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Quegli angeli troppo spesso dimenticati

Il libro di Nunzia Gionfriddo, “Gli angeli del rione Sanità”, punta i riflettori sull’umanità onesta, il popolo, si diceva una volta, e che sembra non esistere più.

 

Nunzia Gionfriddo,, dopo essere stata un’attivissima insegnante negli istituti medi superiori, occupandosi in particolare del rapporto tra scienza e letteratura, nel 2013 ha cominciato a pubblicare romanzi. Con il suo ultimo lavoro, “Gli angeli del rione sanità”, ha vinto il primo premio del concorso “letteratura è mondo” di Caffèorchidea ed è risultato primo classificato Opere inedite al Pegasus literary awards 2016. Recentemente il suo romanzo è stato presentato alla Fondazione Premio Napoli, a Palazzo Reale. Ma di che parla questo libro? Chi sono questi angeli?

Nella “Nota” finale l’autrice ci informa che questo libro non è un romanzo storico, anche se “Gli angeli del rione Sanità” del romanzo storico ha tutte le caratteristiche. Narra, infatti, la storia di Beppe, un postino rinchiuso nel carcere di Santo Stefano ai tempi del fascismo, che per le torture subite non ricorda neanche perché è in prigione, quale reato ha commesso. E se, grosso modo, nella prima parte la storia si percepisce e si legge nelle vite dei singoli personaggi (ma il romanzo storico non è proprio questo?), nella seconda parte prorompe con tutta la sua forza nella narrazione delle quattro giornate di Napoli, rivolta corale e coraggiosa di quel popolo, cui si accenna nel sommario.

Prima della deportazione Beppe conduceva una vita tranquilla, con la moglie Assuntina e i due figli nati dal loro felice matrimonio, nonostante le difficoltà in un rione massacrato dalla violenza e dalla camorra ormai organicamente assorbita dalle strutture di potere statali. E poi? Cosa era successo? La ricostruzione dei pezzi di memoria mancante è il filo rosso che tiene il lettore agganciato quasi fino alla fine, quando tutti gli interrogativi trovano risposta. Nel frattempo il racconto si popola di personaggi, più che secondari direi comprimari: dal parroco antifascista (ispirato a Antonio Loffredo, il parroco che da anni combatte la violenza aprendo imprese sociali per i ragazzi), a Ninetta, la maitresse, a Mariuccio, il sacrestano, e a tanti altri. Mano a mano che la memoria affiora, che i fatti del passato vengono ricordati, Beppe ricostruisce anche la sua identità: è un uomo perbene, che non sopporta i soprusi. E’ questo semplice elemento, comune a tanti del suo quartiere, che lo trasforma in un combattente per la libertà. Il 28 settembre del 43, Beppe ormai libero, dopo la caduta del fascismo, torna a casa con la sua famiglia e corre a difendere sulle barricate la sua città dai tedeschi che hanno avuto l’ordine di ridurla in “polvere e cenere”.

Insomma in questo romanzo la storia non è certamente solo uno sfondo e neanche un pretesto, anzi. In realtà Nunzia Gionfriddo non ama la definizione di romanzo storico perché, da insegnante, ha visto generazioni di studenti e spesso di insegnanti subire quella che chiama “imposizione d’ufficio” solo di alcuni romanzi storici, studiati i quali poco tempo restava per fare spazio ad altri, che, forse, sarebbero stati più interessanti o adatti agli studenti. Ma nel suo romanzo è proprio la storia ad essere raccontata, non quella dei grandi nomi e dei grandi personaggi, non quella dei manuali scolastici, bensì quella degli eroi di tutti i giorni, delle persone che vivono semplicemente, che amano la vita e i suoi valori positivi, e che tutti i giorni lottano per non soccombere.

Le stesse di cui il rione è tuttora pieno, ma di cui poco si sa. E’ di questi giorni il chiasso sulle baby gang, sulle “stese”, la polemica su Gomorra, madre di tutti i mali della città. E loro? Quelli che, appunto, anni fa si chiamava “il popolo”? Quanto dobbiamo ancora aspettare prima di vedere i don Antonio quotidianamente sui media? Perché questo “popolo” va riconosciuto, aiutato,  appoggiato. Non può essere lasciato solo. Non è Gomorra la causa di tutti mali, è l’indifferenza. Ne “Gli angeli del rione Sanità”, nessun personaggio è indifferente. In questa storia l’indifferenza è assente. E’ questa la via che il bel romanzo di Nunzia Gionfriddo ci indica. “La storia non insegna, la storia testimonia e va testimoniata”, dice. Ed è proprio così che noi possiamo imparare.

Nunzia Gionfriddo, attraverso questo romanzo, ci restituisce la memoria autentica di un pezzo della nostra storia, senza nessuna retorica, di cui, a buona ragione, la gente onesta ha piene le tasche.

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