Prendiamo spunto dal titolo del racconto di E.A. Poe per sintetizzare il baratro dove sta sprofondando San Sebastiano, la cittadina considerata il fiore all’occhiello del Vesuviano. L’occasione ce l’ha offerta un fazioso servizio del GR regionale.
Orbene, quando si decide di muovere una critica all’amministrazione pubblica del proprio paese, lo si fa, almeno dal canto nostro, per spronare questa a svolgere meglio il compito da noi assegnatole, ma è evidente che quest’istanza non sempre ottiene i risultati auspicati o viene fraintesa se non addirittura inascoltata. Ovviamente non facciamo riferimento esclusivo alle nostre catilinarie ma anche a quella voce congiunta della cittadinanza attiva, quella che è stufa della solita solfa della “piccola Svizzera”.
Il nostro sindaco è stato negli ultimi anni attaccato da una vivace opposizione e spesso a ragion veduta, ma l’impressione che se n’è avuta è che l’effetto di tanta sollecitazione non sia stato altro che un arroccarsi, da parte della maggioranza, sulle proprie, strenue e stantie posizioni. La reazione, scaturita per i tanti attacchi, anche mediatici, vedi quello della populista Arena di Giletti, è stata quella di un servizio del TGR Campania, che in maniera alquanto acritica e partigiana, esalta la San Sebastiano che forse è stata e che sicuramente oggi più non è.
È chiaro che non c’è peggior sordo e peggior cieco di chi vuol far finta di non sentire e non vedere e così è stato ed è ancora oggi all’ombra del Vesuvio, dove da anni, in virtù della clientela e in forza dello sfacelo dei comuni limitrofi non s’è voluto vedere ciò che purtroppo era evidente anche qui. La rendita infatti, quella costruita alacremente, quella del piccolo e più o meno ordinato paese, andava gradualmente assottigliandosi col trascorrere degli anni. Fin quando si potrà andare avanti di questo passo? Quanto durerà ancora l’eredità del passato?
Ecco perché se ti faccio un servizio su San Sebastiano, dall’alto di una terrazza, non sarà solo per il panorama ma anche perché è meglio mantenere le distanze da ciò che non si vuol vedere. Ma ovviamente la nostra critica al servizio giornalistico non finisce qui, l’inviato infatti esalta il verde e la pulizia locali ma a noi, noi che qui ci viviamo, è chiaro che tutto questo non basta, in primis perché il nostro verde non è spesso accessibile e poi perché è un contesto in serio pericolo di degrado. Il verde pubblico di San Sebastiano è identificabile, tra l’altro, con una villa comunale chiusa quasi tutto l’anno, sporca, pericolosa e in parte donata alla curia.
Un’altra caratteristica del verde locale sono i pini, quelli che una volta si piantavano con poco avveduta solerzia e che adesso, con altrettanto zelo, si tagliano o si permette una sorta di fai-da-te a chi è stufo di vederseli davanti. L’usanza poi che vorrebbe un pino per ogni nuova casa è chiaramente anacronistica, visto che a San Sebastiano, in teoria, non si può più costruire. Ed ancora, i vari fondi che punteggiano il paese, quelli che potrebbero essere il polmone verde dello stesso, altro non sono che un ricettacolo di rifiuti, senza parlare di quando sono vere e proprie discariche come quelle in via Panoramica Fellapane, proprio vicino a quella panoramica terrazza e in pieno Parco Nazionale; e meno male che il nostro sindaco è il presidente della Comunità del Parco (per quel che possa ancora servire tale strumento)!
Infine, il nostro sentiero del Parco. Dove, quello che le coppiette risparmiano, ci pensano ad insozzarlo tutti coloro che dimenticano la decenza e il rispetto per la cosa pubblica e il suo intrinseco valore naturalistico, sversandovi rifiuti di ogni genere, eternit compreso. Alla faccia dell’ “intrinseco connubio tra comunità e ambiente” tanto esaltato dal video.
L’apologetico e affamato giornalista, ha inoltre sottolineato, nel suo servizio, alcune attività sportive che si svolgono nel Parco e chissà perché, accostando queste a San Sebastiano; sta di fatto però che alcune di queste, sono addirittura vietate dallo stesso regolamento del Parco Nazionale e mi riferisco in particolare all’uso dei cavalli lungo la sentieristica ufficiale, ma è evidente che nella cittadina della legalità , tutto questo, oltre che possibile è anche normale.
È normale come il fatto che a San Sebastiano si compiano abusi edilizi e con buona pace del cronista, le superfetazioni, quegli aumenti di cubatura estemporanei e repentini, regnano ovunque nel paese del santo martire, solo che nessuno ci fa più caso, un po’ per abitudine e un po’ per convenienza. E i nostri monumenti? La villa vanvitelliana, segnalata dal distratto giornalista, quella di via Figliola, altro non è che un bell’involucro esterno, che racchiude però un complesso insieme di abusi edilizi, una perfetta metafora del paese.
E poi c’è la raccolta differenziata. Ordunque, a me fa piacere che il comune sia stato insignito più volte del titolo di riciclone, da una più che generosa Legambiente, ma di quelle belle percentuali, che talvolta hanno sfiorato il settanta per cento di differenziata, e di quei titoli, noi, non sappiamo che farcene, soprattutto quando camminiamo per strada e vediamo il rifiuto differenziato lungo il marciapiede o quando ci imbattiamo lungo le discariche se decidiamo di andare a fare una passeggiata “ecologica”.
E i nostri prodotti locali? Il nostro vino, la nostra uva, il nostro pane, le nostre albicocche e poi il nostro oro rosso, i nostri pomodorini, quelli del piennolo, forse solo con questi ci si salverà , dal crinale sul quale sta scivolando questo paese senz’anima, sarà con questi prodotti e forse con quegli artigiani che li curano e li lavorano e che ci legano ancora realisticamente alla nostra terra, che ci salveremo, questo sì, ma senza orpelli di sorta, come quello di una svilita legalità , quella riproposta come un marchio di fabbrica, messa in ogni salsa, come elemento essenziale per inzupparci il proprio pane, duro e scuro come il dubbio.




