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La tecnica di Anton Sminck Pitloo, il pittore che raffigurò nei suoi quadri la luce di Napoli

Parliamo in questo articolo di un quadro straordinario, “Veduta di Napoli dalla spiaggia di Mergellina” (cm.35×48), dipinto nel 1829, oggi nel Museo di Capodimonte. Questa spiaggia venne rappresentata dal pittore più volte, ma non ci sono due versioni uguali. “Infinite sono le varianti di scena, ma anche di luce cui bada Pitloo e che dimostrano come, almeno per lui, non si possa parlare di produzione seriale ad uso dei turisti” (Marina Causa Picone). Almeno per lui: lo stesso non si può dire né per i Palizzi, né per Vianelli e Carelli. Ma di questo parleremo in altri articoli, perché è mia intenzione scrivere a lungo della pittura napoletana.

 

Ricorderò brevemente che Anton Sminck Pitloo (1790- 1837), dopo aver studiato nella natia Olanda e a Parigi la tecnica di Turner e di Marius Granet, venne, nel 1811, a Roma e tre anni dopo si trasferì a Napoli, ospite del conte Gregorio Orloff, un diplomatico russo che aveva la passione per la pittura. I più importanti collezionisti napoletani compresero subito il genio dell’olandese e Luigi de’ Medici gli affidò la cattedra di “Paesaggio” presso il “Reale Istituto di Belle Arti”. Pitloo – che i Napoletani chiamavano Pitlò- tenne anche una “scuola” privata, frequentata da Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Raffaele Carelli e Achille Vianelli: e dunque già i contemporanei lo consideravano il vero fondatore della “Scuola di Posillipo”.

Nel 1837 fu vittima dell’epidemia di colera che afflisse Napoli e parte della Campania. Certamente Pitloo fece comprendere ai suoi amici e ai suoi allievi l’importanza del dipingere “en plein air”, all’aria aperta, ma non è corretto considerarlo un anticipatore degli “impressionisti”, poiché Pitloo e i “Posillipisti” ritoccavano nello studio, sul cavalletto, la prima stesura, fatta “all’aria aperta”. Essi incominciarono anche a dipingere con i colori ad olio su cartone, e questo li abituò a usare pennellate brevi, ma “lisce”, senza “macchie” di colore intenso. Nel quadro di cui oggi parliamo Pitloo imposta l’immagine su uno schema già presente nella pittura di paesaggio dell’ultimo ‘700: metà della tela è dedicata alla rappresentazione del cielo, e le nuvole  e la parte estrema del paesaggio – in questo caso il Vesuvio – servono a dare profondità alla scena che “viene” verso lo spettatore con un intreccio di linee curve e verticali, dal colore sempre più intenso, fino a “concludersi”, a sinistra, nella solidità dell’edificio, una solidità abilmente “mossa” dalla serie ordinata di porte aperte sui balconi, dalle tende, dal panno rosso e dal panno grigio steso come bandiera.

E la scena “viene” verso lo spettatore grazie anche all’immagine in movimento del carro tirato da cavalli lungo la strada aperta sulla spiaggia. Su questo “palcoscenico” si collocano “comparse”, mobili “macchie”: al pittore non interessano i volti, ma gli abiti, perché gli abiti ci fanno capire che si tratta di quegli “umili” -pescatori, pescivendoli, marinai- che costituiscono il popolo “vero” di Napoli. Il vasto panorama chiede una “pausa”, un momento di riposo per lo sguardo dello spettatore: e Pitloo dipinge, al centro, in toni di “terra scura” barche tirate in secco, barche in movimento, una serie di alberi-maestri incrociati, e a quello di una delle barche “appende” una vela di color grigio scuro. E’ una “pennellata” magistrale, questa vela aperta: perché ci consente di “misurare” la profondità del paesaggio, di percepire, per contrasto, il variare dei toni cromatici del mare, del cielo e del Vesuvio, e di non trascurare, sulla sinistra, lo “svolgersi” dei palazzi e la movimentata striscia della verde collina: è, insomma, una fotografia a colori, una fotografia in movimento. Chi ha avuto la fortuna di osservare il quadro da vicino ha “sentito” immediatamente che la vera protagonista dell’opera è la luce del golfo, la luce di Napoli che viene dal cielo, dal mare, dal Vesuvio e si posa delicatamente anche sulle ombre che chiudono in basso l’opera, ombre costruite con delicati tocchi di “terra” e messe in moto dalle persone.

Il protagonismo della luce è “confortato” dal colore della spiaggia, costruito “velando” con sottili pennellate di ocra gialla la base di tenue “terra rossa” La luce di Napoli è una luce calda, che ama dialogare con le ombre. Credo che nelle mura che chiudono a sinistra l’immagine – a sinistra per chi osserva – ci siano anche tracce di un colore raro, il “giallo di Napoli”. La pittura dei “Posillipisti” costrinse i venditori di colori e di pennelli a studiare nuovi prodotti: ma di questo parleremo prossimamente. E parleremo degli studi preziosi e profondi che Raffaello Causa dedicò alla pittura di Pitloo e dei “Posillipisti”: Raffaello Causa (1923-1984), storico dell’arte, Soprintendente ai Beni Artistici della Campania, ottavianese di adozione, scrisse che “resta di indubbio significato l’ampiezza della “Scuola di Posillipo”, quale fenomeno unitario e la sua complessità culturale: una pagina grande e quasi eroica, tutta popolare, che si svolge per la sua parte migliore in una breve stagione, tra il primo e secondo quarto del secolo. Proprio negli anni, all’incirca un ventennio, del soggiorno napoletano di Antonio SmincK Pitloo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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