Ottobre 1870, la polizia uccide il brigante Pilone: e gli amici di un tempo ringraziano…

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 Antonio Cozzolino Pilone e i suoi “agitarono” le terre vesuviane tra Boscoreale e Ottajano fino al 1863, sostenuti anche dai “galantuomini” nostalgici dei Borbone. Poi questi “galantuomini” si convertirono al nuovo ordine e chiesero che il passato venisse dimenticato e che a loro fosse consentito di dormire sonni tranquilli:  ai briganti bisognava chiudere la bocca, in un modo o nell’altro. Quante altre volte, nella storia italiana….

 

Di Pilone dopo il febbraio del ’63 la polizia sapeva soltanto che era fuggito a Roma e che non vi era rimasto a lungo. I suoi compagni caddero nella rete uno dopo l’altro. Alcuni decisero di morire con le armi in pugno, dopo aver bussato, inutilmente, alle porte di antichi protettori e di smemorati manutengoli. Nel ’68 si diffuse all’improvviso la voce che il brigante era tornato a Napoli. Le taglie promesse da alcuni Comuni e la stampa aizzarono le forze dell’ordine in una vera e propria caccia alla volpe, che durò due anni e espose   a pericoli e a sberleffi i cacciatori. Eppure ora stavano dalla loro parte gli antichi protettori di Pilone, diventati intanto pilastri  dell’ordine e della legalità, i manutengoli a cui Pilone aveva affidato il cospicuo bottino e che non volevano più restituirlo, i contrabbandieri e i camorristi a cui non faceva piacere che uno come Pilone si muovesse liberamente per le città vesuviane e che il territorio fosse di nuovo stretto, come nel ’62 e nel ’63, nella morsa della polizia e dei carabinieri. L’ultimo agguato al brigante fu preparato con cura, perché egli non ne uscisse vivo. A nessuno importava interrogarlo e trascinarlo davanti ai giudici. Il 14 ottobre 1870 un traditore lo condusse in un cerchio di poliziotti che, vestiti in borghese e mischiati con la folla, avevano occupato, sotto la regia del delegato Petrillo, un lungo tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’ Orto Botanico. Pilone scendeva dal Museo a passo lento, per la zoppia: forse lo accompagnava il suo “giuda”. Indossava una giacca di velluto, pantaloni di tela a righe, una cravatta viola, e un panciotto nero, che teneva aperto, “come costumano i contadini”, scrisse il cronista del “Pungolo”. Calzava un cappello bianco e gli occhiali azzurri rendevano più gentile “il profilo regolare e piuttosto bello” del volto. Un attimo prima di entrare nel cerchio, il “giuda” si allontanò. Pilone intuì,ma gli era già alle spalle l’appuntato Generoso Zicchelli e gli premeva le costole con la punta del pugnale e con la canna del revolver, dichiarandolo in arresto. Pilone si girò o sembrò che volesse girarsi, con la mano sul coltello: l’appuntato gli piantò il pugnale nel petto. Pilone crollò a terra e da terra cercò di parare i colpi che Zicchelli e un compagno gli vibravano con furia in faccia e nello stomaco. Ebbe ancora la forza di accovacciarsi nella pozza del suo sangue, come per difendere il volto dalle lame;la gente assisteva all’assassinio come diventata di sale  e i questurini gridavano di star calmi, di non aver paura, poiché l’assassinato era Pilone. Infine lo caricarono su una carrozzella: dalla gola gli uscì un cupo ultimo rantolo. Morì prima che la carrozzella entrasse nel cortile della questura. Il prefetto telegrafò immediatamente un dispaccio al Sottoprefetto di Castellammmare, e il Sottoprefetto immediatamente lo trasmise ai Sindaci di Ottajano, Gragnano, Pimonte, Lettere, Agerola e Castellammare “con la preghiera di dare la maggiore possibile pubblicità alla buona notizia contenuta nel dispaccio”: Pilone era stata “gravemente ferito” a via Foria, “dopo accanita resistenza”. Così scrisse il Sottoprefetto. Qualche giorno dopo D’Afflitto comunicò a Righetti che la taglia su Pilone- le mille lire promesse da Ottajano e le 500 di Boscoreale- era stata messa all’incasso, e Salvatore Giordano, di Boscoreale, la poteva riscuotere. A riscuotere per il Giordano andò in prefettura l’ex deputato Cortese..Il 17 ottobre si inaugurò la sessione autunnale del consiglio comunale di Ottajano.Pochi consiglieri sedevano sugli scanni e tra questi Michele de’ Medici. Il sindaco  Giuseppe Bifulco, che nel ’62 era stato accusato di essere un “protettore” del brigante,   ricordò prima di tutto che la Giunta, il 29 marzo 1862, aveva stabilito in via d’urgenza di mettere una taglia sulla testa di Pilone ” in considerazione dei disturbi” che il brigante arrecava all’ordine pubblico. Riferì poi sui dispacci che confermavano la sua morte, disse, impassibile, che la notizia aveva rallegrato “la massima parte della popolazione” che aveva” riacquistato la propria pace per essersi liberata una volta per sempre da continue agitazioni”: e queste parole risuonarono nell’aula come magistrale concentrazione di un lungo discorso. Infine, quasi rendendosi conto pienamente per la prima volta da quale pericolo il pugnale di Zicchelli avesse liberato lui e quasi tutti quelli che stavano ad ascoltarlo, Bifulco dedicò un sincero plauso al prefetto e al questore e ai questurini che avevano liberato le terre vesuviane da “un essere tanto pernicioso alla società,da un uomo tanto detestabile”.