LA “LINGUA IN PULITO” E LE RAGIONI DEL DIALETTO

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L”italiano ha conquistato l”Italia, l”unità linguistica del Paese è fatta. Ora, bisognerebbe recuperare i dialetti:
Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo A. ha appena messo la parola fine (da buon linguista!) ad un articolo su “Monolinguismo e plurilinguismo a scuola” da inviare a “Lingua Nostra”, la prestigiosa rivista fondata da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, ora diretta da Giovanni Gentile, chiude il suo portatile e si concede una pausa per dare un”occhiata ai giornali.
Poco distante il prof. Eligio Ligio è immerso nella lettura di un libro di recente pubblicazione e il cui titolo lo ha molto incuriosito. Si tratta di “Quando i Romani andavano in America” (Palombi editore, Roma, 2009) in cui l”autore, Elio Cadelo, basandosi su una testimonianza di Plinio il Vecchio, che racconta di marinai giunti dopo quaranta giorni di navigazione alle Esperidi (isole o terre dell”ovest), sostiene la tesi che i Romani possano per caso essere approdati sulle rive del continente americano. Al rumore dei fogli del giornale, alza la testa e si concede anche lui una pausa.
– Hai seguito – si rivolge al collega – ieri sera in TV, la trasmissione sulla 777 “Arti e Scienze”?
– No, son dovuto uscire ma l”ho fatta registrare e conto di vederla stasera.
– C”è stato un servizio molto interessante sulle civiltà antiche del Mediterraneo. L”intenzione dell”autore era di dimostrare, sulla base di elementi comuni esistenti nelle varie culturedei paesi (di ben tre continenti!) che si affacciano sul nostro mare, la possibilità e l”utilità di costituire una Unione Mediterranea, ossia una comunità dialogante, tollerante delle diversità, ma soprattutto solidale, che dovrebbe coesistere e collaborare con la Comunità Europea, anche al fine di fondare una rete di relazioni pacifiche e di cercare nuovi e più umani sistemi di vita.
– Idea suggestivae degna di essere sostenuta. – commenta il prof. Carlo – A proposito di TV:ti chiedo scusa seoso parva componere magnis (mescolare questioni così elevate con cose terra terra) l”altra sera è capitato che mia figlia, la quale ama assistere ad uno dei tanti quiz televisivi in cui si distribuiscono soldi come se fossero noccioline, è venuta nel mio studio a chiedermi il significato di “pastinaca”, aggiungendo che il concorrente, un giovane proveniente da Napoli, cui era stato posto il quesito nella trasmissione, non aveva saputo rispondere. Mi è sembrato strano che sia mia figlia sia il concorrente napoletano non conoscessero questa parola che veniva usata fino a qualche decennio fa nel nostro dialetto per indicare la carota (“pastenaca” nella versione dialettale).
Eppure ero convinto che mia figlia lo conoscesse il dialetto, dal momento che usa spesso scherzare e divertirsi a mescolare con l”italiano le parole più colorite del vernacolo. È facile udirla pronunziare, anche con una certa enfasi: “Vi piacciono i miei sciuquagli (orecchini)?” o, rivolta alla madre,”Ti ho detto tante volte che a me il petrusino (prezzemolo) non mi piace, appena appena sopporto la vasenicola ( basilico)”.
– Non ti sembra – osserva il prof. Eligio – che questo fatto sia riconducibile al fenomeno di espansione e di affermazione dell”italiano, ossia della lingua nazionale?
– È stato già ampiamente sottolineato – ammette il collega – da eminenti studiosi che subito dopo la fine della seconda guerra si è sviluppato questo processo di unificazione linguistica a scapito della varietà dialettale:Voglio leggerti due citazioni che ho qui sottomano:che mi sono servite per l”articolo che ho appena finito: “Dopo due millenni – scrive Tullio De Mauro (Grande Dizionario dell”uso, UTET, Introduzione, I, p. X) si è effettivamente raggiunta la tendenziale unificazione linguistica delle classi sociali e delle diverse regioni del paese in un grado pari, anzi superiore a quello che si ebbe durante il pieno Impero romano”.
E A. Asor Rosa (“Novecento primo, secondo e terzo, Sansoni, 2004, p.170”) “Sarei dunque proprio dell”opinione:.che in Italia esista ormaiquella koinè linguistica a livello di massa che Pasolini preannunciava più di quindici annior sono, subito dopo affibbiandole la connotazione negativa di una nuova egemonia piccolo borghese sugli strati popolari e proletari e sui dialetti. A me pare, invece, che a formarla abbiano contribuito apporti molteplici e in genere tutt”altro che negativi: non tanto la scuola, impari anche questa volta al suo compito e anzi responsabile dei superstiti pregiudizi linguistici; bensì le possenti trasmigrazioni interne, politiche e sociali, il potenziale unitario (anche comunicativo) scaturito dalle lotte politiche e sindacali, le battaglie condotte per le riforme civili e per le trasformazioni socio-economiche; e, accanto a questi fenomeni, la diffusione della stampa e l”affermazione della radio-televisone:”.
– D”altra parte dovresti ricordare – conferma il prof, Eligio – che in tutte le famiglie diciamo “borghesi” o che si andavano imborghesendo e che aspiravano ad elevarsi socialmente, si verificò questo sforzo di mettere la lingua in pulito (di parlare in italiano. L”espressione era usata dai contadini per indicare la lingua parlata da tutti coloro che esercitando professioni o svolgendo un”attività che non comportava la possibilità di sporcarsi, indossavano abiti puliti), come si diceva allora e parlo sempre del periodo dopo la guerra:
– Se me lo ricordo!? – continua il prof. Carlo – Sono stato letteralmente ossessionato da una mia zia sempre pronta a rimproverarmi, quando usavo termini o espressioni dialettali:Una volta, eravamo al mare, sulla spiaggia di Castellammare di Stabia, mi permisi, uscivo dall”acqua finalmente dopo ripetuti richiami di mia madre, di chiedere alla mia genitrice alla presenza di signore “bene”, tra cui anche mogli di pezzienti risagliuti (poveri arricchiti, nuovi ricchi, “villani ripuliti”) ma che appunto avevano messo la lingua in pulito, come hai opportunamente ricordato tu, osai chiedere “Oi mà, mm” “o dai nu maccaturo? (Mamma, me lo dai un fazzoletto?) (Esiste anche la variante muccaturo, preferita daD”Ascoli e da Altamura). Non tanto mia madre, quanto mia zia avrebbe voluto sprofondare dalla vergogna e dopo, giù una predica che non finiva mai:
E ora che l”italiano si è imposto e ha conquistato la sua egemonia nazionale, sebbene continuamente insidiata dalla dilagante (nel mondo) egemonia anglofona, mi dispiace di questa dimenticanza anzi di questa graduale scomparsa del nostro dialetto.. nell”uso e peggio nella memoria dei nostri giovani…lo considero un impoverimento culturale:ma tant”è:..
Come scrive Tullio De Mauro in questo suo libricino (piccolo di formato, s”intende!) appena giunto qui in Istituto (“In principio c”era la parola?”, Il Mulino, 2009, p. 29) “nella realtà una lingua è vivante, diceva già Saussure, solo se la guardiamo come una mobile area di raccordo del convergere e del divergere degli usi linguistici di parlanti reali spinti dalla necessità di farsi comprendere e di comprendere il prossimo.”
– Tuttavia – ribatte convinto il prof. Eligio – bisognerebbe attivare qualche iniziativa di resistenza:di difesa del nostro dialetto:.
– Sì, d”accordo, – concede il collega – Purchè questo poi non diventi un tentativo aberrante, reazionario e involutivo, di annullare il traguardo tanto faticosamente raggiunto dell”unità linguistica (e non solo linguistica) del nostro paese.

