Le riflessioni di uno sconsolato che segue un santo e la sua idea di fede, la realtà di un paese diviso tra vecchio e nuovo, tra speranze e incertezze, tra quello che era e quello che sarà.
A volte si ha veramente paura di esser ripetitivi quando si fa la cronaca di un evento che si ripete ogni anno; si rischia non solo di fare retorica ma anche di fare il paio con quanto detto l’anno prima e l’anno prima ancora, e questo a meno che non si creda nella consolidata legge del copiaincolla o del cliché trito e ritrito della piccola Svizzera. Ma, lasciare l’impronta di un’emozione è per me necessario se non vitale e quindi accettate di buon grado questa personalissima cronaca.

Per parlare di un qualcosa bisogna viverlo, quel qualcosa, e in epoca di realtà virtuali risulta tutto molto più difficile: è difficile leggere e farsi leggere, è difficile riflettere quando tutto va così furiosamente di fretta ed è difficile restare al passo di uno smartphone che in tempo reale ti invia immagine e notizia, anni luce prima che tu giunga a casa stanco e ‘strutto per abbozzare il ben che minimo articolo. Ma il telefonino, per quanto sofisticato possa essere, non produrrà mai un’emozione, quella è tua e nessuno te la potrà mai levare e questa è la mia rivalsa.

Vi parlerò delle mie emozioni quindi, magari non ve ne fregherà più di tanto o magari le condividerete perché simili alle vostre ma vi dirò di quello che silenziosamente ho provato nello stare dietro al Santo durante le circa sei ore di processione. Non ho fatto questo certo per fede, o meglio, non per fede cattolica ma per la mia fede laica di cittadino, fedele al Santo così come al Gonfalone perché le due facce della stessa medaglia.

Mi è piaciuta la gioia di questa festa, di poco procrastinata ma molto vissuta; il bel tempo, così come la presenza di tutti i papabili o i sedicenti tali allo scranno di sindaco, ha fatto sì che anche i più recalcitranti rompessero gli indugi e che la partecipazione fosse tanta. Mi è piaciuta come dicevo la gioia dei partecipanti, quella dei bambini, dei chierichetti, dei pazienti portatori e dei cori a San Domenico, dei volontari e di tutti coloro che camminando non mostravano se stessi ma il paese, mostravano l’anima di un popolo che resiste ancora e che crede come me in una sua identità.
Ma attenzione! Non è il solito campanilismo, e lo scambio di cortesie con i due paesi limitrofi di Ercolano e Massa lo dimostra. E’ il senso di appartenenza alla propria famiglia, quella allargata della parrocchia, d’a curtina, della piazza e forse anche del municipio, quella che ci fa vibrare d’emozione quando tutta la comunità saluta il Santo alla sua uscita in un mare umano che subito dopo diviene fiume o quando la stessa comunità canta in chiesa accogliendolo di ritorno dal suo sacro e, per chi vuole, civico percorso.

Si parlava di emozioni e padre Enzo ha ragione quando ha parlato anche di chi ci segue dalla propria casa e dal proprio letto di sofferenza, perché il bello è che durante queste celebrazioni tutti sono uguali, tutti all’unisono palpitano per un’unica passione, quella di chi c’è e chi non può esserci, quella di chi è presente e chi non c’è più, chi piange e chi ride; io, così come Nicola, che mi fa compagnia all’entrata della chiesa mentre attendiamo il Santo, e che sorride serafico ai miei scatti, apprezzandoli come chi non chiede più di tanto se non considerazione. Solo per questo il rituale si rinnova ogni anno, non per la novità ma per il suo intrinseco valore di rinascita ma anche di fratellanza che non può che rimanere sempre vivo per la nostra eterna ricerca di speranza.
La processione si è svolta placidamente accompagnata da un clima quasi primaverile, oltre alle tappe classiche si è ritornati là dove si mancava da anni, come lungo via Palmieri, da decenni bloccata da un crollo infinito che solo poche settimane fa ha visto la sua probabile conclusione. Lungo il percorso della processione, nonostante, il passaggio mattutino di una ritrovata spazzatrice e il rattoppo di alcune strade, non è mancata la sconcertante presenza di rifiuti, e parliamo del centro cittadino, figuriamoci la periferia. Magari, le autorità competenti, intervenute anche nella persona del Commissario Prefettizio, avranno preso nota dei copertoni e dei bustoni di via Palmieri o i mobili e la guaina d’asfalto gettati presso la campana del vetro a Casaluca; poi la voglia di festa e la luce soffusa di un crepuscolo invernale hanno nascosto il resto che era meglio non mostrare.

Anche Don Maurizio Patriciello ci è venuto incontro per aprirci gli occhi con la sua omelia, parlandoci di un mondo violentato dal dio denaro, ci ha parlato di inquinamento e di vite strappate a causa della cecità e dell’egoismo di molti; qual è la novità mi direte, Don Maurizio non è nuovo a questi discorsi, non è nuovo alle sue denunce; la novità è che finalmente se ne parla anche a San Sebastiano, finalmente si punta il dito là dove nessuno vuol vedere e che in molti han fatto finta di non conoscere o hanno minimizzato. A San Sebastiano, nonostante i santi, non siamo immuni da certi problemi; che sia di monito a chi governa e chi governerà questo paese.


