Giacomo Casanova, che soggiornò nell’albergo napoletano nel 1770, scrisse nelle sue memorie: “Poiché venivano ad alloggiarvi gli stranieri ricchi, io potei facilmente far conoscenza con tutti e procurare ad essi la felicità di andare a perdere il loro danaro dalla bella Sarah Goudar.” Che forse fu anche sua amante. Alle “Crocelle” andava ad alloggiare Giuseppe Verdi quando veniva a Napoli. Correda l’articolo l’immagine del quadro “Santa Lucia” di Vincenzo Migliaro.
Della storia di questo albergo sentii parlare per la prima volta molti anni fa: in una pausa dei lavori per il Premio “Salvatore Di Giacomo”- a Ottaviano allora si organizzava ancora qualcosa – Vittorio Paliotti, che era membro della giuria, ci parlò di Santa Lucia, della “leggenda dell’uovo”, e di una straordinaria incantatrice di uomini, Sarah Goudar. Scrisse nelle sue Memorie Giacomo Casanova: nel 1763 “trovandomi in un Paese di cui non conoscevo la lingua, mi ritenni fortunato ad avere a disposizione Ange Goudar, che mi presentò le più famose cortigiane di Londra, soprattutto l’illustre Kitty Fisher, che allora cominciava a passare di moda. Mi presentò anche, in un negozio di birra dove bevemmo una bottiglia di birra forte, che era preferibile al vino, una cameriera di sedici anni, un vero prodigio di bellezza.
Era irlandese e cattolica e si chiamava Sarah. Volevo conquistarla o acquistarla, ma Goudar la teneva d’occhio e la rapì un anno dopo. Finì per sposarla, e fu la stessa Sarah Goudar che brillò a Napoli, Firenze, Venezia e altrove, e che avremmo incontrato di nuovo quattro o cinque anni dopo, sempre con il marito. Goudar aveva progettato di sostituire la Du Barry, amante di Luigi XV, ma una lettera di sigillo la costrinse a cercare fortuna altrove. I tempi felici delle lettere di sigillo, ahimè, non ci sono più.» “ Si formò una coppia straordinaria: lui, Ange Goudar, francese di Montpellier, venne poi descritto da Casanova come “uomo d’ingegno, ruffiano, ladro di giochi d’azzardo, spia della polizia, falso testimone, ingannevole, audace e brutto”; lei (immagine in appendice)si serviva della sua bellezza per conquistare uomini potenti e ricchi: il marito, che era abile anche nell’uso della penna, non solo non soffriva di gelosia, ma indicava alla moglie i personaggi che era conveniente adescare e “spremere”.
A Napoli, nel 1770, Casanova incontrò di nuovo la coppia: la signora gestiva, nei locali dell’albergo “Crocelle”, una bisca clandestina e Giacomo Casanova, racconta Vittorio Paliotti, incominciò a reclutare persone “doviziose e ingenue da far spennare” dalla sua amica. Ange Goudar fece in modo che la moglie entrasse nelle grazie anche del re Ferdinando I e lo inducesse ad essere generoso col marito: ma “l’affare” si concluse nel 1773, quando la regina Maria Carolina, informata della nuova “avventura” di Ferdinando, gli impose di cacciare via da Napoli la pericolosa coppia. A Firenze Sarah conquistò anche il marchese de Sade, che descrisse la signora come “una delle tre donne più belle di Firenze, anche più delle altre due, tanto per la bellezza del suo viso quanto per la superiorità della sua taglia e la cultura della sua mente.”
Negli anni di Casanova e dei Goudar l’albergo “Crocelle” era amministrato da Rosa Duprè che versava 1230 ducati all’anno ai proprietari dell’edificio, cioè ai monaci del contiguo convento da cui l’albergo prendeva il nome. Pochi anni dopo incominciò a dirigere il “Crocelle” Giuseppe Magatti, dal quale i monaci pretesero 1980 ducati all’anno. E per incrementare gli introiti il nuovo padrone ingaggiò cuochi esperti, che in breve divennero famosi in tutta Europa. Nel 1785 il conte Shawronsky, ministro plenipotenziario di Russia, affittò un intero appartamento dell’albergo e “il 12 febbraio vi diede un sontuoso pranzo per il giovane principe Michele di Galitzin, distinto personaggio russo che viaggiava in Italia in compagnia di un suo avo” (V. Paliotti). Apprezzò l’arte dei cuochi del “Crocelle” anche il generale Buonamy, capo di stato maggiore delle truppe francesi che nel 1798 e nel 1799 furono di stanza in Napoli.
Il generale abitava in casa di Tito Laviano, ma i “piatti” del pranzo e della cena per lui e per la sua folta scorta erano forniti ogni giorno dalla cucina del “Crocelle”. Il generale e i suoi spesso la sera andavano a teatro e chiedevano di trovare in tavola, al ritorno, 4 piatti caldi, frutta, dolci, un gelato che i verbali chiamano “bomba alzata”, vini di Borgogna e “Sciampagna”. Pagava l’amministrazione di Napoli, che versava a Giuseppe Magatti 600 franchi al giorno. Forse proprio per questo i Napoletani decisero che era meglio tenersi i Borbone.