LA MADRE CHE UCCIDE IL FIGLIO

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Perchè una madre uccide il figlio? La cronaca liquida drammi del genere come pazzia. In realtà, è nel silenzio della persona che maturano certi pensieri. Chi è lasciato solo con le proprie paure perde il contatto con la realtà

Non è facile dare spiegazioni accettabilie comprensibili ad avvenimenti che ci lasciano attoniti e smarriti, come quello di una madre che uccide a coltellate il proprio figlio di tre anni (fatto accaduto appena pochi giorni fa, ndr). Qualsiasi tentativo di trovare spiegazioni o ragionare sull”accaduto porterebbe, sempre e solo, alla più semplice e facile risposta di molti: “è una madre pazza, una madre che è stata colta da raptus omicida”.
Questo è il limite, l”errore dell”informazione e della “cronaca nera” giornalistica, metterci asetticamente, direttamente e crudamente, in contatto solo con il fatto, o i fatti accaduti, lasciando che solo la mente del lettore, o dell”ascoltatore, provi a darsi spiegazioni o, peggio ancora, come spesso succede, l”ascoltatore viene lasciato solo in balia dei suoi inorriditi e scandalosi giudizi su dove può arrivare il comportamento bestiale dell”uomo e quali cose terribili può concepire la mente umana.
Voglio provare a dare una visione diversa dell”accaduto e, soprattutto, desidero guardare e riflettere su cosa c”è, dietro e sotto, l”accaduto e cosa c”è nell”anima e nella profondità interiore di quella madre. La prima riflessione che mi sovviene è il pensare alla inascoltata, ignorata e dolorosa solitudine, diventata, per questo motivo, insostenibile disperazione, in cui versa una donna, persona e madre, che non riesce più a tenere a bada i propri pensieri, specie quelli orrendi e deleteri, perchè in balia dell”angoscia esistenziale e del proprio doloroso silenzio.
Mi chiedo, quanti e quali sono stati, gli incuranti e gli incapaci, che pur facendo parte della vita intima e affettiva di questa donna, non hanno sentito il dolore della sua anima e non hanno saputo leggere il linguaggio del suo corpo, come non hanno saputo ascoltare l”assordante silenzio e la sua disperata solitudine. Questa donna e madre assassina non è altri che l”orripilante testimonianza di un essere umano solo, disorientato, confuso e impotente. Un essere umano cui è stata tolta, lasciandola nella solitudine, incomprensione e dolore, la dignità di essere umano.
Ora però, a fattaccio compiuto, siamo tutti pronti a inorridire, scandalizzarci, commentare e adoperarci in mille ragionevoli spiegazioni, per non sentire il nostro dolore, il nostro dispiacere e la nostra precarietà, perchè restiamo in balia della nostra mente e di ciò che essa ci suggerisce e impone, con coerenti e impeccabili ragionamenti. E, allora mi chiedo ancora: dov”è finito il “Padrone di casa”, dove lo abbiamo relegato, incuranti e inconsapevoli, l”unico e vero proprietario della nostra casa?
Chi è, per me il vero “padrone e proprietario” della nostra casa?É il cuore, il nostro cuore. La mente è solo uno “scomodo e irrispettoso inquilino” che, appena lasciato a se stesso e in balia di un dolore che non sappiamo esprimere, nè accettare, nè condividere, ci conduce con i suoi pensieri falsati, violenti e ingannevoli, verso la nostra e l”altrui rovina.
Credo, che sia stato proprio questo inascoltato, angosciante e disperato dolore. e l”insostenibile solitudine in cui oggi versano in molti, che ha sfociato in pensieri orrendi e mortali ed ha armato la mano di questa madre contro il proprio figlio.
Infatti, paradossalmente, proprio il dolore provato per il crimine compiuto,e non più allontanato con ragionamenti, silenzi e chiusure nevrotiche, ha ridato dignità umana a questa donna che ora, purtroppo, dovrà imparare a convivere con il sentire più profondo del suo essere e del suo incancellabile dolore.
Tutto questo si sarebbe potuto evitare, se la donna non fosse stata lasciata da sola, con le proprie paure e angosce e avesse potuto trovare in qualcuno una efficace e significativa condivisione, qualcuno che riuscisse a comprenderla ridimensionando le sue paure,riportandola ad un giusto rapporto con la realtà e con le cose e le persone più care della sua vita.
Anch”io in quanto essere umano sociale e di cultura, mi sento correo e ugualmente colpevole, perchè anch”io non sono sempre attento a leggere e ad ascoltare la sofferenza, la solitudine e il dolore di chi mi è vicino ecompagno di vita e per questo credo che l”unica concreta ed efficace forma di prevenzione di questo male e di altri dolori che affliggono la nostra società e che infliggiamo agli altri sia l” “ascolto”: l”ascolto di noi stessi, dell” “altro” e degli “altri”. Sto parlando e riferendomi all” “Ascolto Attivo”.
L” “Ascolto Attivo” così, come lo chiamano e lo insegnano gli psicologi ad indirizzo umanistico-esistenziale e, in particolare, gli psicoterapeuti di indirizzo rogersiano, cioè un ascolto congruente ed empatico di se stessi e delle persone, di quelle che amiamo e ci sono vicine, ma anche di quelle che, come noi, vivono l”esperienza del vivere e dell”esistere di diritto su questo nostro fantastico mondo.
(Fonte foto: Rete Internet)

PILLOLE DI “900. TRA GIOVANI E CONSERVATORI

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I giovani spingono per partecipare ed essere protagonisti. Lo dimostra la grande partecipazione per aiutare Firenze dopo l”alluvione del “66. La Scuola, però, è sempre più conservatrice.
Di Ciro Raia

