Salvatore è colpevole dell’uccisione della moglie. Mostrate in aula chat “hard” tra il militare e la soldatessa amante. Risalgono a 4 giorni prima della lettera in cui Parolisi scriveva a Melania: “Ti voglio bene”.
Nove ore di camera di consiglio, poi la sentenza. Salvatore Parolisi è stato condannato a 30 anni dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila per l’omicidio della moglie. Anche per i giudici di questa Corte, come era accaduto in primo grado, l’assassino è lui.
La famiglia di Melania è andata via in auto subito dopo la lettura della sentenza, assediata da giornalisti e telecamere. «Siamo soddisfatti- dice Michele Rea, fratello di Melania – non sbagliavamo a credere nella giustizia, che sia di esempio per tutti gli altri che si sono macchiati di un delitto così orribile». E lo zio di Melania, Gennaro, aggiunge: «Eravamo sicuri di questo esito ma c’è rammarico di non sapere la verità e c’è una tristezza generale per tutto quello che è successo. Per noi non è assolutamente una vittoria: sì giustizia è stata fatta, ma Melania non c’è più». Al caporalmaggiore dell’Esercito non sono state riconosciute le aggravanti. In primo grado Parolisi era stato condannato all’ergastolo.
Melania fu uccisa il 18 aprile 2011. Quel giorno la giovane mamma di Somma Vesuviana scomparve sul Colle San Marco di Ascoli Piceno, dov’era andata per trascorrere qualche ora all’aria aperta insieme al marito, Salvatore, militare del 235esimo Reggimento Piceno, e alla loro bambina che all’epoca aveva 18 mesi, Vittoria. Secondo quanto verrà riferito da Parolisi, l’unico in grado di confermare questa circostanza, la donna si allontana per andare in bagno in uno chalet vicino. Ma nessuno l’ha mai vista entrare, in quello chalet. È lo stesso Parolisi a chiamare i soccorsi, facendo scattare le ricerche.
Il suo corpo viene scoperto due giorni dopo, il 20 aprile, in seguito alla telefonata anonima di un uomo che, intorno alle 14.30-15.00, avverte il 113 da una cabina telefonica pubblica del centro di Teramo ma che non sarà mai rintracciato, nonostante gli appelli. La salma di Melania viene ritrovata in un bosco di Ripe di Civitella, nel teramano, a circa 18 chilometri di distanza da Colle San Marco, poco lontano dalla località chiamata Casermette, dove si svolgono esercitazioni militari di tiro. Presenta ferite di arma da taglio e una siringa conficcata sul corpo. L’autopsia, eseguita dal medico Adriano Tagliabracci, appurerà che Melania è stata uccisa con 35 coltellate, ma non saranno trovati segni di strangolamento e nemmeno di violenza sessuale.
Accanto al corpo di Melania viene trovato il suo cellulare con la batteria scarica. Poi anche un’altra sim card. Il segnale del cellulare sarebbe stato attivo fino alle 19 circa. Poi il nulla. Parolisi non è da subito iscritto nel registro degli indagati. L’avviso di garanzia gli viene notificato il 29 giugno dello scorso anno, a più di tre mesi dall’omicidio della moglie. L’arresto arriva invece quasi un mese dopo: a chiederlo il procuratore di Ascoli Piceno Michele Renzo e il sostituto Umberto Monti. A disporlo il gip Carlo Cavaresi, che il 19 luglio lo fa arrestare. Per il primo giudice che lo spedisce dietro le sbarre, Parolisi avrebbe ucciso la moglie Melania Rea a causa della situazione che si era creata con l’amante.
La misura cautelare in carcere sarà confermata dalla Corte di Cassazione il 28 novembre del 2011: a 7 mesi dal delitto la prima sezione penale della Suprema Corte respinge il ricorso presentato dalla difesa del caporalmaggiore che chiedeva di ribaltare l’ordinanza del Tribunale del Riesame dell’Aquila. Giudicato con rito abbreviato, concesso il 12 marzo del 2012 dal giudice Marina Tommolini, Parolisi viene condannato all’ergastolo il 26 ottobre del 2012. Il massimo della pena, con isolamento diurno. Il giudice gli commina anche tutte le sanzioni accessorie, compresa la perdita della patria potestà genitoriale, stabilendo inoltre il pagamento di una provvisionale di un milione a favore della figlia Vittoria e di 500mila euro per i genitori di Melania. Ieri la sentenza d’appello.
Che non ha ribaltato quella di primo grado come speravano i legali di Parolisi. Anzi, ieri l’intervento del legale della famiglia Rea, Mauro Gionni, è stato decisivo e incentrato su alcune prove per smontare le repliche della difesa. In udienza, come ha poi raccontato lo stesso Gionni, è stato mostrato un video che mostra Parolisi sullo stesso luogo del delitto mentre dondola la figlia Vittoria con gli stessi abiti di quel triste 18 Aprile, una video chat con l’amante Ludovica, nella quale i due si mostrano reciprocamente le parti intime, ma soprattutto un filmato del 20 Aprile, giorno in cui è stato ritrovato il cadavere di Melania, nel quale sono evidenti macchie di sangue rappreso che secondo la difesa di Salvatore potrebbero aver dato vita a quell’impronta sullo chalet che potrebbe dimostrare l’innocenza dell’ex caporalmaggiore.
Gionni ha invece spiegato che i militari della scientifica si sono addirittura sporcati i guanti con quel sangue e che quindi quell’impronta può avere quel tipo di origine. La chat hard con Ludovica è stata mostrata, ha spiegato Gionni ai giornalisti, per contestualizzare la lettera prodotta dalla difesa di Parolisi nella quale Salvatore dice alla moglie di volerle bene: la chat precede di soli quattro giorni la lettera spedita alla moglie. Stanchi e provati, i familiari di Melania sono già Somma Vesuviana, partiti ieri sera subito dopo la fine del processo, per raggiungere la piccola Vittoria che era rimasta a casa con fidati parenti. A lei, un giorno, dovranno raccontare tutta questa vicenda che l’ha privata di entrambi i genitori.
La battaglia legale però non termina qui. Parolisi ha già fatto sapere tramite i suoi legali di non trovare giusta la sentenza e del resto non ha mai smesso nemmeno un attimo di urlare, anche dal carcere, la sua innocenza. «Noi non arretriamo di un millimetro – ha detto il suo avvocato Walter Biscotti – vediamo come le sentenze possono essere capovolte anche all’ultimo grado di giudizio, aspettiamo la Cassazione e aspettiamo di capire come la Corte ha motivato. Impugneremo la sentenza in Cassazione, si va avanti».





