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Le città invisibili, Elogio della persona colta

“Io sono una persona colta”. Oggi nessuno si sognerebbe di dire una frase del genere per vari motivi.

 

Il più importante consiste nel fatto che si sentirebbe ridicolo, in un mondo che premia l’ignoranza e ne nobilita le varie forme. Chi ambisce a starsene su un palco usa l’argomento per pavoneggiarsi, quasi per dire che sì, egli ama la cultura, ma da moderno intellettuale ne fa a meno, preferendo vestire i panni dell’ignorante e giù con la frase fritta e rifritta di Socrate, secondo cui chi sa è colui che sa di non sapere. Ora, a parte il fatto che questo famoso passo dall’Apologia sottolinea proprio un aspetto tipico della persona colta e cioè la convinzione che non è la quantità di conoscenze, ma la loro qualità a connotare l’umanità in noi, cedere a questi vezzi diventa funzionale a potenziare e diffondere il concetto che la cultura non serve a niente, “tanto gli stessi intellettuali lo dicono!”.

Un altro motivo è legato ai dubbi circa il diritto di cittadinanza che s’intende concedere a chi pratica la cultura in un contesto sociale. A meno che non si sia una star dei social, magari un influencer da migliaia di like, l’idea stessa di “straniero” calza a pennello alla persona colta: viene da un altro mondo, parla un altro linguaggio e coltiva abitudini impossibili da accettare. Per esempio, ha la sfrontatezza di leggere, e per lo più con un libro cartaceo, un’attività obsoleta e corrosiva da cui è meglio guardarsi.

Un ultimo motivo, ma ce ne sarebbero tanti altri, riguarda il linguaggio e la sua funzione di articolare un discorso, come per farsi luce nel ginepraio delle questioni e dei fenomeni di cui è fatto il mondo. Dispiace dirlo, ma vi pare compatibile un’argomentazione anche semplice semplice con una competenza alfabetica da seconda classe primaria? Basta leggere una qualsiasi indagine Istat per rendersi conto che un discorsino anche solo di tre frasi coordinate presenta spesso la stessa difficoltà di lettura di un articolo matematico di Godel.

Credo che ciò che chiamiamo cultura sia molto vicino all’espressione di un desiderio, anzi di più desideri.

I desideri, per esempio, di raccontare il mondo nel suo insieme e di raggiungere gli altri attraverso il pensiero, rappresentano gli struggimenti tipici della persona colta, che anela, poverina! a suscitare interrogativi. Forse ciò di cui dovremmo ricominciare ad occuparci è di esercitare la facoltà di interrogarci su tutto, di chiederci “perché?” di trovare i modi per riappropriarci della tensione umana a conoscere. A conoscere secondo una prospettiva comunitaria s’intende e non solitaria. A ridisegnare con gli strumenti del ragionamento, con l’indagine storica, con la narrazione letteraria dei vissuti il tessuto sociale che, al momento, è sbrindellato e scucito. Ma per fare questo non ci si può accontentare del già detto, delle frasi slogan, delle semplificazioni interessate ad ottenere consenso.

Chi ama la cultura ama un tempo lento e non si lascia accalappiare dal risultato ad ogni costo. Rispetto all’ignorante non teme l’incertezza, perché sa che da essa nasce l’imprevedibilità. Come una grande e innovativa visione del mondo, un’educazione alla meraviglia che non ha uguali.

 

L’immagine: Tullio Pericoli, Italo Calvino, 1987, acquerello e china su carta, Bologna, collezione privata © Tullio Pericoli

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