Il decennio appena trascorso fa rilevare molte curiosità. Nell”anno del Centenario dell”Unità d”Italia (1961), in tutto il paese si è assistito ad una continua autocelebrazione. Torino, vecchia capitale sabauda, è diventata mèta di milioni di visitatori, che volevano respirare l”aria dei palazzi del Risorgimento. Nel capoluogo piemontese sono state ospitate la Mostra Storica del Risorgimento, l”Esposizione Internazionale del Lavoro e la Mostra delle Regioni Italiane.
Un”autentica novità ha dato vigore alla diffusione della cultura: la pubblicazione della collana degli “Oscar” della Mondadori. Gli “Oscar”, a cadenza settimanale, pubblicano titoli di autori italiani e stranieri, al prezzo di lire 350. Una pubblicità li presenta come “i libri transistor che fanno biblioteca”.
Intanto la città simbolo della cultura italiana ha rischiato di essere spazzata via da una apocalittica inondazione. Il 4 novembre 1966, infatti, a seguito delle abbondanti piogge dei giorni precedenti, l”Arno ha straripato e con furia si è abbattuto per le strade di Firenze, ha travolto auto, sommerso terranei, allagato le sedi depositare delle innumerevoli opere d”arte conservate nella città. Lungo le strade galleggiavano carogne di animali insieme a pacchi di preziosi documenti, antichi manoscritti ed intere collezioni di libri e giornali. La radio inglese ha lanciato un disperato appello: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme, Firenze”.
È iniziata una gara di solidarietà, che ha avuto come maggiori protagonisti i giovani. Da ogni luogo sono arrivati soccorsi. Uomini e donne, nei giorni che sono seguiti a quel fatidico 4 novembre, si sono immersi nel fango delle strade, spalato nei quartieri affogati nella melma, recuperato quasi tutti i preziosi tesori e ridato speranza alle genti fiorentine.
A fronte di tanta voglia di partecipazione delle giovani generazioni, si è, però, vista una scuola sempre più abbarbicata su posizioni di conservatorismo. A Milano, infatti, gli studenti del liceo “Parini” hanno pubblicato sul loro giornalino, “La zanzara”, un”inchiesta sul comportamento sessuale dei loro coetanei: sono stati denunciati per pubblicazione oscena! A Roma, invece, un bambino di sei anni è stato espulso dalla classe solo perchè portava i capelli lunghi!
Grande fermento si è registrato nel campo delle arti ed in quello dello sport.
Il mondo della letteratura si è arricchito di pubblicazioni quali”Filastrocche in cielo e in terra” di Gianni Rodari, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, “L”ora di tutti” di Maria Corti, “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “Opera aperta” di Umberto Eco, “Memoriale” di Paolo Volponi, “Il piatto piange” di Piero Chiara.
Per l”interpretazione offerta nel film “La Ciociara”, l”attrice Sophia Loren ha vinto il premio Oscar (1961). Uguale riconoscimento è stato riservato ai registi Federico Fellini (1964) e Vittorio De Sica (1965) per i rispettivi film “Otto e mezzo” e “Ieri, oggi e domani”.
Nel 1963 a Giulio Natta è stato assegnato il premio Nobel per la chimica e per le ricerche sulla plastica. Sei anni dopo, nel 1969, il premio Nobel per la medicina è stato assegnato a Salvador Edward Luria, virologo di origine italiana, costretto, anni addietro, ad emigrare prima in Francia e poi negli USA, a causa delle leggi razziali.
Nel mondo dello sport, infine, l”Italia ha conseguito buoni risultati (10 medaglie d”oro) nei giochi olimpici di Tokio (1964). Minor fortuna ha arriso, invece, ai colori italiani nelle Olimpiadi di Città del Messico (1968) –quelle passate alla storia per la protesta di Tommie Smith e Tom Carlos– dove le medaglie d”oro sono state solo 3.
Nel ciclismo si sono avute due vittorie italiane al Tour de France con Gastone Nencini (1960) e Felice Gimondi (1965). Nel 1968, poi, nello stesso anno in cui la nazionale di calcio ha conquista il titolo di Campione d”Europa, Vittorio Adorni ha vince il titolo di campione del mondo di ciclismo su strada.
Anche dalla boxe sono arrivate buone notizie, per merito di Nino Benvenuti, che, nel 1967, ha conquistato la corona mondiale dei pesi medi.
(Fonte foto: Rete Internet)

SE FINI SDOGANA LE PAROLE FORTI:

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“Str:”, usata dal Presidente della Camera è una parola forte, di reazione contro i razzisti. Non tutti i termini, però, hanno lo stesso significato. “Vecchia volpe”, ad esempio, si può prestare a molteplici equivoci.

Caro Direttore,
se un giorno decidessi di andartene in giro per le balze del Somma-Vesuvio (piuttosto che attardarti tra file, e-mail e sms), toccheresti con mano le violenze perpetrate dall”uomo a danno della natura. E non solo. Daresti anche maggiore senso a quelle parole, pesanti più di un macigno, pronunciate dal sottosegretario Bertolaso, all”indomani dell”alluvione a Messina (ma anche di altre tragedie): “Ci sono grandi responsabilità da parte degli amministratori locali!”.

A parte le graziose casette, che continuano a spuntare come funghi in un bosco, potresti notare, per esempio, le ardite opere di ingegneria (stradale e idraulica) messe in essere dalla fantasiosa mente e dall”operosa mano dell”uomo. Potresti scoprire che i sentieri di accesso al Somma-Vesuvio sono quasi tutti carrozzabili e, taluni, anche asfaltati. Vedresti che i lagni (è più elegante chiamarli alvei?), poi, sono diventati una sorta di autostrade, levigate, continuamente piallate da qualche compiacente proprietario di bobcat, che copre ed elimina quegli sbarramenti naturali con relative vasche per le acque reflue (per capirci, quelle che nel nostro vernacolo abbiamo sempre chiamato “catene”), mentre innalza ai suoi bordi cumuli di immondizia.

E qui ci trovi di tutto: pneumatici usati, carcasse di automobili, inerti, televisioni e frigoriferi smessi, pezzi di eternit, infissi di alluminio anodizzato, recipienti in plastica, confetture scadute. E non so quante altre cose. I lagni con funzione di autostrade servono a facilitare e velocizzare il percorso per le case ed i condomini condonati, quelli abusivi non ancora condonati, quelli abusivi e basta.

Ti devo confessare che una mia collega di Groppello Cairoli -piccola località in provincia di Pavia- non mi ha molto in simpatia, perchè –dice- sono un meridionale. Ella sostiene che al sud si fanno solo imbrogli: ultimamente, per rincarare la dose, mi rinfaccia, come se fosse una mia colpa, che anche la Gelmini, per superare l”esame di Stato per la professione di avvocato, preferì spostarsi alla Corte di Appello di Reggio Calabria.

Quella mia collega di Groppello Cairoli (che si è laureata solo dopo essere diventata l”amante di un noto professore), poi, tentando di offendermi ancora oltre, ama definirmi “borbonico”. Se le chiedo il perchè di questa sua definizione, mi risponde che i Borbone (ma da ignorante, lei li chiama i Borboni) erano degli imbroglioni, superficiali nell”amministrazione, dediti a bagordi più che a compiti di difesa e sviluppo delle città e dei cittadini.

Come al solito la verità non è mai da una sola parte. Borbonico si dice, generalmente, di un sistema antiquato, referenziale e, riferito ai Borbone di Napoli, di un sistema di governo retrivo, reazionario ed anche poliziesco. Ma i Borbone di Napoli, escluse le pecore nere che ci sono in ogni buona famiglia, si sono lasciati ricordare anche per altre cose. Essi, infatti, riordinarono l”esercito, revisionarono e rinnovarono gli studi universitari, la pubblica amministrazione e la giustizia, migliorarono l”assetto viario del paese, ripristinarono la fabbrica di porcellane di Capodimonte, inaugurarono il teatro “Mercadante” ed il “San Ferdinando”, la villa di Chiaia, il deposito dei Granili, diedero inizi agli scavi di Ercolano, vararono l”avanzata legislazione sociale del centro manifatturiero di San Leucio.

