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Nella “Terra dei Vituli” non ci sono più né la povertà, né la mafia, né il Male: perché a Capodanno mangiano ancora lenticchie e baccalà?

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E’ questa l’”introduzione” del nuovo libro di Pepe Mastriani: “La rivolta delle parole nella Terra dei Vituli”. Grazie al governo dei filosofi la “Terra dei Vituli” è terra di felicità assoluta. La cosa non piace a scrittori, comici e giornalisti abituati a raccontare storie di quotidiana violenza, di ordinaria ingiustizia. E perciò si vendicano mistificando la verità. Approfittando della libertà di stampa, che i filosofi al potere non hanno voluto cancellare, essi propongono per il Capodanno piatti del tempo che fu, il baccalà e le lenticchie. E c’è chi pensa che dietro la proposta ci sia una trama terroristica.

La “Terra dei Vituli” non è una terra leggendaria, come Atlantide, o come le Isole dell’Utopia, o come una di quei luoghi fantastici che Umberto Eco descrisse in un suo libro. La “Terra dei Vituli” è una terra reale, che si stende nelle acque del Mediterraneo, tra la Spagna e la Grecia, e guarda, da una parte, verso le regioni dei Germani, e dall’altra, verso l’Africa araba e nera. E’ una terra fortunata, perché negli ultimi anni è stata governata, per volontà della Mente Divina che regge le cose del mondo, da una schiera di filosofi, tutti mossi dallo stesso desiderio: dimostrare che è possibile trasformare in realtà il sogno di Platone.

E ci sono riusciti, a dimostrarlo: con un’azione luminosa, con leggi nuove e capaci di cambiare il corso della storia. E, soprattutto, rinunciando a proclami e a prediche. Nel silenzio dei saggi. Nella “Terra dei Vituli” è stata cancellata la povertà. La gente che vi abita è come quella che Mandeville incontrò nell’isola di Taprobane: “gente buona e ragionevole”, e così “ricca da non sapere cosa fare dei suoi beni.”.Non ci sono Vituli  più ricchi e Vituli meno ricchi: i filosofi al potere controllano che i beni materiali siano sempre equamente distribuiti, per evitare quelle tensioni che livelli diversi di ricchezza certamente provocherebbero in un popolo che non conosce più la povertà, ma solo da pochi anni si trova in questo stato di assoluta felicità, e perciò conserva ancora segni e tracce, di giorno in giorno sempre più labili, di antiche inclinazioni dell’animo: emulazione, vanità, diffidenza. La coscienza dei singoli e i costumi del popolo non presentano più, o quasi più, segni consistenti del Male: le macchine dell’inganno, dell’invidia e dell’egoismo, i congegni della menzogna e della corruzione, gli strumenti del malaffare sono stati tutti smantellati, e gli animi, e le case dei singoli, e i palazzi del potere sono edifici di vetro, sono “luoghi” della trasparenza. L’azione risoluta e fulminea dei filosofi al potere ha sradicato e dissolto anche la mafia, un’organizzazione criminale che per tre secoli ha governato di fatto intere regioni della “Terra dei Vituli”, o direttamente, o attraverso gruppi di alleati. I palazzi dei mafiosi sono stati abbattuti, i tesori confiscati, e capi e “soldati” sono stati relegati in isole deserte e lontane, dove passano i loro giorni a lavorare e a meditare sul trionfo del Bene.

Ma perché nessuno parla di questa terra felice? Perché ne dovrebbero parlare, e tessere l’elogio, proprio quegli scrittori, quei giornalisti, quegli uomini dello spettacolo a cui la società perfetta che i filosofi stanno costruendo non piace, nemmeno un poco. E lo capiremmo facilmente, se avessimo il coraggio di metterci, anche per un solo attimo, nei  panni maleodoranti dei “pennivendoli”. Gli scrittori “vituliani” erano fino a ieri quasi solo scrittori di gialli, di noir, di storie criminali, e cioè di opere che nella serena e felice società della “Terra dei Vituli” non trovano più lettori. E non ci sono più spettatori disposti a seguire le azioni noiose dei tanti commissari “vituliani” e stranieri, maschi e femmine, che ancora pochi anni fa infestavano le serate televisive, e che, sebbene fossero sempre vincitori nella caccia ai criminali, in realtà risultavano veri e propri propagandisti del crimine. Inoltre, la disfatta del Male ha tolto il pane di bocca ai cronisti che fino a ieri riempivano le loro gazzette con compiaciuti racconti di donne stuprate e ammazzate,di assassini mossi dal “dio denaro” e da turpi passioni, di politici corrotti, e con storie strappalacrime di migranti in cerca di un tozzo di pane, di sicurezza, di libertà. L’affare dei migranti: beh, lasciamo perdere…

Ora  in questo “teatro” stanno per calare tutti i sipari. E a certi giornalisti, a certi attori, a certi scrittori la cosa non garba; la cosa non garba anche a certi comici da avanspettacolo, che irridono, sbeffeggiano, scherniscono i filosofi al potere: è il destino di Socrate, ma Socrate,almeno, veniva preso in giro da Aristofane. Scrittori, giornalisti e “maschere” si vendicano o ignorando del tutto la meravigliose vicende della “Terra dei Vituli”, o mistificando, con spregevole faccia tosta, la verità delle cose. I filosofi che stanno al potere avrebbero potuto, con un solo schiocco delle dita, spezzare le loro penne e mettere la mordacchia alle loro bocche velenose: ma non l’hanno fatto perché credono nei valori della democrazia e della libertà, e perché leggono ogni giorno Aristotele, Marco Aurelio, Locke, Hume, Rousseau, Bergson, Sartre, Foucault e Gadamer. E Sant’Agostino. E San Tommaso.

Accade così che quei nemici della felicità del popolo tessano l’ultimo inganno approfittando del fatto che l’oblio del passato e la fede nel presente non sono ancora certezze consolidate per tutti i Vituli: e a qualcuno di essi la perfezione del vivere in assoluta felicità procura noia. Sì, noia: è triste dirlo, è avvilente ammettere che forse aveva ragione chi sosteneva che l’uomo è nato per il male, piuttosto che per il bene. E così una manica infame di scrittori e di giornalisti, approfittando della libertà di stampa, sta consigliando, per il Capodanno, un menù a base di lenticchie e di baccalà e racconta che il legume e il salato pesce del Baltico, simboli di buon augurio, consolideranno la felicità personale e sociale. E invece è tutta un’altra storia. Il baccalà è immagine della insoddisfazione e dell’amarezza: è cibo quaresimale e penitenziale, che però chiama bicchieri di vino e apre la strada all’ubriachezza. Le lenticchie scuotono le passioni, e risvegliano quelle più violente, sono cibo ambiguo- lo dicevano già i Greci -, portano la paura della morte e alimentano quei desideri carnali che possono spingere i Vituli  a ribellarsi, da folli, al sistema di felice serenità che i filosofi al potere hanno pensato e costruito. Lenticchie e baccalà, attraverso l’ingannevole cultura dei “sapori di una volta”, aprono la strada al rimpianto e alla nostalgia di un passato che fu triste, ma che, grazie ai filtri della memoria, potrebbe risultare ancora suggestivo e perfino affascinante: lo diceva anche Leopardi.

Questa non è libertà di stampa. Questo è terrorismo. Ci aspettiamo che i filosofi al potere incomincino a spiegarci quali sono le ricette da salvare, e quali quelle da stracciare.  Bisogna portare la rivoluzione anche in cucina, con una nuova filosofia del gusto.

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