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La storia ora è tragedia, ora è commedia: ma la trama è sempre la stessa. I Napoletani lo sanno da sempre

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I Napoletani sanno che sul palcoscenico della storia cambiano le maschere, i panni, i toni della voce, i gesti, ma gli attori sono pochi, sempre gli stessi, e che tutti i canovacci e tutte le trame, al di là di qualche battuta, di qualche personaggio secondario, di qualche periferica variazione della storia, si riducono, infine, a una sola trama: perché l’esercizio del potere, le relazioni sociali, le scale dei valori, le leggi dei forti e le illusioni dei deboli sono, da sempre, recite che si ripetono, come noiose litanie. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Gino Severini “La famiglia di Pulcinella”.

 

Il 27 gennaio leggo cronache e vedo trasmissioni sul “giorno della memoria” e su Auschwitz, penso a Gaza, all’ Ucraina, all’ “ICE” di Trump, a scene italiche di saluti fascisti, a certe dichiarazioni di italici politici, alla schedatura dei “docenti di sinistra” e amaramente mi dico – me lo dissi già quando avevo venti anni, e non ho cambiato idea – che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa: su questo punto Marx aveva ragione. A Napoli non servono né i vaticini dei guru della politica e dell’economia, che spesso non ci azzeccano, né gli oroscopi di veggenti e indovini. Quando dicono che Napoli è la sola città antica che sia sopravvissuta nel mondo moderno, Goethe, Stendhal e Pasolini non parlavano da archeologi, ma da filosofi.

E le radici di Napoli hanno succhiato da una parte gli umori filosofici di Parmenide, di Zenone e della scuola eleatica – Elea, Velia, Ascea-, dall’altra il materialismo di Epicuro, degli epicurei ercolanesi e di Sirone che teneva scuola a Posillipo e aveva come alunni Orazio e Virgilio: insomma, Napoli ha imparato fin dai tempi antichi che per alcuni il movimento è un’illusione ottica e il mondo è regolato da un ordine razionale, e che per altri, invece, il movimento è un principio costitutivo del cosmo, dell’aggregarsi degli atomi e  del loro disgregarsi, e dunque della vita e della morte. Era fatale che Napoli si abituasse da subito a non meravigliarsi di alcunché, e a mettere in conto che sul palcoscenico della storia salissero a recitare personaggi di ogni genere, nel segno di “Tutto e del contrario di Tutto”.

Dalla cultura antica Napoli ha ereditato il saggio costume di riflettere sul Tempo, e perciò ha conquistato, da secoli, la salda certezza che il Tempo è circolare, alla fine ripete i suoi percorsi e torna al punto di partenza.  Ispirata e consolata da questa ancestrale sapienza, Napoli non si è meravigliata che su di lei alcuni intellettuali formulassero giudizi di segni nettamente, e spesso violentemente, opposti: e non si meraviglia che continuino anche oggi a impegnare i loro intelletti in questo fragoroso cozzo. L’ha messo in conto dai tempi in cui Lucullo organizzava sontuosi banchetti a Castel dell’Ovo, e Cicerone dichiarava che vivere in villa a Napoli è il solo modo per dimenticare le miserie della politica romana, che erano, già allora, miserie smisurate. Nei giorni terribili dei cumuli di monnezza che arrivavano fino al cielo Mario Martone disse che la città era “purgatoriale e disillusa” e che vi “dilagava una precarietà dell’anima” (CdM, 12 ottobre 2007), e pochi giorni dopo (CdM, 4 novembre 2007) Aldo Cazzullo sentenziò che “Napoli esporta il caos” e il suo “spirito anarchico ha contagiato il resto d’Italia”.

Ma Raffaele La Capria gli rispose che era vero il contrario, che “l’Italia era il vero problema di Napoli”. Quattro anni dopo (CdM 9 giugno 2011) Luigi Riello scrisse che il “degrado” della città non dipendeva solo dai clan dei camorristi, ma dalla “strafottenza” dei molti, troppi Napoletani “che tacciono per assuefazione o per paura, oppure pensano di esorcizzare i problemi con prediche e proclami”. Nel 2015 tre libri, “La storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales, “La mala setta” di Francesco Benigno e “Collusi” di Nino Di Matteo e di Salvo Palazzolo spiegarono che i livelli alti di camorra, mafia e ‘ndrangheta e alcuni settori della burocrazia dello Stato e del ceto politico formavano ormai una casta che era difficile attaccare, e dunque diedero indirettamente ragione alla prudenza dei Napoletani. Perché non di “strafottenza” si tratta ma di realismo, come ha scritto Silvio Perrella: “Ecco quello che Napoli può ancora insegnare al mondo: il tangibile, carnale, a volte spiacevole e doloroso, ma sempre penetrante, senso della realtà.

Certo, questo realismo si colora talvolta di cinismo: lo dimostrano i proverbi e le massime in cui i Napoletani hanno sintetizzato la loro visione del mondo: “A che servono ‘e legge, si ‘o danaro appara ogni guaio?”, “’a legge è comme a ‘na felinia( la ragnatela):ce ‘ncappano ‘e muschille, ma ‘e muscune ‘a sfonnano”, “articolo quinto: tene mmano chi ha vinto”, “ Cagnano ‘e sunature, ma ‘a museca è sempe ‘a stessa”, “lassamme stà’ ‘e ccose comme stanno”.  Ma è noto che dal cinismo prorompono talvolta i fulgori dell’amore per l’idea: quando è necessario, i Napoletani sanno essere coraggiosi, sanno difendere la propria dignità: sarebbe bello scrivere qualcosa sui “Napoletani in guerra”, anche per smontare certe insinuazioni cialtronesche. Dice Tancredi, il personaggio del “Gattopardo”: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Ma prima di Tomasi da Lampedusa l’avevano detto Di Giacomo, Matilde Serao, Scarpetta, Eduardo, e dopo lo confermò, in modo magistrale, Domenico Rea.

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