L’8 maggio del 1954, la consuetudinaria processione del santo patrono fu turbata da un clamoroso episodio: la portantina con San Michele Arcangelo fu abbandonata in piazza Annunziata dopo il solito incidente diplomatico tra il Vescovo di Nola e le autorità locali sul volo degli angeli.
I parroci di San Michele Arcangelo in Ottaviano avevano già da tempo remoto fatto noto alle autorità e ai fedeli ottavianesi che i vescovi della Diocesi di Nola non avrebbero più permesso il cosiddetto volo degli Angeli, ritenuto indecoroso durante lo svolgimento della processione. A riguardo, già prima del 1910, mons. Agnello Renzullo, più volte esortò a riportare la tradizione nei limiti originari, cioè un solo volo, perché la processione non venisse scompigliata ben quattro volte [L. Saviano, Storia di Ottaviano, vol. III, Storia religiosa, 83]. Oltretutto, i successori di San Paolino avevano sempre consigliato di scindere le due manifestazioni: da una parte l’antica processione, regolata dalle leggi ecclesiastiche; dall’altra, invece, il volo degli angeli da tenersi dopo la processione, affidata al gusto dei tradizionalisti. Tale decisione, non ottenne mai gli effetti desiderati, ma tutto continuò come prima. Tale decisione non era mai riuscita ad entrare nella piena consapevolezza del popolo e delle autorità locali, tenacemente attaccati a quest’antica usanza, che ancora oggi consiste nel tirare su con funi, all’altezza di sette o otto metri, due giovinetti vestiti da angeli, pronti a declamare un antico inno di fronte alla statua del santo.

Nel 1947, l’allora vescovo, Mons. Michele Raffaele Camerlengo, dovette intervenire energicamente, lanciando un’interdizione contro la Chiesa madre, che rimase in conseguenza chiusa al culto dei fedeli per diversi giorni. Pertanto, da allora, la tradizionale processione, si era svolta con l’assenza del clero. Nel 1954, il successore, mons. Adolfo Binni, seguendo le vecchie disposizioni, aveva concesso il suo consenso, purché il volo si fosse tenuto soltanto ed unicamente in piazza Annunziata e non nelle altre tre. Popolo e autorità civili, come al solito, non erano d’accordo: la tradizione andava comunque rispettata nella sua interezza e nel consuetudinario cerimoniale dei quattro voli. Da qui il solito scontro tra clero e sindaco.

L’arciprete della chiesa madre, don Francesco Saviano, parroco dal 1923 al 1965, fece presente che la processione avrebbe avuto luogo solo se si fossero osservate le giuste regole stabilite dalla Curia vescovile, cioè se e soltanto se si fosse fatto un solo volo in piazza Annunziata. Il sindaco, invece, di parere contrario, minacciò di non mandare la banda musicale alla processione [R. Mezza, La processione di San Michele turbata da un clamoroso incidente, Quotidiano Il Mattino, 9 maggio 1954]. Gli animi si riscaldarono: il vice prefetto di Napoli, dott. Grassi, dovette addirittura intervenire, ricordando al sindaco che lo scopo della sua presenza era soltanto quello di tutelare l’ordine pubblico, e che solo l’autorità ecclesiastica aveva il diritto esclusivo di regolare la processione.

Alle ore 13:45 del 8 maggio del 1954, con ben due ore di ritardo, il corteo uscì dalla chiesa madre con poche persone al seguito. Il sindaco era assente e qualche amministratore era intervenuto come privato cittadino. Tanta gente era ritornata a casa, convinta che la processione non si fosse svolta. Ecco, finalmente, il solenne corteo arrivare in piazza Annunziata, dove tutto era pronto per il consueto volo, con il popolo festante in attesa di applaudire e inneggiare a San Michele e ai due angioletti della famiglia Duraccio. Erano trascorsi pochi minuti ed ecco quell’entusiasmo si tramutò in furore: i due giovinetti biancovestiti non apparvero in pubblico; il volo non si sarebbe fatto più. I portatori del santo avevano nientemeno adagiato la portantina processionale in legno con la statua dell’Arcangelo a terra, facendo chiaramente capire, coi fatti, che la processione sarebbe continuata solo se il volo si fosse fatto in tutte e quattro le piazze. Il clero, comunque, in riferimento alle disposizioni vescovili, si ritirò in preda ai fischi clamorosi della folla.
Il particolare più eclatante e pietoso dell’intera vicenda, però, fu legato all’abbandono totale del santo in piazza tra i clamori della gente. Furono i carabinieri a cercare quattro persone, disposte a riportare il santo in chiesa. Cosa che avvenne grazie ad alcuni presenti. Il fatto, comunque, produsse, all’epoca, un grande fermento mediatico, riportato fedelmente sul Il Mattino dal compianto giornalista ottavianese Raffaele Mezza, nato a Napoli il 9 febbraio del 1929 da Edoardo e Rosaria Rossi, dimorante a Ottaviano in via Piazza, 50. Raffaele Mezza fu, oltretutto, un giornalista della Radiotelevisione Italiana (RAI) e del Corriere della Sera.

I suoi articoli dal 1953 al 1987 sono pervenuti al dott. Attilio Giordano di San Giuseppe Vesuviano, grazie ad un volume conservato dal valente padre farmacista dott. Aldo Giordano (1928 – 2013). Il giorno seguente, comunque, domenica 9 maggio, le chiese di Ottaviano, per disposizione della autorità diocesana, restarono chiuse al culto. Malgrado ciò, un volo degli angeli fuori programma fu fatto in piazza Ferrovia, dinanzi ad una statuetta del santo della misura approssimativa di 50 centimetri, ceduta per la circostanza da un pensionato del rione [R. Mezza, Con l’assenza del clero il rito si è celebrato ieri, Il Mattino, 10 maggio 1954]. Resta il fatto che quell’anno la festa patronale non ebbe comunque la sua consueta solennità: né la ricchezza delle luminarie, né la fantasmagoria dei fuochi pirotecnici riuscirono a riportare la giusta calma ad Ottaviano.



