L’editoriale del Direttore
Addio 2018. Non ci mancherai. Forse lo diciamo ogni anno e per ogni anno, sempre più spesso. Perché il surplus di informazioni e dettagli, di racconti e narrazioni, di cronache serie o raffazzonate, invadono capillarmente giornali, magazine, tv, social. Un oceano di notizie che spesso confonde, a volte ci riempie di orrore, ma le notizie, il sapere, sono…potere. Conoscere è potere. Dovrebbe essere così, era così. Oggi invece leggiamo con la stessa naturalezza di un omicidio o dei primi passi di Leone Lucia e dei suoi notissimi genitori, The Ferragnez. Ascoltiamo come inebetiti la cronaca di un assassinio o di un massacro dalla prosa aulica ma tenacemente affascinante della Leosini, come gli ultimi risvolti delle liason dei tronisti di Maria.
Siamo qui a chiederci cosa ci abbia lasciato il 2018, ricordando gli orrori della tragedia ferroviaria a Pioltello di gennaio, le stragi come quella di Macerata a febbraio, l’assassinio delle figliolette di un carabiniere che poi ha rivolto l’arma contro di sé – era marzo, a Cisterna di Latina; l’estate orribile, con il crollo del ponte Morandi a Genova che ha distrutto famiglie, sogni, speranze e il cui vuoto è ancora lì a ricordarci – come un Ground Zero dove però non si può dare la colpa ai terroristi – che il male di questa Nazione è ancora l’incuria, l’incompetenza, l’approssimazione, la corruzione. E ancora, gli omicidi, la tragedia di Corinaldo. Leggiamo, guardiamo i tg, siamo attaccati a facebook contando i like, postando foto; guardiamo le storie su Instagram con l’impressione che ciò che osserviamo sui social sia la vita reale. Sapete, lo è. Quelli che seguiamo sui social siamo noi. Forse più che nella vita non virtuale di ogni giorno. Perché con lo scudo di un pc o di uno smartphone siamo più sinceri e se non è così, se non mostriamo quel che siamo davvero, finiamo per far vedere quel che crediamo o vorremmo essere.
Siamo ancora qui a chiederci dove siamo capitati, mentre le cronache politiche nazionali ci restituiscono la fotografia di un’Italia che discorre di un vicepremier immortalato dormiente nel letto della ex fidanzata e di un altro che deve giustificare vicende di famiglia, dall’abusivismo al lavoro nero, mentre da iscritto all’Ordine dei Giornalisti sia pur nell’albo dei pubblicisti, infama la categoria. In questa Italietta, mai così vorremmo appellare la gloriosa nazione, dove una moltitudine attende il reddito di cittadinanza o spera ancora nella raccomandazione mentre i giovani davvero valenti preferiscono andar via. In questa Italia alla quale gli eventi del 2018 hanno portato un nuovo Governo e sulle pagine dei quotidiani come sui social la politica ha finito comunque per prevalere sulla cronaca, per imporsi. Abbiamo un nuovo premier, Giuseppe Conte, che ancora negli italiani non fa breccia coperto dalle ingombranti ombre dei due vice star.
Ed è ancora, nel 2018, l’Italia dove si infiltrano inquinanti manifestazioni razziste alle quali non sono estranee certe esternazioni dei governanti.
Ma quest’anno che se ne va, credo lo ricorderò come l’anno delle gaffe, delle frasi e dei discorsi inopportuni. A livello nazionale e a livello locale. Chi riveste un ruolo pubblico non può e non deve permettersi di trascendere o di cascare in continue cadute di stile. È stato l’anno delle promesse e delle apparenze, dei proclami in pompa magna puntualmente disattesi, delle azioni ordinarie spacciate per straordinarie. Di un sistema di facciata e ipocrisia che si radica sempre più. Nell’era dei social e dei selfie, riusciremo più a mostrare il nostro vero volto, a essere noi stessi? Sì, in effetti sì. Alla fine, come dicevo qualche riga fa, quelli siamo noi o chi vorremmo essere, siete voi e quello che credete di essere.
Dirigere un giornale che tenta di resistere, informando su quanto accade in più realtà locali ed oltre, non è una passeggiata. Ma resistiamo. Anche quest’anno ci sono arrivate lezioni da chi non dovrebbe proprio parlare, da chi farebbe più bella figura a tacere, a specchiarsi nella propria coscienza, sempre che ce l’abbia.
L’anno del fango senza ritegno, senza tirare giù la maschera, ma anche questo fa parte della vita.
L’anno dell’incompetenza imperante, delle teste di legno che dicono sempre sì, che alzano il bicchiere e brindano per mostrare un’armonia che non c’è.
L’anno dei poteri forti, del sistema, della presunzione. E l’anno dei soliti noti, apparentemente nemici ma pur sempre compagni di merende.
L’anno da primato per gli incivili e i vandali delle cose e degli spazi pubblici: quelli, gli incivili, restano invincibili e saranno intramontabili.
L’anno di tante cose che purtroppo non sempre si possono raccontare.
L’anno della povertà assoluta, della disperazione, della disoccupazione che tanti non vedono e che spesso porta alle tragedie familiari.
L’anno delle assurdità e della follia.
E le carenze e le mancanze che si vedono solo dopo le tragedie.
I mercatini insanguinati, la morte senza ragione.
L’anno dei ponti che crollano, che si portano via sogni e speranza. Delle tragedie annunciate ma inascoltate.
L’anno del dolore perché qualcuno, inaspettatamente, se ne va e lascia un vuoto incolmabile.
Gli incidenti di moto, di auto e tanti, troppi, figli della nostra terra che ci lasciano.
Ma è stato anche l’anno delle meraviglie, dell’orgoglio, della scoperta di giovani talenti, di tante lodevoli iniziative da parte di associazioni, gruppi, attivisti. La cultura non paga e non ripaga, ma incoraggia, consola, rende bello perfino il grigiore della quotidianità.
Vogliamo credere che per il nostro Paese e i nostri paesi ci sia ancora speranza, un futuro migliore. Dobbiamo crederci.
Che per i nostri lettori, ma anche per quelli che lo diventeranno o al contrario non lo saranno mai, sia un buon 2019.
Il Direttore de “Il Mediano”, Carmela D’Avino.








