Le “vie del gusto” incontrano alla “Masseria San Sossio” luminose testimonianze dell’eleganza vesuviana.

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Una splendida “serata”, quella andata in scena giovedì 13 ottobre alla “Masseria San Sossio”: una sinfonia di sapori, di musica, di tradizioni,  nel segno di una raffinata cultura conviviale che scopre la bellezza del ragionare tutti insieme sulla gloriosa storia del territorio Vesuviano.  

 

Prima di tutto, l’eleganza del luogo e dell’accoglienza. Un’eleganza “sobria”, come deve essere la vera eleganza, soprattutto in questi tempi di clamori e di colori chiassosi: del resto, l’aggettivo “sobrio” occupa un posto importante nel lessico dei Gesuiti, che amministrarono la masseria. Poi l’artistica eleganza dello chef Ciro Molaro, che ha saputo creare accordi gustosi tra passato e presente, tra la tradizione della cucina vesuviana, che la sua famiglia da tre generazioni rappresenta in modo prestigioso, e una ponderata innovazione: il  flan di melanzane e il risotto con gamberi e menta sono stati due saggi di musica colta in cui anche  la novità è già diventata una nota classica. Lo chef conosce a tal punto il corredo di sapori degli ingredienti che riesce  a farvi entrare, senza forzature, anche  idee  originali. I vini di Michele Romano hanno risposto magnificamente al motivo guida della serata: essi sono “suadenti”, conquistano signorilmente tutti i sensi, intessono con i piatti scambi di emozioni, aprono l’immaginario di chi li gusta a memorie e a suggestioni “vesuviane”. Sono vini sapienti: anche perché nascono da un’arte della vinificazione che a Michele Romano viene dagli avi e che lui continua ad affinare.

I dolci della pasticceria “Calvanese 1860” hanno segnato le domeniche della mia adolescenza: nel giorno festivo mio padre, sommese, smetteva i panni dell’impiegato e, indossati quelli del contadino, se ne andava a Somma, a Caprajanca, a curare un piccolo pezzo di terra, e a dare la settimanale testimonianza di quell’amore per la campagna che ha salvato Somma dalla crisi di valori in cui stanno sprofondando alcuni paesi vesuviani. E ogni volta  egli tornava a casa per il pranzo di mezzogiorno  con il “cartoscio” delle zuppette e delle sfogliate della pasticceria “Calvanese 1860” e  con la “palata di pane di casa” impastata e cotta nel forno di campagna da una sua cugina. Da mio padre ho appreso i primi elementi della simbologia vesuviana connessa al vino, al pane e all’olio, da lui ho ereditato l’abitudine di consumare la parmigiana di melanzane a piccoli pezzi, e adagiando ogni pezzo su un piccolo “muorzo” di pane: ho mangiato in questo modo anche la parmigiana di Ciro Molaro: mi sollecitavano a svolgere il rito l’impulso dei ricordi, la nobiltà plebea del pane saporoso e la sostanziosa classicità del flan. Diceva Paolo Monelli che il dolce che chiude il pranzo ha il compito di spiegare il senso profondo del menù: e giovedì sera la millefoglie all’albicocca “pellecchiella” della pasticceria “Calvanese” ha meravigliosamente riassunto il significato  della serata.

Poi l’eleganza del momento musicale, un momento in tre tempi. Nel primo tempo, il repertorio delle canzoni classiche napoletane di Lino Sabella, voce e chitarra: una voce di mente e di cuore, una voce avvolgente, ora leggera, ora profonda, sempre capace di disegnare, con evidenza “visiva”, la linea lungo la quale si snodano i sentimenti complicati delle nostre melodie, e di dipingere le ombre della malinconia – penso, soprattutto, all’interpretazione di “Guapparia” e di “Voce ‘e notte”- e l’ intensa luminosità dell’amore, che  nella “lettura” magistrale di  “Carmela” rischiarava i vicoli “neri”, la voce degli strumenti e i toni, e, direi, l’espressione stessa dell’interprete. L’esibizione dei giovani del gruppo “ Zi’ Riccardo e le donne della tammorra” è stata una esplosione di entusiasmo: e quando dico “entusiasmo” non mi riferisco a una generica esaltazione, ma a quello stato di esultanza prorompente, che i Greci chiamavano “enthusiasmòs”  e che coinvolge i cantori, i danzatori, gli spettatori  in un movimento dionisiaco: e perciò vesuviano, se è vero che il Vesuvio fu sacro a Dioniso. Vedo ancora, mentre scrivo, la mano del giovane che ossessiva  fa uscire dalla tammorra la frenesia  del suono trascinante, e vedo l’elegante vortice delle “figure” disegnate nello spazio fisico e in quello della nostra immaginazione dai due giovani danzatori.

E dopo Dioniso, Apollo: dopo la frenesia bacchica, il ritorno alla compostezza dell’idea grazie alle curve armonie dei violini che Ondina Furnari e Ferdinando de Simone chiamavano, con mano ispirata, a “costruire” ora edifici barocchi, ora paesaggi veneziani, e in ogni momento l’ immagine di sereni tramonti, di boschi incantati nel silenzio della sera: perché il violino, quando è tra le mani di chi ne conosce i segreti –  e la Furnari e De Simone li conoscono proprio tutti – ha il potere di evocare costumi e paesaggi, e di condurre chi ascolta lungo il fiume dell’oblio, verso città immaginarie.

L’incantesimo si è realizzato, nella sala della “Masseria”, grazie all’arte dei sapori e della musica e grazie all’eleganza  dei commensali che hanno rappresentato  al livello più alto la gioia del convivio, interpretando ora il ruolo di spettatori, ora quello di attori: il successo della serata è stato decretato dai loro convinti applausi. Un lungo, meritatissimo, applauso è stato dedicato a Carmela D’Avino – la Direttrice – illuminata organizzatrice dell’evento, e a Sonia Sodano, sfavillante presentatrice.  Spero che il  prossimo incontro sia riservato  alle donne, alla musica e ai piatti di una storia magica e poco nota: la storia vesuviana della “Belle ‘Epoque”. Io l’ho proposto, e tutti hanno applaudito…