E costruirono (1610) anche l”utile rete dei regi lagni, con un nobile ed intelligente intento: porre fine alle frequenti inondazioni che tormentavano, per lo straripamento del fiume Clanio, le popolazioni poste a valle nelle terre della Campania felix, impedendone il naturale sviluppo urbanistico.

Allora, caro Direttore, i regi lagni servivano (e servono ancora) a qualcosa o no? E la definizione di “borbonico” è da considerarsi un”offesa o un complimento?
“Moribondo paese che sai tutto di me e dei miei/ io so chi ha comprato chi ha venduto la casa e la terra,/ chi è partito e si è messo nei panni miei,/ contento di vivere al di là dell”ombra della stazione/ piuttosto che accrescere le carte notarili e i testamenti/ sulle tue carni nere di tegole e di muri”. (Rocco Scotellaro, dalla raccolta “Margherite e Rosolacci”, Mondadori, 1978).

Il problema è quello di usare bene le parole e al momento opportuno. Invece, si generalizza sempre, specie con le cattive parole. Allora succede che Fini dica che i razzisti sono degli stronzi; che Calderoli rimandi l”epiteto a chi fa intravedere l”Italia come un eldorado per gli immigrati. Succede anche che il ministro Scajola, non sapendo come rispondere alla domanda di un operaio dell”Atitech di Capodichino, non gli riesca di meglio che chiamarlo stronzo.

E, poi, accade che gli epiteti offensivi lanciati a ruota libera in televisione non si contino, in ogni trasmissione; che l”antesignano sia stato l”onorevole Sgarbi (oggi anche sindaco di Salemi), abituato ed abilitato ad apostrofare, con volgarità, a destra e a manca, donne ed uomini, santi e madonne. E così capita che il linguista Tullio De Mauro, in questo bombardamento giornaliero, finisca con l”issare bandiera bianca e dire che l”antico termine longobardo “strunz” (diverso dallo “strunz” di Trapattoni!), usato da Fini, è, sì, un”espressione forte, ma giustificata dalla volontà di reagire al razzismo!

Caro Direttore, ma perchè massificare ed uniformare la lingua? Perchè ridurre un termine ad essere onnicomprensivo, nel senso che può significare una cosa ed anche un”altra o un”altra ancora? Diceva Michele Murri, uno dei personaggi creati da Eduardo De Filippo nella commedia “Ditegli sempre di sì” (1932), “[:] C”è la parola adatta, perchè non la dobbiamo usare? Parliamo con le parole appropriate, se no io mi imbroglio”.

A me, per esempio, a quella mia collega di Groppello Cairoli verrebbe di chiamarla “zoccola” (dal latino “sorcula”), che dalle nostre parti significa, a secondo del contesto comunicativo, “donna di costumi leggeri” o “persona astutissima” (una vecchia volpe). Io, caro Direttore, vorrei dirle che, secondo me, avendo raggiunto l”apice della carriera, passando di letto in letto, è una donna di facili costumi. E se, invece, prendesse le mie parole come un complimento? Come perchè?

Perchè potrebbe pensare, magari, di essere stata definita una persona astutissima, al pari di una volpe! E con i tempi che corrono, rischierebbe pure di non sbagliare! Vedi, infatti, quante persone astutissime sono ai posti di comando, al governo del paese, alle presidenze dei condomìni ed a quelle dei comitati per i festeggiamenti del santo patrono!
Direttore, tu che sei una vecchia volpe (e che, immagino, non abbia scaldato troppi letti), potresti far qualcosa per aiutarmi a capire di più, a districarmi meglio, in questo mondo di parole globalizzate?
(Fonte foto: Rete Internet)

RACCOLTA DIFFERENZIATA. CHI CI GUADAGNA?

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I rifiuti differenziati dovrebbero promuovere nuova ricchezza. Invece, i costi del servizio, sempre più salati, li pagano i cittadini, mentre i guadagni se li spartiscono in pochi.
Di Amato Lamberti

Questa volta parliamo di rifiuti e di raccolta differenziata perchè l”aumento della TARSU sta preoccupando i cittadini mentre gli amministratori si trincerano dietro la necessità, prevista dalla legge, di coprire l”intero costo del servizio. Una riflessione però si impone.

La ragione principale della scelta della differenziazione nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti sta nel recupero di materiali che possono essere riutilizzati per produrre nuovi oggetti, nuove merci, da mettere sul mercato per produrre nuova economia, nuova ricchezza. Invece di buttare i rifiuti in discarica, a marcire e ad inquinare la terra, i rifiuti differenziati e riutilizzati producono nuova carta, nuovo vetro, nuovo alluminio, nuove materie, nuovi oggetti: in una parola, ricchezza. Ma per chi?

La domanda è d”obbligo, specie in questo periodo di approvazione dei bilanci comunali che hanno visto tutti un aumento esponenziale della tassa per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani proprio per avviare la raccolta differenziata , tra l”altro realizzata secondo le metodologie più disparate, visto che chi doveva farlo non ha provveduto a definire uno standard unico sulla base almeno dell”economicità della spesa. Ora visto che si differenzia per riutilizzare, ci si sarebbe aspettato oltre a voci in uscita, per l”adeguamento del servizio, anche voci in entrata, per la vendita dei materiali differenziati alle imprese che li riutilizzano.

In una città come Napoli che produce circa 1500 tonnellate di rifiuti al giorno, se con la vendita delle frazioni differenziate utili si ricavassero almeno 50 euro a tonnellata, come ci dicono le stime più basse, dovremmo avere in entrata nel bilancio comunale 27.375.000 euro, che potevano servire almeno ad evitare l”aggravio stratosferico della Tarsu. In realtà, una raccolta differenziata fatta bene, e una efficiente riallocazione sul mercato delle frazioni differenziate, potrebbe consentire un rientro anche superiore ai 100 euro a tonnellata, ove si conteggiassero anche i ricavi in termini di produzione e vendita di energia elettrica da parte dei termovalorizzatori, oggi notevolmente elevati grazie al Cip6, vale a dire all”incentivo statale (che pagano i cittadini con l”incremento del 7% sulla bolletta elettrica).

Per una città come Napoli significherebbe poter contare in entrata su una cifra superiore ai 50 milioni di euro l”anno. E, invece, di questi soldi non c”è traccia perchè il business lo fanno evidentemente altri, i gestori degli impianti per il recupero industriale delle frazioni differenziate. Per fare un esempio, ogni Comune, per il conferimento dei rifiuti non differenziati o parzialmente differenziati ad un impianto di termovalorizzazione, in Italia o all”estero, paga una certa cifra a tonnellata. L”impianto con quei rifiuti produce energia elettrica che vende ad un gestore della distribuzione di energia elettrica e incassa il prezzo incentivato per legge.

