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Nel Napoletano in crisi chi salverà le casse dei Comuni dall’ultimo assalto dei saccheggiatori di incarichi e “somme urgenze”?  

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La crisi irreversibile del sistema socio-economico. Nel Vesuviano e nel Nolano forze dell’ordine e magistratura devono affrontare non più la camorra classica, che è quasi dissolta, ma il “sistema” dei predatori delle casse comunali.

Una grandinata metaforica è stata innescata, negli ultimi giorni, dalla parola “camorra”. In uno splendido articolo pubblicato dal nostro giornale Pino Neri, riflettendo sul numero dei Comuni della provincia commissariati per infiltrazioni mafiose nell’ultimo quinquennio, si chiede se nel Nolano e nel Vesuviano la camorra esista ancora; il ministro della Giustizia Orlando ci invita alla speranza, perché ha scoperto che la camorra si batte con i posti di lavoro (e io ero persuaso che se ci fossero posti di lavoro, se li prenderebbero i camorristi…). La Bindi, invece, è drastica: la camorra è a Napoli elemento costitutivo non si sa se della cultura, o della civiltà, o del temperamento: la signora ha promesso che chiarirà. Molti si sono dichiarati offesi dalle sue parole, e avrebbero potuto farne a meno, altri, e tra questi Roberto Saviano, hanno condiviso. Mi meraviglio, intanto, di chi si meraviglia che la signora consigliere regionale, che fino a ieri era presidente della commissione antimafia della Regione Campania sia indagata per voto di scambio “mafioso” (Il FattoQ. 19 settembre): se è vero, è una verità ovvia. Diceva Cesare che per sbaragliare i nemici bisogna conoscerli bene.

Partiamo dai nomi. Non chiamiamola più camorra, chiamiamola delinquenza organizzata, anzi, “sistema”. E il problema è risolto, alla radice: perché il “sistema” funziona dovunque, a Palermo, a Napoli, a Milano, a Venezia, a Roma. Ma a Napoli e a Palermo il “sistema” spara, ammazza: è vero. Mi domando, però, e domando, quanti suicidi e quanta disperazione abbia prodotto, solo negli ultimi dieci anni, nell’ “altra “ Italia, nell’Italia che non fa parte della casta, il micidiale intreccio tra la crisi economica e il colossale saccheggio delle casse dello Stato condotto senza sosta, e quasi senza ostacolo, dal “sistema” che mette insieme i politici, il grande capitale, i burocrati di prima fila, i commissari e i presidenti di società miste, insomma tutti gli “onnipotenti” che controllano le grandi opere pubbliche e i grandi appalti. In teoria, posso difendermi da chi mi minaccia con la pistola: ma chi mi difenderà da un consiglio regionale che un giorno si riunisce e stabilisce, in un attimo, e al di fuori di ogni tipo di controllo, di aumentare gli appannaggi, gli indennizzi e i rimborsi dei consiglieri?

Anche gli studiosi “scientifici” della camorra, Francesco Barbagallo, Marcella Marmo, Isaia Sales, Olimpia Casarino, Paola Monzini ammetteranno che la camorra, diciamo così, classica, la camorra che essi hanno studiato e descritto, nel Vesuviano e nel Nolano si è dissolta negli anni ’80, dopo la guerra tra la NCO e la Nuova Famiglia. E si è dissolta, prima nel Vesuviano, e nel Nolano poi, e più lentamente, non tanto perché sono scomparsi dalla scena i capi, mi si passi il termine, carismatici, ma perché la stagione dei grandi appalti, privati e pubblici, è finita. Resta, in alcune zone, il mercato delle droga, che è però “l’affare” più adatto a promuovere la nascita di bande “irregolari”, e a mettere in discussione – una feroce discussione – il ruolo dei tradizionali “padroni” del territorio: ciò che accade ogni giorno in certi quartieri di Napoli lo dimostra chiaramente.

In quasi tutto Sud, inoltre, la crisi economico-sociale è già manifestamente strutturale, nel senso che c’è calo demografico, la borghesia è impoverita, non ci sono più investimenti e i giovani vanno via: se ne è accorto perfino il sig. Renzi, e quelli del PD hanno perfino presentato una mozione su questa crisi, ma al dibattito in aula, dei 47 firmatari della mozione, erano presenti solo Luisa Bossa, Roberto Speranza e Paolo Beni. “In alcuni momenti sono stati presenti al massimo 11 deputati, di cui appena 6 del PD” (CdM, 12 settembre). Chi sa cosa pensa la Bindi di certi suoi colleghi.

In alcuni Comuni del Vesuviano, del Nolano e di Terra di Lavoro il dramma è andato in scena con largo anticipo rispetto al resto della Campania, perché la crisi economica e la crisi demografica si sono fuse, da subito, in una sola patologia. Con conseguenze devastanti: l’opinione pubblica si è sfaldata, il dibattito politico si è spento, non c’è sentimento del domani, anche gli usurai girano a vuoto, e le sole casse in cui sia rimasto qualche spicciolo sono le casse comunali. Il quadro che emerge dalle cronache “napoletane” degli ultimi dieci anni – una caterva di articoli di giornale pazientemente archiviati – è un solo quadro, in molte copie, con varianti poco significative. I “sistemi” si costruiscono con il voto di scambio: tu dai le preferenze a me, io do a te incarichi e “somme urgenze” attraverso il Mondo Meraviglioso degli Uffici Tecnici. Un altro Mondo Meraviglioso è quello delle società private che gestiscono, avendo vinto l’appalto, i servizi del Comune, per esempio la Nu e l’esattoria. Essendo società private, possono assumere impiegati e operai come dettano il loro piacere e il Caso, e distribuire incarichi per consulenze come il Caso e il loro piacere dettano: se impiegati, operai e consulenti fanno parte del “cerchio magico” dei politici locali e dei loro più importanti elettori, non è malizia, è, ad Acerra, a Ischia, a Scafati e così via, colpa solo del Caso. Ma per fortuna, ci sono società private che gestiscono lo stesso servizio in più Comuni: e così lo zio dell’assessore di Villanova Osca lo assumiamo nella sede del confinante Comune di Castelvecchio Osca, e il cugino del consigliere comunale di Castelvecchio lo prendiamo a lavorare a Villanova: e vediamo che diranno ora quei tizi che si impicciano di cose che non li riguardano.

I più importanti studiosi della camorra hanno dedicato poco spazio – una significativa eccezione sono i libri del prof. Barbagallo – allo sforzo che le forze dell’ordine e la magistratura hanno dovuto compiere negli anni per adeguare le categorie e le tecniche di indagine alle trasformazioni della malavita organizzata. Certo, indagare sui grandi affari, per esempio ‘a munnezza e le “cattedrali” di cemento, che sono stati pianificati e gestiti nell’ultimo trentennio del sec. XX dai cervelli fini della politica, della burocrazia e della camorra, è cosa ben diversa che controllare gli sciami di affarucci di poche migliaia di euro ciascuno che i saccheggiatori portano via dai bauli dell’ultima diligenza: ovviamente, anche con gli affarucci, quando sono parecchi, si può mettere insieme un malloppo sostanzioso.

Pare, tuttavia, che i razziatori di oggi lascino più tracce dei briganti di ieri: forse è una questione di arroganza, o di livello culturale. Forse è solo una questione di scarpe. Alla prossima: siamo solo all’inizio.

 

 

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