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Le ricette di Biagio: spaghetti alla marinara. L’ “arecheta” è l’odore di Napoli”

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Lo scrisse Guglielmo Peirce (1909- 1958), scrittore, giornalista, pittore, uno di quei Napoletani che hanno amato intensamente la città, ma sono stati dimenticati. Il suo libro “Nostalgia di Napoli” venne pubblicato postumo nel 1962 e poi ripubblicato da Antonio Pepe con la prefazione di Giuseppe Marotta. Cosa voleva dire Aristofane quando a un suo personaggio attribuiva “ uno sguardo all’origano”. La misteriosa etimologia di “origano” e di “arecheta”.

 

Ingredienti: gr. 400 di spaghetti, gr. 400 di pomodori di San Marzano, 2 spicchi d’aglio, olio, sale, pepe, basilico, origano. Lavate i pomodori, togliete i semi e tagliateli a pezzi.

In un tegame fate soffriggere nell’ l’olio l’aglio tritato finemente, unite i pomodori a pezzetti, salate, pepate e profumate con l’origano. Lessate gli spaghetti in abbondante acqua salata, scolateli al dente, conditeli con la salsa preparata, mescolate e serviteli cosparsi di foglioline di basilico.

 

Il tono degli sguardi dei suoi personaggi Aristofane ce lo fa capire con magistrale immediatezza paragonandolo al sapore di un frutto o di un’erba. Negli “Acarnesi” Diceopoli esorta la figlia a muoversi tra la folla con lo sguardo “alla santoreggia”, uno sguardo duro e amaro, come è amara quell’erba. E così un personaggio dei “Cavaliei” fa lo sguardo di chi mangia “senape”, e nelle “Rane” Xanthias garantisce che si mostrerà coraggioso e farò “lo sguardo all’origano”, uno sguardo aspro e tagliente. Non ci sono certezze sull’etimologia né della parola greca “oreganon”, che in latino divenne “origanum”, né della versione napoletana, “arecheta”, o “arecheto”: Francesco D’Ascoli fa nascere la parola napoletana dall’incrocio tra due termini latini, “origanum” e “nepeta”, la nepitella; altri la collegano alla radice greca “- reg”, che indica “lo spezzare”, il “frantumare”: e le foglie dell’origano, prima dell’uso, vengono divise in frammenti. Ma il collegamento appare troppo fantasioso. Per il suo profumo e il suo sapore nitidi e penetranti, l’origano era considerata dagli Egizi una pianta sacra a Osiride e a Iside: durante le funzioni i sacerdoti mettevano in testa e al collo corone di origano che poi facevano bruciare sui fuochi accesi davanti alle statue delle due divinità: dalla direzione che prendeva la bianca colonna di fumo essi traevano presagi sulla mietitura imminente. Greci e Latini usarono l’origano in cucina e forse lo misero anche nei vini: i medici antichi e quelli medioevali attribuirono alla pianta il potere di favorire la digestione e di liberare le vie respiratorie, ma furono concordi nell’avvertire che non bisognava esagerare: l’origano era necessario assumerlo in piccolissime dosi, e non ogni giorno. Per la sua capacità di costruire un’armoniosa relazione tra profumi diversi l’origano è diventato un protagonista di alcuni “piatti” fondamentali della cucina napoletana: la pizza “alla marinara”, la zuppa di fagioli “alla marinara”, la carne “alla pizzaiola” e l’insalata di pomodori. E gli spaghetti alla “marinara”: aveva ragione Guglielmo Peirce: il profumo intenso dell’“arecheta” apre gli spazi, dilata gli orizzonti, si muove con il ritmo delle onde, una pausa e una nota alta, una nota alta e una pausa. “Ho un grande, struggente, sottile desiderio di Napoli…me ne andai tanti anni fa…perciò ho questo grande e, posso dire, doloroso desiderio di Napoli, il desiderio di un sapore, di un odore..sento l’odore della conserva di pomodoro messa a seccare sui terrazzi di catrame inondati di sole. Sento l’odore delle barche in riva al mare, tirate in secco sulla spiaggia. Sento il sapore del pane di Napoli, che è salato, come l’acqua del mare, ed è croccante…Ho il desiderio dell’aria sottile, salmastra, odorosa di alghe…vorrei udire di nuovo le voci dei venditori di pesce. Quelle voci borboniche, maschie, calde…ho vergogna di dirlo. Mi faccio mandare in una busta chiusa l’origano di Napoli. Per odorare Napoli. Quando quella busta mi arriva è una festa…”. Così scriveva, il Peirce, in “Nostalgia di Napoli”, e Giuseppe Marotta,  lo splendido autore di un capolavoro, “L’oro di Napoli”, notava, nella prefazione, che Peirce  era stato più coraggioso di lui, “non ha messo niente di mezzo tra sé e gli argomenti. Non ha giocato con essi, nei momenti più rischiosi per un letterato, a nascondersi. Ha battuto sui tasti delicati, elegiaci, della più dichiarata e fervida nostalgia…Dunque è naturale che in ogni pagina di questo libro incantevole ricorrano tutta Napoli e tutto Peirce….C’è il grande cuore di Guglielmo Peirce.”. E lo stile di questo dimenticato scrittore è incisivo e nitido come il profumo dell’ “arecheta”.

(fonte foto: Buonissimo)

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