Logica vorrebbe che una parte del ricavo, anche in termini di fornitura di un servizio, ad esempio, energia elettrica per l”illuminazione stradale, tornasse al Comune che fornisce a pagamento la materia prima, cioè i rifiuti raccolti tra l”altro a spese dei cittadini. Il risparmio potrebbe essere conteggiato per diminuire la tassa. E, invece, niente: il cittadino paga e le aziende fanno business. Questo sistema vale anche per tutte le frazioni differenziate che vengono consegnate al CONAI e conferite alle imprese che le riutilizzano senza nessun ritorno sul Comune, almeno stando alla lettura dei bilanci, e, quindi, sui cittadini, che conferiscono i rifiuti differenziati e pagano salato il servizio di raccolta.

Sembra evidente che cӏ qualcosa che non va in questo sistema dove i costi sono socializzati tra tutti i cittadini, mentre i guadagni sono privatizzati da poche imprese e alcuni consorzi pubblici. Ma nessuno sembra preoccuparsene, tanto a pagare, anche per sostenere business e intermediazioni poco chiari e ampiamente sovvenzionati da fondi europei, sono sempre gli ignari cittadini.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

VERTICE FAO E CONTRADDIZIONI DEI POLITICI

L”assenza dei Paesi ricchi al Vertice Fao a Roma lascia molti dubbi sulle reali volontà di affrontare il problema. I Capi di Stato presenti hanno denunciato la tragedia della fame nel mondo. Ma quante contraddizioni!
Di Don Aniello Tortora

“Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno”. Con queste parole agghiaccianti il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha dato inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao, apertosi a Roma a metà novembre.

Nel palazzo di viale delle Terme di Caracalla si è svolto l’ennesimo confronto tra capi di Stato e di governo – ne sono arrivati una sessantina, assenti i Paesi ricchi – sulla tragedia planetaria della fame nel mondo, che ha ucciso – solo nel 2009 – un miliardo e duecento milioni di persone. Una verità che atterrisce, ma che lascia ancora indifferente la maggioranza di quella parte del mondo ricco, principale responsabile degli immorali squilibri sociali ed economici che ci sono in questo mondo.
Tante le frasi vuote e scontate. È mancata, però, l’assunzione di responsabilità tangibile per cercare di avviare un processo di cancellazione di questa piaga. I capi di Stato e di governo hanno approvato la dichiarazione in cinque punti con gli impegni per un’azione globale contro la fame.

Tuttavia, il documento non dice una parola rispetto alla richiesta del direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, che nel suo intervento ha chiesto 44 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo agricolo e alle infrastrutture nei Paesi poveri. Aggiungendo anche che ”i fondi per la Fao risultano ridotti di un 22% rispetto ai livelli del 1994 e del 32% rispetto al personale impiegato”.

Poi sono arrivate le parole del Papa, il quale, invitato al vertice, ha fatto un discorso (16 novembre 2009, ndr) bellissimo e di denuncia altissima che potremmo intitolare così:
“Eliminare le cause strutturali della fame”. Riporto qui alcuni stralci molto interessanti.

(:) “La Comunità internazionale sta affrontando in questi anni una grave crisi economico-finanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo. Tutto ciò mentre si conferma il dato che la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti. Infatti, sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro”.

“Questi dati indicano l’assenza di una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico.
Nell”Enciclica Caritas in veritate ho osservato che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato:, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari:”.

Ed ho aggiunto: “Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo” (n. 27).
Nell”odierna situazione permane ancora un livello di sviluppo diseguale tra e nelle Nazioni, che determina, in molte aree del pianeta, condizioni di precarietà, accentuando la contrapposizione tra povertà e ricchezza. Tale confronto non riguarda più solo i modelli di sviluppo, ma anche e soprattutto la percezione stessa che sembra affermarsi circa un fenomeno come l’insicurezza alimentare. Vi è il rischio cioè che la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza. Non è così, e non deve essere così!”.

“Per combattere e vincere la fame è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all’interrogativo: cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi? La risposta non va ricercata nel profilo operativo della cooperazione, ma nei principi che devono ispirarla: solo in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale si può richiedere ad ogni Popolo e quindi ad ogni Paese di essere solidale, cioè disposto a farsi carico di responsabilità concrete nel venire incontro alle altrui necessità, per favorire una vera condivisione fondata sull’amore”.

“Tuttavia, sebbene la solidarietà animata dall”amore ecceda la giustizia, perchè amare è donare, offrire del “mio” all”altro, essa non è mai senza la giustizia, che induce a dare all”altro ciò che è “suo” e che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso, infatti, “donare” all”altro del “mio”, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia (cfr ibid., 6). Se si mira all’eliminazione della fame, l’azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri – necessariamente etici e poi giuridici ed economici – in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo”.

“Ciò, oltre a colmare il divario esistente, potrebbe favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della “legge naturale” chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale (cfr ibid., 59). San Paolo ha parole illuminanti in merito: “Non si tratta infatti – egli scrive – di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perchè anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2 Cor 8,13-15)”.

“Non si devono poi dimenticare i diritti fondamentali della persona tra cui spicca il diritto ad un”alimentazione sufficiente, sana e nutriente, come pure all”acqua; essi rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare da quello, primario, alla vita. È necessario, pertanto maturare “una coscienza solidale, che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni nè discriminazioni” (Caritas in veritate, 27).
La fame è il segno più crudele e concreto della povertà. Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori.
La Chiesa non pretende di interferire nelle scelte politiche; essa, rispettosa del sapere e dei risultati delle scienze, come pure delle scelte determinate dalla ragione quando sono responsabilmente illuminate da valori autenticamente umani, si unisce allo sforzo per eliminare la fame”.

“È questo il segno più immediato e concreto della solidarietà animata dalla carità, segno che non lascia spazio a ritardi e compromessi. Tale solidarietà si affida alla tecnica, alle leggi ed alle istituzioni per venire incontro alle aspirazioni di persone, comunità e interi popoli, ma non deve escludere la dimensione religiosa, con la sua potente forza spirituale e di promozione della persona umana. Riconoscere il valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna resta il primo passo per favorire quella conversione del cuore che può sorreggere l”impegno per sradicare la miseria, la fame e la povertà in tutte le loro forme”.
Così il Papa.

C”è da dire che nel documento finale del vertice sono confermati gli obiettivi di dimezzamento degli affamati nel mondo entro il 2015. Manca però una chiara indicazione dell’impegno finanziario. Una mancanza a cui si deve porre rimedio. Al di là dell’assenza dei leader mondiali, -cosa gravissima- c’è il problema di fondo di avere la garanzia che i 20 miliardi di euro stanziati nel G8 arrivino realmente ai produttori agricoli, cioè a coloro che devono combattere il dramma della fame.
Se poi il problema della fame lo vogliamo risolvere secondo il “metodo-Gheddafi”, siamo al parossismo e alla follia pura.

Muammar Gheddafi ha fatto un lungo discorso. Dopo aver segnalato l’assenza dei Paesi ricchi nel summit, e denunciato che “la situazione più drammatica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese diaboliche”, e che “dobbiamo smantellare questo monopolio, la Fao deve farlo in ogni Paese”, la sera stessa si è “riposato” dal lungo lavoro della mattina con una festa svoltasi in una stupenda villa romana, “corteggiato” da appena 500 ragazze italiane “costate” solo 60 euro a persona.

