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Le ministresse del governo Renzi, e il campionato “a chi mett’’a coppa”: la Lorenzin è in zona retrocessione

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Il progetto del “fertility day” è “un disastro e un pastrocchio” ha scritto una giornalista non ostile alla ministressa Lorenzin, che è stata colpita e affondata anche dal presidente del Consiglio. In altri tempi, ci sarebbero state le dimissioni. Ma forse siamo davvero “oltre ogni leggenda” (A. Scanzi).

 

Prima di tutto, uso il termine “ministressa” – coniato sul modello di “avvocatessa”, “professoressa”, “dottoressa”- non perché la parola abbia una sfumatura ironica, come dice qualche studioso, ma al contrario perché, più del burocratico “ministra”, essa suggerisce l’immagine dell’autorevolezza. I membri di sesso maschile del governo hanno la fortuna di non dover lottare per occupare il centro del palcoscenico: il posto appartiene, per ragioni di diritto e per ragioni di virtù, al sig. Matteo Renzi, capo del governo, che non si allontana di un passo da quel luogo, lo occupa notte e giorno e lo difende “manu militari”. Le ministresse, invece, si contendono la scena, perché accanto a un “Primo Uomo” serve, dai tempi dei re egizi, una “Prima Donna”. La Boschi pare che faccia campionato a sé, soprattutto per la capacità di produrre la suggestione della “catastrofé”, del rovesciamento, del capovolgimento, prospettato ora come una promessa, ora come una minaccia. Quando la signora Boschi dice “Se vince il no, vado a casa anche io”, “Se vince il no, sarà il caos”, è fatale che gli Italiani tutti si fermino a riflettere sull’ironia della Storia, che prima li porta quasi all’ultima spiaggia, e poi li rassicura e li consola, facendo emergere dalle acque la salvifica immagine della ministressa signora Boschi, che si chiama Elena: e nell’Odissea Elena, assolta per quella storia con Paride e riabbracciata dal marito Menelao, è diventata una profetessa e una maga. La potenza dei nomi.

La ministressa della Pubblica Istruzione, signora Giannini, ha giocato di contropiede: ha aperto i ruoli della pubblica amministrazione a migliaia di docenti precari, e il provvedimento le ha consentito, nei primi giorni, di procedere in pubblico come sul ritmo di una marcia trionfale, e di proclamare, in strepitose arringhe, l’avvio di una nuova era, quella della “Buona Scuola”. Ma un algoritmo ha rovinato la festa e la ministressa è diventata il bersaglio di invettive e di scioperi: essendo una linguista, sa cosa pensano di lei i docenti arruolati che classificano il loro trasferimento dal Sud al Nord come una “deportazione”. La signora Giannini è oggi al palo della tortura, trafitta da nugoli di frecce peggio che San Sebastiano: è la “prima martire” del governo, e infatti si chiama Stefania, femminile di Stefano, il Protomartire.

Ma quanto pesi il nome sul nostro destino lo sta dimostrando la signora Lorenzin. Che si chiama Beatrice, la “donna angelo” per eccellenza. Suggestionata da tanto nome, la ministressa ha deciso di “mettere ‘a coppa”, come la Lili Kangy della canzone, e di conquistare il centro della scena con una iniziativa che sconvolgesse, nello stesso tempo, l’universo delle donne, il mondo degli uomini e anche quegli intellettuali che piangono ogni giorno su questa maledetta crisi demografica, il cui risultato finale sarà la fine della civiltà dell’Occidente.“Fertility day”, questo era il progetto: fare figli e fare sesso per fare figli: in un sol colpo, ha pensato la ministressa, accontentiamo anche i cattolici, turbati dall’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili, facciamo una cosa gradita al ministro Alfano, che è cattolicissimo, conquistiamo il plauso di ginecologi e andrologi, tutti schierati, ovviamente, “con quella che doveva essere una campagna di informazione e prevenzione sanitaria sull’infertilità”. ( la  Repubblica, 2/09)

