’ironia, e perfino della predica, quando gli ha ricordato che un politico non deve servirsi, per i suoi messaggi politici, di segni religiosi, invocazioni alla Madonna, rosari, crocifissi. A molti la “sorpresa” non è dispiaciuta, a tal punto che essi chiedono che l’avvocato venga confermato premier. Ma gli spettatori incontentabili – ve ne sono sempre, nel pubblico dei teatri – notano che questo radicale capovolgimento del registro dell’interpretazione provoca sostanziali incertezze sulla “personalità” dell’avvocato Conte – la “personalità” dell’attore, si intende-: è adatto ai ruoli di protagonista? Se sì, perché si è accontentato di fare la “spalla” per un anno? O è una “spalla” che si misura come primo attore solo quando vede che i primi attori ufficiali incominciano a “rompere”, come i cavalli nell’ippodromo, e a farfugliare? E martedì, cosa ha comunicato agli spettatori? Che stavano assistendo a una “pièce” leggera, o a una tragedia?
Secondo i critici, anche quelli non ostili, e secondo gran parte degli spettatori, il ministro Salvini non ha saputo cogliere il “ritmo” che per Karl Kraus è la chiave di volta dell’azione scenica. Mentre Conte parlava, il ministro ha baciato più volte il “rosario” di color bianco, e, quando ha preso la parola, non ha risposto alle accuse, anche dure, del premier. Forse lo sconvolgeva, fino a bloccarlo, la consapevolezza piena e improvvisa di non essere più ministro dell’Interno, di aver provocato la caduta di un governo che fino al giorno prima egli aveva guidato, a parole e nei fatti. Ha dichiarato che non si pentiva di nessuno dei suoi atti: ma alla fine ha ritirato la mozione di sfiducia che lui stesso aveva presentato contro Conte. Pietro Metastasio diceva che i saggi “variano i loro pensieri a seconda dei casi” e Federico Nietzche ricordava che il serpente che non cambia pelle muore. Non dimentichiamo, tuttavia, che le prossime elezioni verranno condizionate dal problema dei “migranti” e dai progetti di autonomia delle regioni del Nord: così dicono gli esperti. Ma c’è chi crede che già sia diventata soffocante la morsa in cui la criminalità organizzata stringe la società italiana: ed è questo il problema più serio.
L’on. Luigi Di Maio, condottiero dei “cinquestelle”, non ha preso la parola: il suo silenzio è forse “sovrano disprezzo”, come sentenziava Sainte- Beuve, o è “lo splendore dei forti”, come i silenzi del generale De Gaulle. Forse l’on. De Maio è amico vero di Salvini, e quindi ha preferito che lo attaccassero altri “grillini”, più adatti a dimenticare rapidamente e assolutamente che fino all’altro ieri i pentastellati sono stati un saldo e convinto sostegno della politica dell’alleato lombardo. Hanno parlato, invece, e hanno recitato quelli del PD, dimostrando, nell’azione scenica, quante sono le “scuole” che essi seguono: la scuola “asiana” cara a Renzi, quella “atticista” prediletta dai seguaci di Calenda, e la “rodiese” amante degli enigmi, a cui sembra che faccia capo l’on. Zingaretti. Mi auguro che “quelli del PD” non si assumano l’onore di scaricarci addosso la terribile “finanziaria” che l’Europa pretenderà dall’ Italia .
Come in un romanzo è l’ultima pagina che rivela il significato vero delle pagine precedenti, così un’opera teatrale scioglie i nodi della trama solo nell’ultima scena: tra qualche giorno capiremo cosa abbiamo veramente visto martedì in Senato. Ma l’arte degli attori riflette sempre la storia culturale del pubblico: l’argomento è complesso, e merita una riflessione a parte. Diceva l’imperatore Aureliano: “Quando i barbari devastano le regioni ricche dell’Impero, la colpa è degli abitanti di queste regioni che non si sono preparati a difendere le loro ricchezze.”.