Queste sono, ahimè, le grandi contraddizioni dei politici.
Una parola mi sento di dirla anche alle ragazze, senza esprimere nessun giudizio morale.
Non sarebbe stato più decoroso “protestare” davanti a Palazzo Chigi e chiedere con forza un lavoro stabile e dignitoso?
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

SCUOLE APERTE. VIA DALLA GRAMMATICA DELLA VIOLENZA

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Riflessione sulla conflittualità tra le culture “altre” dei giovani al Liceo “G. Mercalli” di Napoli.
Di Annamaria Franzoni

La seconda giornata di lavoro del Progetto Scuole Aperte ha avuto inizio con la visione del film “Freedom writers” che non è stato anticipato, come è avvenuto per il precedente film, da alcuna informazione iniziale, nè introduzione, nè preparazione su quanto veniva proposto ai giovani spettatori , tranne che si trattasse di una storia vera.

Conclusa la proiezione, le emozioni provate dai ragazzi e le conseguenti riflessioni si sono ben presto palesate forti e profonde: è emerso, infatti, che in contesti difficili spesso la violenza è l”unica risposta non elaborata a situazioni di paura, timore , panico. Più di uno ha infatti sostenuto che quei loro coetanei, crescendo molto in fretta, senza alcun sostegno sociale, affettivo e familiare sono stati abituati a assumere la violenza, che tra l”altro essi stessi hanno subito, come principale e forse unica modalità di relazione con il mondo esterno.

Soprattutto il lessico, emerso dal brainstorming di questo secondo incontro sul termine “intercultura”, si è presentato molto diverso rispetto a quello utilizzato nel corso dell”incontro precedente: i ragazzi hanno, infatti, sottolineato che non esiste solo una sorta di razzismo da parte di un gruppo forte su uno più debole , come nella precedente vicenda tra bianchi e neri, ma che emergono forme di violento rifiuto da parte di gang altrettanto deboli, diseredate, contro tutti i potenziali nemici altrettanto socialmente e culturalmente deprivati.

Questo “non gruppo”, spinto in uno spazio comune, non è capace di un dialogo fino a quando su di esso non cala uno sguardo amico che riesce a creare un ambiente favorevole all”abbattimento del muro di aggressività, attraverso lo spazio della parola ed in particolare della parola scritta.
Ecco, allora, che la storia dell”aula 203 mi ha consentito di sottolineare, ancora una volta, il ruolo, essenziale nella scuola e nella vita di tutti e di ciascuno, della parola che rende forti, che rende liberi e che rende consapevoli.

Quei ragazzi, come è stato sottolineato dai giovani spettatori del Liceo Mercalli, vivono in famiglie che favoriscono ed alimentano l”odio e il razzismo, tuttavia, sono riusciti a superare la loro squallida quotidianità attraverso la fiducia e soprattutto attraverso i segnali rassicuranti di chi ha messo in gioco tutta sè stessa e la propria vita privata per loro. Inoltre è emerso che la fermezza della signora Gruwell ha insegnato loro la perseveranza nel raggiungere l”obiettivo desiderato: fino a quel momento a quei ragazzi era solo stato detto che dovevano andare a scuola, ma nessuno aveva insegnato loro a liberarsi da tutti gli ostacoli creati dal contesto che non consentiva loro lo sviluppo e la crescita vera, che potesse farli uscire dalla “grammatica della violenza”, portandoli fuori dalla cornice criminale.

Questa storia mi riporta alla mente un”altra significativa esperienza vissuta negli anni “90 da Oscar Henao Mejìa, Preside a Medellìn in Colombia , in un quartiere in cui in due anni vennero celebrati183 funerali di ragazzi: egli intese che gli alunni della sua scuola pativano più di ogni altra cosa la solitudine. Nel suo libro si legge: “Questi giovani erano sempre più autistici , l”unico linguaggio che conoscevano era sempre più quello delle armi. Bisognava creare nuovi canali di comunicazione: più dell”algebra, della chimica, era importante lo spazio di ri-creazione in cui si poteva parlare… e soprattutto esprimersi attraverso la scrittura” (tratto da:Oscar Henao Mejìna, “Un”experiencia de scrittura personal con adolescente. El protagonista inicial: un desobediente”. Secretarìa de Educacìon Municipal de Medelleìn. 2006).
(Fonte foto: Rete Internet)

QUEGLI ODIOSI COMPITI A CASA

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I docenti, sempre più spesso, assegnano molti compiti per casa. Però, ciò che può fare l”insegnante in classe non troverà mai riscontro nell”ambito della famiglia, già di per sè precario e oppresso.
Di Silvano Forcillo

Il grado di capacità dell”insegnante, di stabilire un rapporto con gli studenti, incide in maniera decisa sulla qualità del processo cognitivo e relazionale dell”alunno.
Un efficace professionista dell”istruzione e dell”educazione non può essere solo uno specialista nelle materie d”insegnamento, nè deve essere solo un esperto nella produttività; egli deve essere, anzitutto “Persona”, in particolare una “Persona”, capace di sapere “quando” e “in che modo” usare le competenze per raggiungere la reciproca soddisfazione dei propri bisogni e di quelli degli studenti.
L”approccio psicopedagogico “Centrato sulla Persona” e “Centrato sul Discente”, per favorire la crescita personale e professionale, fonda le sue basi sulla creazione di una “Comunità di apprendimento, caratterizzata da accettazione incondizionata, rispetto dell”altro in quanto persona, fiducia, congruenza ed empatia, elementi, che promuovono, nell”alunno autostima, autodisciplina, autodeterminazione e autorealizzazione”.
Da un punto di vista operativo, l”insegnante assume il compito di “facilitatore di un percorso di auto-indagine delle risorse personali“; che l”allievo valuta come proprio potenziale.
La valutazione del potenziale viene stimolata, attraverso il confronto, all”interno del contesto scolastico ed è proprio il docente a svolgere questa funzione di garante dell”allargamento del punto di vista soggettivo.
Da un punto di vista metodologico è essenziale “riuscire ad emozionare cognitivamente le ragazze ed i ragazzi, in modo che il loro stesso piacere di capire e la riflessione su come ciò sia avvenuto, possano spingerli ad ulteriori elaborazioni delle loro conoscenze, sulle quali si possano innestare naturalmente competenze progressivamente adeguate ai compiti di realtà che essi saranno chiamati a svolgere dentro e fuori la scuola”.
Bisogna restituire significato alla scuola e bisogna, soprattutto, promuovere la libertà, nell”apprendimento.
Il modello educativo-didattico e formativo utilizzato, purtroppo, oggi nella scuola italiana èquellobasato, ancora, sulla sterile, nociva, sorpassata e comportamentisticamaniera del “bastone e la carota“, l”apprendimento, infatti, è basato sull”obbligo, sulla minaccia e sulla paura.
L”obbligo di andarci, l”obbligo dei compiti a casa, la minaccia delle sanzioni e dei provvedimenti disciplinari e la paura dell”interrogazione, del voto e della bocciatura.
Eppure uno dei punti di forza della “Scuola dell”autonomia” (Legge 8 marzo 1999, n. 275) è la “qualità” della funzione docente.
Al docente oggi viene richiesta la disponibilità di mettersi in gioco, anzitutto, come “Persona” e, poi, come professionista dell”istruzione.
L”assunto di basee imprescindibile è che l”apprendimento e l”istruzione devono essere visti, come processo autogestito e, in quest”ottica al Docente spetta il compito di promuovere la realizzazione di un setting educativo-didattico, che faciliti negli individui e nei gruppi-classe l”impresa di progressiva autogestione del progetto di comprendere e di essere se stessi.
Di conseguenza è più importante che il docente apprenda a non ostacolare il naturale processo di maturazione di ognuno, che ad intervenire, in modo direttivo, ovvero impositivo su di esso.
Per questo motivo l”attenzione è centrata, più che sui contenuti e le metodologie didattiche, sulla qualità della relazione, sull”intenzionalità, sui processi di comunicazione e interazione e sulla capacità dell”insegnante di facilitare gli alunni nel trovare la soluzione ai loro problemi, piuttosto che crearne, come, con i difficili, odiosi e deleteri compiti a casa. Peraltro, spesso fonte di litigio e disaccordo, nella gestione e d organizzazione familiare e nel rapporto tra i coniugie tra genitori e figli.
Ognuno apprende facendo; la riflessione e la concettualizzazione partono dai vissuti delle persone e dalla loro condivisione e ad essi continuamente ritornano. Il centro d”interesse diventa la “Persona” e la metodologia stessa si centra sulle strutture e sulle dinamiche attraverso le quali le persone autogestiscono il proprio processo di sviluppo e di crescita personale e professionale.
Per questo motivo ciò che il docente può efficacemente fare in classe ed esperire “personalmente” e professionalmente con i suoi alunni, non potrà trovare mai un adeguato ed efficace riscontro nel “dovere fare i compiti”,nell”ambito della famiglia, già, di per sè precario, perchè oppresso e represso dalle difficili condizioni sociali, economiche e lavorative, in cui essa oggi si trova.
(Fonte foto: Rete Internet)

