Le riflessioni di Leopardi nel “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, e quelle di Neruda nella poesia “Il primo giorno dell’anno”. I riti del capodanno di Roma antica nei versi di Ovidio. La funzione apotropaica dei fuochi di artificio: il racconto di Mastriani. L’immagine di corredo è quella di un quadro di Vincenzo Migliaro, “Il mercato del pesce a Porta Capuana”.
Nel famoso dialogo leopardiano dice il “passeggere” al “venditore di almanacchi”“…se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.” .Leopardi fu certo di aver convinto il “venditore di almanacchi”: è una pietosa illusione credere che il domani sarà migliore di oggi e di ieri. Ma forse la sua certezza non fu assoluta: forse anche nel suo pessimismo restò aperto un varco per la speranza che il fluire monotono della nostra vita potesse, all’improvviso, cambiare direzione, e uscire dall’alveo del dolore e della disperazione. Anche Neruda fu ispirato dal “mito” del “primo giorno dell’anno”: “lo distinguiamo dagli altri/ come se fosse / un cavallino diverso da tutti i cavalli.. lo andiamo a ricevere / come se fosse / un esploratore che scende da una stella”. E gli uomini, che amano miti e teatro, si preparano a vivere questo giorno “in altro modo”, sebbene sia un giorno del tutto uguale agli altri giorni , “come i pani /a ogni altro pane”: insomma, anche per Neruda il primo giorno dell’anno è “una piccola porta della speranza”. Questa piccola porta l’hanno aperta, in piena concordia, l’astronomia, le civiltà, le religioni. Quando incominciarono a considerare il primo giorno di gennaio – il mese dedicato a Giano bifronte – come primo giorno dell’anno civile, i Romani presero l’abitudine di scambiarsi doni e di augurarsi “buon anno”. E Ovidio li esortava a fare attenzione alle parole, in quel giorno fortunato: “in un giorno felice si devono pronunciare solo parole felici. Non vedi come l’aria riluce di fiamme profumate, e come lo zafferano, il fiore della Cilicia crepita nei bracieri accesi?” ( Fasti, I, vv.73-78). E il poeta spiega anche perché, in quel giorno felice, i Romani si scambiavano doni particolari, “i datteri, i fichi secchi, il candido miele racchiuso nei vasi di colore bianco”: “il motivo è augurale, perché tutte le cose abbiano questo sapore e l’anno completi dolcemente il corso appena iniziato.”. E quando i Romani incominciarono a gustare la dolcezza del guadagno, venne apprezzato anche il dono di una moneta. Poi venne il tempo dei fuochi di artificio, che proprio nella settimana tra il Natale e il Capodanno avevano la funzione di tener lontano dall’anno nuovo che arrivava i neri fantasmi dell’anno che si avviava alla fine. Questi fuochi “apotropaici” divennero essenziali nelle celebrazioni napoletane: “ quasi ad ogni canton di strada – scrisse Francesco Mastriani – vedesi un arsenale di tronaro: tutti i trovati dei moderni artiglieri non reggono al paragone delle botte inventate per festeggiare il Natale: ce n’è di ogni dimensione, di ogni nome, di ogni forza, di ogni rumore e di ogni colore. Fulmini innocenti, nunzi di pace e non di guerra, il folgore e il tuono primeggiano tra i colpi.” E appena le “tenebre cadono sui capitoni e sulle anguille, incomincia un fuoco vivissimo da tutte le parti. Ben diceva un bello spirito napoletano che non si consumò tanta polvere a Waterloo, quanta se ne consuma a Napoli per questa occasione”. Un tempo, anche nel Vesuviano c’era l’abitudine di sparare, la notte di Capodanno, colpi di fucile in aria, come se si volesse intimare all’anno che finiva di finire per sempre: e si lanciavano in strada piatti e bicchieri , perché , scriveva Elias Canetti, “il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri contribuiscono considerevolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi: il fracasso è l’applauso delle cose.”. Di tutto questo oggi resta ben poco: oggi occupa tutti gli spazi l’amaro sospetto che l’anno che va via non porterà con sé la pandemia, e le sofferenze, e tutto il repertorio delle miserie umane che essa, implacabile, ha seminato e ha alimentato.