Doveva essere: e invece è stata una Waterloo. Andrea Scanzi ha condensato nella sua mitragliata le mitragliate del web: “Il fertility day è osceno, bigotto, razzista, sessista, un abominio autentico, immorale e oscurantista.”. Sperava, lo Scanzi, che “fosse solo uno scherzo. E invece. Siamo davvero oltre ogni leggenda.”. (Il Fatto quotidiano blog, 1/09). Roberto Saviano si è chiesto “come ha fatto la ministra a non capire che se si vuole informare sull’infertilità (questo è il vero problema su cui agire, non la fertilità di cui ciascuno fa quello che vuole)” bisognerebbe fare una campagna adeguata “sulla procreazione assistita, anche eterologa” e, soprattutto, ridurre i costi “ che in Italia sono altissimi.” Sa, la ministressa, che in Italia la donna che decide di diventare madre corre il rischio serio di “perdere il lavoro?”. (la Repubblica, 2/9)

Anche Michele Serra, dopo aver notato (la Repubblica, 2/9) che forse solo l’invasione della Polonia da parte di Hitler ha ricevuto “un’accoglienza più ostile del fertility day”, si è chiesto come ha fatto la ministressa a non capire che, se è lecito “concepire la maternità quasi come un dovere”, non è lecito estendere questo imperativo “alla sfera pubblica, “che deve occuparsi di assicurare le migliori condizioni possibili per fare figli a chi li vuole fare, e non di altro.” Perfino Daniela Missaglia, che vorrebbe schierarsi con la ministressa in nome della difesa della famiglia tradizionale, è costretta ad ammettere che il “fertility day” è un “disastro che ha partorito un pastrocchio aggredibile sotto ogni profilo” (Il Giornale, 2/09). La ministressa “è corsa ai ripari specificando di essersi voluta occupare solo dell’aspetto medico”, ma ha dimenticato che il ministero, nella presentazione dell’iniziativa, parlava della necessità di sottolineare vigorosamente “la bellezza della maternità e della paternità”, “aspetto che francamente non ha nulla di sanitario, ma attiene ad una delicata scelta personale”: così ha concluso la Missaglia.

A questo punto il sig. Renzi, notando che la protesta dell’opinione pubblica montava violenta e si gonfiava come l’oceano sotto la tempesta, si è ricordato  di Machiavelli: prima ha dichiarato che non ne sapeva niente, di questa campagna della ministressa – ma la dichiarazione è un autogol –, poi ha mirato al petto e al viso della signora Lorenzin: prima di tutto – ha detto – “ nessuno dei miei amici fa un figlio perché vede un cartellone pubblicitario”, e, poi ha aggiunto che  per indurre le coppie a fare figli, “ devi creare le condizioni strutturali: asili nido, condizioni di lavoro delle famiglie, la gestione dei servizi” (la Repubblica, 2/09), la certezza di un solido presente e di un roseo futuro. Colpita e affondata dal presidente del Consiglio, la ministressa ha fatto ritirare i manifesti della campagna pubblicitaria, su cui si snodavano slogan strepitosi: “la bellezza non ha età, la fertilità sì”, “la fertilità è un bene comune”, “genitori giovani, il modo migliore per essere creativi”.

Non ho citato Mussolini e la sua propaganda per sollecitare gli sposi a far figli e a dare soldati all’Italia imperiale, per non essere costretto ad ammettere che la campagna del Duce fu meglio preparata e più saggiamente condotta.

Le italiane e gli italiani hanno dichiarato, con la furia dell’invettiva, del sarcasmo e della protesta, che forse la signora Lorenzin ignora cose che, come ministressa, dovrebbe sapere.  Sarebbe interessante sapere se conosce l’esistenza e il significato della parola “dimissioni”.

(Fonte foto: Rete internet)

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