1968. L’ITALIA VIVE DI SPONDA I FENOMENI INTERNAZIONALI

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Gli anni “68 e “69 vedono studenti e operai in piazza a chiedere riforme. Poteri occulti ne approfittano per inaugurare la “strategia della tensione”

L”ultimo biennio degli anni sessanta è una pietra miliare nella storia d”Italia. Nel 1968 migliaia di giovani respirano aria di rivoluzione e scendono nelle piazze, chiedendo una rivalutazione del ruolo della donna, una politica più umana, una scuola più adeguata ai tempi. L”Italia vive solo di riporto il fenomeno del Sessantotto, che nasce, invece, in un contesto internazionale. Affollati cortei di studenti occupano le strade delle città; giovani con giacca e cravatta ed hippies, i “figli dei fiori”, cantano slogan contro l”offensiva americana nel Vietnam, inneggiando al culto di Che Guevara e Martin Luther King.
Il massimo esponente della lotta studentesca italiana diventa Mario Capanna, un iscritto alla Facoltà di Lettere dell”Università Cattolica di Milano. Non mancano durante le manifestazioni studentesche scontri armati, come quello di Valle Giulia, a Roma (foto), dove si contano decine di feriti tra le forze dell”ordine e gli stessi studenti. La contestazione del “68 fa registrare la voce dissenziente di Pasolini, il quale, tra gli studenti (figli della borghesia) ed i poliziotti (figli di operai e di contadini), sceglie di stare con i secondi. Alcuni versi del poeta “corsaro” recitano: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti/ io simpatizzavo coi poliziotti,/ perchè sono i figli dei poveri./ :voi, cari (benchè dalla parte della ragione) eravate ricchi/ mentre i poliziotti (che erano dalla parte/ del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,/ la vostra!”.
Il 31 dicembre, la notte di capodanno, per la prima volta in Italia, si sparano colpi di pistola contro una manifestazione studentesca (un ragazzo rimane paralizzato). Avviene a Viareggio, davanti al locale “La Bussola”, dove giovani contestatori circondano e sbeffeggiano eleganti signori in smoking. È il segno che Versilia non è più il regno delle vacanze e della spensieratezza. Solo qualche settimana dopo, ancora a Viareggio, scompare un ragazzino di tredici anni, Ermanno Lavorini. Lo ritrovano morto nella pineta, quaranta giorni dopo. È rimasto vittima di una banda di giovani balordi.
L”anno 1969 segna un”inversione di tendenza per il boom economico degli anni precedenti. L”economia, infatti, ristagna, gli operai sono in lotta con i padroni e rivendicano salari più alti, sicurezza sul posto di lavoro, implementazione dei servizi sociali. Una lunga serie di scioperi ingabbia il paese: si vive “l”autunno caldo” della società, quello degli episodi di violenza, dei contrasti, del malessere collettivo. Uno slogan degli operi recita. “Il nostro Vietnam è in fabbrica! “. Ed i “Quaderni Piacentini” scrivono: “Cosa vogliamo? Tutto. Oggi in Italia è in moto un processo rivoluzionario aperto che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese. Per questo la battaglia contrattuale è una battaglia politica”.
Il 28 novembre, di sera, il presidente della Camera, Sandro Pertini, annuncia il risultato della votazione della legge, che permette lo scioglimento del matrimonio (non chiamato ancora divorzio): “Presenti e votanti 608, maggioranza 305, favorevoli 325, contrari 283. La Camera approva”.
L”anno 1969 si chiude con l”attentato di Piazza Fontana, a Milano. Il 12 dicembre, nella sede centrale della Banca Nazionale dell”Agricoltura, scoppia una bomba. Il bilancio dell”attentato è di 17 morti e 105 feriti. Il Corriere della Sera scrive: “Tutto era a pezzi. Sgretolato, frantumato, contorto, sfasciato. Le grandi vetrate dei due piani superiori si erano sbriciolate e raffiche di schegge avevano investito e colpito nel” mucchio” impiegati e clienti”. La domanda che tutti si pongono è: chi sono i padri e gli autori materiali della strage?
È silenzio assoluto. Il 15 dicembre è arrestato l”anarchico Pietro Valpedra, che un testimone dice di riconoscere come l”uomo che, pochi momenti prima dello scoppio, è entrato in Banca con una valigia in mano. Viene condotto in questura anche l”anarchico Giuseppe Pinelli, che, ne esce morto. Si suicida (o è spinto farlo, rimane un mistero!), infatti, buttandosi dalla finestra durante gli interrogatori. Il commissario, che conduce l”interrogatorio di Pinelli, si chiama Luigi Calabresi.
L”inizio della strategia della tensione ha, forse, un obiettivo politico. La destra eversiva, attraverso violenze ed attentati, cerca di prendere il potere, delegittimando la partecipazione al governo della sinistra moderata.
(Fonte foto: Rete Internet)

TUTTI SCHIACCIATI SUL PRESENTE

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Lo slogan nazionale sembra essere diventato “Domani Dio ci pensa”. Ma se nessuno costruisce più il futuro e nessuno educa chi deve rappresentarlo, ciò significa che hanno fallito la Politica e la Scuola.

Caro Direttore,
al nostro Paese (all”Italia, alle città, ai piccoli centri) hanno, ormai, rubato il futuro e nessuno se ne è accorto. O –come è più realistico sostenere- nessuno finge di accorgersene. Tutti, infatti, vivono schiacciati sul presente, quasi alla giornata, con quella tipica espressione disegnata sul volto, un po” beffarda e un po” preoccupata, del tipo: “ci sono cose più importanti nella vita; domani Dio ci pensa!”.

Il futuro di un Paese risiede nella Politica e nella Scuola. L”una (la Politica) ha proprio il compito di progettare il futuro; l”altra (la Scuola) ha l”obbligo di educare i giovani, che rappresentano il futuro. Cosa sta avvenendo, invece, nel nostro Paese? Che la Politica e la Scuola non si rifanno nemmeno all”antico; conoscono solo il presente, la sopravvivenza, la superficialità, l”arte d”arrangiarsi e mettere le pezze, nemmeno con eleganti sarciture, ma alla men peggio, come una volta si mettevano sui calzoni dei pitocchi: di tutti i colori!

La Politica nazionale sta giocando tutte le sue carte (quelle sul tavolo e quelle nella manica), per evitare al Presidente del Consiglio di pagare eventuali debiti contratti con la giustizia. Fino a qualche settimana fa si parlava solo di lodo-Alfano; dopo la sua bocciatura, si parla, invece, del ddl salva-premier. Quello del “processo breve”, per intenderci. Moltissimi cittadini hanno chiesto, a tal proposito, che il decreto venga ritirato: è successo qualcosa? Ma va! Così è chiaro che si scende in politica per propri interessi, per garantirsi di fronte agli uomini (gli onesti, che sono stati gabbati) ed alla Legge.

E che male c”è, se, poi, con le stesse procedure usate per i big della politica (i Gatti, le Volpi, i Pinocchi, i Mangiafuoco), chiedono un”attenzione nel trattamento (eventualmente riservato loro dalla Giustizia) anche tutti i peones, le mezze tacche, le comparse di un mondo che, ormai, è diventato sinonimo di remunerata e spregiudicata attività professionale. Ormai, da grandi, i nostri giovani hanno il miraggio di due sole attività: quella del camorrista o quella del politico. Quelli più fessi, più ignoranti fanno i camorristi, rischiano la pelle, il carcere, si drogano (ma anche gli altri!) e pensano di poter dettar legge, diventando l”antistato.

Quelli più furbi (non più intelligenti), invece, scendono in politica, a tutti i livelli: nelle circoscrizioni, nei consigli comunali, provinciali, regionali, fino al Parlamento e, sapendo di rappresentare lo Stato, chiedono di essere difesi, cautelati. Da tutto e da tutti: dalle dazioni (eufemismo al posto di tangenti), dai festini con escort o trans (sesso senza tessere di partito), da operazioni politiche messe in essere solo per ringraziare (sinonimo di patto precedentemente assunto) elettori privilegiati.

E, poi, Direttore, magari uno si indigna (o finge?) per il lutto al braccio esibito, per la morte di un boss locale, da quattro ignoranti giocatori della squadra calabrese del San Luca? Ma quanti di noi si indignano davvero, hanno voglia di indignarsi per la politica e per alcuni politicanti, che, probabilmente, il lutto non lo esibiscono al braccio, ma lo portano dentro il cuore, perchè essi sono, spesso, espressioni di famiglie, di clan, di holding, di gruppi finanziari?

Anche la Scuola, per la quale pareva ci fosse stato (ma era una moda passeggera del settembre “08!) un principio di indignazione, è appiattita solo sul presente. Sembrava che dovesse essere messo tutto in discussione dalla ferma protesta di docenti e genitori, sembrava che le notti dei fantasmi (bambini ed adulti a celebrare il funerale della scuola di Stato) dovessero costituire un campo di battaglia, sembrava che gli stessi precari (in mutande) davanti agli Uffici Scolastici Provinciali (i vecchi Provveditorati) potessero interpretare un nuovo Full Monty!

Tu sai cosa significa, oggi, lavorare nella scuola. I ragazzi non fanno quasi più lezione, mancano le risorse finanziarie e materiali (non ci sono soldi ed anche gli insegnanti sono stati tagliati), la qualità dell”insegnamento è andata a farsi benedire (versione moderata) o a puttane (versione esasperata), la dispersione scolastica –almeno nelle terre del sud- tende di nuovo ad aumentare, gli extracomunitari di prima e seconda generazione affollano le aule e si imbattono in docenti, che non hanno gli strumenti culturali per accoglierli ed educarli. Ma che fa? Va tutto bene. E, poi, a che serve studiare? Le strade per affermarsi nella vita sono ben altre.

“Tutto è cambiato: la società dei consumi s”è fatta più furba e più aggressiva, ha azzannato dolcemente i giovani alla giugulare e gli ha versato dentro il veleno del desiderio. Chi pensa spende poco, chi si ferma a leggere, a coltivare la propria individualità, a sognare l”impossibile, non ascolta le sirene che cantano la canzone della felicità facile facile, chi rallenta dentro la malinconia dell”adolescenza non bada alle luci del paese dei balocchi. Così i persuasori non più occulti sono intervenuti sulle fondamenta della giovinezza: hanno promesso mari e monti, hanno regalato sogni impersonali e fasulli, hanno stravolto le coscienze. In pochi anni i miei studenti si sono smarriti:”Professore, la saggezza oggi non serve più, è una cosa del passato”, mi ha detto un”alunna kosovara che si è inserita presto e bene in questo frenetico supermercato. “Oggi bastano i soldi e la tecnologia”, Marco Lodoli, “Il rosso e il blu”, Einaudi, 2009.

Direttore, sempre a proposito di scuola, hai saputo che 300 dirigenti scolastici siciliani sono a rischio, perchè i giudici, accogliendo un ricorso di due insegnanti, hanno chiesto l”annullamento del concorso del 2004? Hai saputo anche perchè, ovviamente? Per, come dire?, manifesta ignoranza. Infatti, a parte le correzioni in tempo record (una media di 2 minuti e mezzo a tema), pare siano statti riscontrati anche vistosi errori grammaticali, sintattici e concettuali. Pare che alcuni dirigenti scolastici siciliani siano soliti scrivere confondendo, per esempio, la a preposizione con ha verbo ed altre perle simili.

Che fai, ridi? Sghignazzi? Dici che conosci almeno altri dieci dirigenti (anche campani) con le stesse caratteristiche culturali dei siciliani? Dici che dovrebbero vergognarsi? E dovrebbero provare vergogna anche diversi politici, sindacalisti e responsabili istituzionali della scuola campana, per aver favorito il superamento del concorso a quei dieci che conosci tu? Fermo! Non ti azzardare a chiedermi se ne conosco qualcuno anch”io, che ti incenerisco!

Comunque è tutto inutile. Il Parlamento sta preparando già una sanatoria. Non succederà niente. Perchè? Ma semplice! Perchè questo Paese non ha bisogno di futuro. Ha bisogno solo di schiacciarsi sul presente. E, poi, che vuoi che sia un dirigente ignorante, un medico ottuso, un avvocato imbroglione, un politicante maneggione? Ci sono cose più importanti nella vita. Domani Dio ci pensa!
(Fonte foto: Rete Internet)